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Concita De Gregorio e la cultura dello stupro

  


di TK


Concita de Gregorio scrive un articolo sullo stupro di gruppo denunciato da una ragazzina di 16 anni.

I referti medici sembrerebbero confermare la versione della ragazza ma le indagini sono ancora in corso. Siamo quindi ancora in quella fase delicatissima in cui solitamente la vittima è esposta ad un ulteriore stupro, questa volta non da parte del primo branco. In questa fase è alla mercè dell’opinione pubblica, su di lei grava il giudizio sociale, la condanna che la vede connivente quando non istigatrice. In questa fase il silenzio sarebbe dovuto. Invece Concita De Gregorio, che più volte nell’articolo ribadisce che non sa ciò che è successo, decide di raccontarcelo comunque. E non bastano i tanti “forse” e “probabilmente”a giustificare questa scelta.

Sostanzialmente De Gregorio sostiene che si tratta di un problema educativo, una questione culturale. E la colloca in questa generazione, come se lo stupro fosse un nuovo reato di cui nelle precedenti non c’è traccia. Chissà che ne penserebbero Rosaria Lopez e Donatella Colasanti.

Si, certo, il problema è culturale ma di quale cultura stiamo parlando? La individua bene il Ricciocorno, la cultura dello stupro, al cui servizio, usata come un manganello, è la colpevolizzazione della vittima.

Questione culturale che però non deve servire a diluire le responsabilità individuali (sarà mica questo il primo strumento da fornire ai nostri ragazzi?):

Il sindaco ieri ha detto che «inquieta che questi ragazzi non distinguano il bene dal male». Inquieta, certo. Pone il problema della responsabilità. È loro, che geneticamente, naturalmente non sanno distinguere o è della generazione che li ha cresciuti, e non gli ha fornito i ferri essenziali per l'opera di elementare distinzione? È dei figli o dei padri, la colpa?

La responsabilità individuale ha radici genetiche (il maschio violento in quanto portatore di cromosoma y?) oppure va attribuita in toto ai “padri” (e un po’ anche all’alcol suvvia!)? È questa la riflessione culturale di cui abbiamo bisogno, anzi di cui hanno bisogno i nostri ragazzi? Sono questi gli strumenti che dobbiamo fornire ai nostri figli?

E alle nostre figlie? Che il nostro “tempo avariato” avrà fine quando sapremo insegnare loro a non mostrare le mutande, come i nostri nonni hanno insegnato alle nostre madri? L’analisi della cultura dello stupro oggi, proposta da De Gregorio, insomma cosa è? Le concause dello stupro sono ragazzi che non sanno cosa è bene e cosa è male (ma sanno che occorre un palo per nascondere le proprie gesta) e ragazze che mostrano le mutande per essere accettate ed entrare a far parte dell’harem? Un’equa distribuzione di colpe, anche se non di responsabilità.

Ma la cosa davvero drammatica è che questa analisi è fatta con colpevole leggerezza sulla pelle di una ragazzina di sedici anni che sta vivendo un dramma che la segnerà per la vita, comunque vada a finire. I fatti relativi a questa denuncia di stupro vanno ancora accertati, c’è solo un fatto certo: questa sedicenne ieri ha dovuto leggere una femminista che ci dà una lezione culturale usandola come esempio, per raccontarci che:

Forse non ha nemmeno lottato per evitare quel barbaro rituale che chissà, magari era proprio quello che l'avrebbe fatta diventare grande, finalmente. Forse per qualche tempo ha pensato: è stato quello che doveva essere.

Questa ragazzina ha dovuto leggere che “forse”, “probabilmente” non ha saputo dire di no quando le hanno chiesto di mostrare le mutande, perché è una fortuna essere ammessa nell’harem.

Questo è inaccettabile. Questo è vergognoso. Perfino peggiore delle esternazioni di Giovanardi.

Il blog Un altro genere di comunicazione scrive un duro post di critica ai contenuti espressi dalla De Gregorio, con tanto di evidenziazioni testuali e relativi commenti. Un post sostanzialmente condivisibile, in ogni caso legittimo. Loredana Lipperini ritiene di intervenire, non sui contenuti su cui più volte ribadisce di non volersi pronunciare, ma sui presunti infami moventi che spingono Uagdc a criticare De Gregorio. Una modalità già vista in altra occasione, per cui la dura critica a contenuti viene dirottata su un terreno non proprio corretto: attribuzione di presunti biechi moventi che screditano l’interlocutore e liquidano le critiche. Nonostante il diritto al rispetto di questa ragazza, calpestato con leggerezza da una femminista dotata di megafono, per di più in nome della cultura e dell’educazione delle giovani generazioni, sia ben più importante della lesa maestà di un personaggio pubblico, Lipperini sceglie di puntare il dito su chi muove critiche al personaggio pubblico. De Gregorio la risolve ribadendo: “Molti hanno capito, qualcuno no, lo ripropongo”. Non ritiene di spiegarsi meglio se per caso si fosse spiegata male.

