Roma, 12 aprile, manifestazione per il diritto alla casa. Un agente in borghese sale con il peso di tutto il suo corpo sul corpo di una ragazza ferita, stesa inerme per terra. Un video di Servizio Pubblico riprende la scena.

Il capo dela polizia dice che l'agente è solo un cretino da identificare e sanzionare, ma tutti gli altri si sono comportati in modo corretto, hanno lavorato bene e meritano applausi. Il questore di Roma, Mario Mazza, aggiunge: «Per tanti che hanno lavorato bene non è giusto perdere la faccia a causa di una persona che ha invece fatto un errore». Un errore.

Il capo della polizia e il questore di Roma interpretano il vecchio modulo della mela marcia nel cesto sano. Nonostante la mela marcia o il cretino calpesti la ragazza sotto gli occhi dei suoi colleghi, senza evidentemente temere di doversi vergognare. Dal cesto sano, nessuno si leva per fermare la mela marcia prima che calpesti la ragazza, nessuno lo redarguisce dopo che l’ha calpestata. Il cesto sano da solo non denuncia il caso, non avvia una inchiesta. Ha bisogno di essere incalzato da un video virale, il video di una autorevole testata giornalistica, ripreso da tutti i giornali. La mela marcia, solo quattro giorni dopo, si costituisce e ritiene di poter raccontare al cesto sano di aver confuso la ragazza con uno zaino.

Il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, è in disaccordo con il capo della polizia: I poliziotti sono le «vere vittime». La mela marcia non è un cretino, bensì un frustrato. L'agente era in piazza per difendere i manifestanti. Quei manifestanti che lo ripagano prendendolo a bersaglio. Il suo lavoro è vano, lui è impotente, ha paura. Tutto questo per quattro soldi, è sottopagato, 1.200 euro al mese. Allora, il suo comportamento apparentemente inspiegabile diventa spiegabile.

In effetti, le violenze in piazza e negli stadi si sono sempre spiegate così. I violenti sono esseri umani rabbiosi e impotenti. Poveri, disoccupati, precari, senza un futuro, socialmente umiliati. Trovano uno sfogo nella violenza distruttiva. Ma erano i tifosi o i manifestanti. Per il prefetto di Roma, sembra che la spiegazione calzi a pennello anche per i poliziotti. Anzi, solo per loro. Dopo Pasolini, i poliziotti sono i proletari e i manifestanti i figli di papà. Eppure la rabbia e la frustrazione dei poliziotti si è abbattuta anche sui senzatetto della Montagnola.

Il prefetto di Roma rifiuta l’introduzione del codice identificativo, a meno che non si cambino le regole di ingaggio. Nel senso, si presume, di una più ampia licenza di comportamento. Ad essere contrario è anche il ministro dell’interno Angelino Alfano: rifiuta che sotto accusa finisca la polizia. Il codice identificativo vuol metterlo ai manifestanti. Minaccia di vietare l’accesso dei cortei al centro di Roma, per prevenire vandalismi e saccheggi.

Ignoro quale sia in merito il pensiero del premier Matteo Renzi e del Partito democratico. Al momento, non ho incontrato articoli che ne parlano, a parte una intervista di Filippo Bubbico, viceministro dell'interno: condanna gli abusi della polizia, ma esprime perplessità sull'introduzione del codice identificativo. Voluto invece da SEL, con una proposta di legge. Il capogruppo di SEL, Gennaro Migliore, chiede le dimissioni del prefetto di Roma.

Spesso si discute degli scontri tra polizia e manifestanti, come si trattasse degli scontri tra due bande di picchiatori, con la platea della pubblica opinione divisa in due tifoserie. Conta chi ha picchiato di più, chi ha cominciato per primo, chi ha commesso più fallì. Soprattutto i tifosi della polizia la mettono su questo piano e reputano che la correttezza della propria banda sia condizionata dalla correttezza della banda avversa. La quale deve essere la prima a rispettare la legge e, ad esempio, a non mettersi il casco in testa o a bardarsi il viso, altrimenti non si lamenti delle conseguenze, non pretenda codici identificativi.

Ma, non può essere così. Quello del manifestante non è un lavoro al quale si viene preparati e a cui si accede per concorso, superando un esame. Per i manifestanti non esistono corsi di aggiornamento o corsi di addestramento. I manifestanti non sono servitori dello stato. E’ normale che in mezzo ai disordini un manifestante non sappia cosa fare. Se stare fermo, se scappare. Se, e come difendersi. Non è preparato, non è tenuto ad esserlo. E’ tenuto solo a rispettare la legge, ma questo non lo garantisce dal trovarsi in una situazione di pericolo. Come abbiamo visto, di fronte ad un poliziotto arrabbiato e frustrato, anche un cittadino modello può assumere le sembianze di uno zainetto.