Io credo che la radice culturale della violenza sulle donne sia davvero questione importante, che va affrontata con chiarezza e grande senso di responsabilità.
Se questa ragazzina è stata violentata non è certamente colpa  delle donne, anche quando sposano il punto di vista patriarcale, con o senza megafono. In questo dissento profondamente da Uagdc. Ma se davvero educazione e cultura sono la chiave, credo che massima dovrebbe essere l’attenzione a non lasciare spazio a pericolose ambiguità. E massima la disponibilità a chiarire eventuali fraintendimenti, qualora ce ne fossero, su questioni su cui i fraintendimenti non sono ammissibili. Soprattutto se si scrive sul primo quotidiano italiano per numero di lettori, nonchè giornale di riferimento del centrosinistra.
Ancora di più se queste ambiguità e confusioni passano sulla pelle di una ragazzina di sedici anni, ridotta a semplice pretesto per una riflessione che probabilmente vorrebbe essere di più ampio respiro ma che finisce per essere l’ennesima colpevolizzazione della vittima.

Sul cosiddetto DL femminicidio mi ha colpita una delle critiche mosse da De Gregorio e ripresa da molte altre. L’aggravante nel caso in cui la vittima è una moglie, compagna, fidanzata le appare comprensibile dal punto di vista del legislatore. È chiaro il vincolo di fiducia che viene tradito ma teme che questa aggravante possa segnare una discriminazione culturalmente delicatissima verso le donne che non hanno legami con un uomo. Confonde così la gravità dei moventi di un crimine con il presunto maggior valore di chi ne è vittima.
Io mi chiedo invece se questo stesso articolo non sia espressione di una discriminazione culturalmente accettata e trasversalmente condivisa nei confronti di quelle vittime (le più numerose) che sono legate in qualche modo ai loro carnefici e sulle quali, per questo, grava un giudizio di corresponsabilità.
Se questa ragazza avesse denunciato uno stupro subito da estranei in strada, sarebbe stata usata come pretesto per parlare con rimpianto dei moniti dei nostri nonni? E' una trappola, bambina. Se ti chiedono di mostare le mutande, vattene, ridigli in faccia e torna a casa.
Io credo di no. E mi convinco che quella aggravante sia importante, non tanto in senso repressivo ma proprio culturale.

Questo è il commento di una lettrice di De Gregorio, certamente non mossa da livore:  

Grazie Concita, quel giorno tornerà come per me è stato, mia nonna, classe 1907, mi diceva «fuggi! Ti vogliono fregare, se chiedono rispondi no, se ti toccano grida, guarda dritto negli occhi e non temere di essere te stessa, tu sei il tuo tesoro» Si questo yogurt è schifoso lo dissolveremo nell'acqua della fonte e la corrente lo porterà lontano, le mie figlie conoscono questa storia che è diventata mia ed ora appartiene loro come la libertà.

È questo che va detto a una ragazza che ha avuto il coraggio di denunciare uno stupro di gruppo (i cui fatti vanno accertati, certo. Senza “forse” e “probabilmente", però)? È questo il cambio di paradigma, di sguardo, che dobbiamo insegnare ai nostri figli e le nostre figlie? L’uomo è cacciatore, la donna deve sapere scappare.

È questo che dovevamo capire?


Riferimenti:
Sedicenne stuprata a una festa da cinque compagni di classe (Repubblica 19.10.2013) 
Franca, stuprata da 5 “amici” tutti a piede libero! (Mary 21.10.2013)
La sedicenne di Modena che ci svela il nostro abisso (Concita De Gregorio)
Concita De Gregorio e lo stupro di Modena: retoriche paternaliste, Billionaire e yogurt avariato (UAGDC 22.10.2013)
Loredana Lipperini sul post di UAGDC
La risposta di UAGDC a Loredana Lipperini
Un “cinque” allo stupro, con colpa o dolo (Doriana 22.10.2013)
Concita De Gregorio e l'analisi illogica di uno stupro (Detta Lallla)
Lo Stupro (Il Ricciocorno 23.10.2013)
Atlante dei luoghi comuni (Leonardo Tondelli 23.10.2013)
Da una ragazza di 16 anni. (Uagdc)
Concita De Gregorio e la cultura dello stupro (commenti su FB)

2 Responses to “Concita De Gregorio e la cultura dello stupro”

  1. Per es., http://www.marshall.edu/wcenter/sexual-assault/rape-culture/

  2. Questo articolo, pur se riferito all'ambiente dei college americani, offre alcuni spunti interessanti: "Rape isn't caused by drinking. It's fostered by a culture that tells some men they can act with impunity." http://www.salon.com/2013/10/24/5_ways_sexual_assault_is_really_about_entitlement/

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