I manifestanti non possono fermare i poliziotti, non possono arrestarli. Non possono portarseli al centro sociale per identificarli. Non possono comportarsi così con nessuno di noi. Se uno di loro prova a fermarci, possiamo tirare diritto. Se uno di loro viene a bussare alla nostra porta, possiamo lasciarlo sul pianerottolo o persino cacciarlo via. Ma di fronte ad un poliziotto dobbiamo fermarci, mostrargli i documenti se li chiede. Seguirlo in questura, se vuole fare ulteriori accertamenti. Se la polizia si presenta a casa nostra, dobbiamo aprirgli la porta. A qualsiasi ora del giorno e della notte. Così, non è la stessa cosa avere fiducia nei manifestanti o avere fiducia nella polizia. Avere fiducia in chi deve rispettare l’ordine pubblico e in chi, oltre a rispettarlo, ha il dovere di garantirlo per tutti.

Un cittadino deve poter avere fiducia in chi detiene il monopolio della violenza. Fiducia nel fatto che per l’unico detentore legittimo della violenza, il rispetto della legge è assoluto e incondizionato, e non può certo dipendere dal fatto che tutti gli altri si comportino bene, poichè se così fosse polizia e carabinieri non avrebbero neanche ragione di esistere. Perciò, il comportamento delle forze dell’ordine non è confrontabile con quello di nessun altro gruppo.

Il simpatizzante destrorso che detesta i manifestanti, può non esserne consapevole. Possono non rendersene conto alcuni poliziotti, per via della storia del cretino. Ma il capo della polizia, il questore della città, il prefetto, il ministro dell'interno, non possono non saperlo. E' molto superficiale quel rinnovamento, quella rottamazione, che accantona qualche anziano politico, ma lascia ai veritici dello stato funzionari e dirigenti con idee tanto dubbie e confuse sul ruolo e sui limiti delle forze dell'ordine e, in definitiva, sullo stato di diritto.


Riferimenti:
Roma, nuove manganellate sui manifestanti a terra (Youreporte Corriere Tv)
Il calcio sul volto al manifestante caduto a terra (Servizio Pubblico - Repubblica Tv)
"Paura e dolore mentre ero a terra pestata dalla Polizia" (Deborah Angrisani)
Montagnola, scontri tra manifestanti e polizia: il video da un balcone (Repubblica TV)
I calci, il numero e lo sdegno gratis (Alessandro Gilioli)
Ci vuole un codice identificativo per le forze dell'ordine (Luigi Manconi)

Il PD ha deciso di avere capilista donna in tutti e cinque i collegi per le prossime elezioni europee. Sembra che in questo modo, Matteo Renzi abbia voluto rimediare alla mancata introduzione della parità di genere nella legge elettorale. La decisione è apprezzabile, come ogni decisione orientata al riequilibrio tra uomini e donne nella partecipazione politica e nella presenza istituzionale. Perchè il superamento della discriminazione di genere è una questione civile, perchè istituzioni composte da uomini e donne possono funzionare meglio di istituzioni composte in modo totale o nettamente prevalente da soli uomini. 

Per un certo periodo, però, continuerà ad essere preferibile un dispositivo di legge che garantisca questo risultato per tutti i partiti, anzichè affidarsi alla sensibilità e alla disponibilità di un singolo leader, di un singolo partito. Matteo Renzi è accusato di essere strumentale, di voler sfruttare l’immagine delle donne, per rappresentare un finto rinnovamento, in definitiva per avere consenso. A maggior ragione, la parità di genere dovrebbe essere prevista per legge, per tutti i partiti. Nessuno potrebbe più usarla in modo strumentale.

In ogni caso, se anche la scelta di Renzi fosse strumentale, e probabilmente in parte lo è, la sua decisione è ugualmente un buon segno: vuol dire che la società è progredita, che anche alle donne sono ormai riconosciute competenza e autorevolezza, che presentarsi con il volto di una donna non è più penalizzante, può essere persino premiante. Il vecchio pregiudizio negativo, diventa positivo.

A partire dagli anni ‘90, nei paesi occidentali, in particolare in Italia, le donne tendono ad essere considerate migliori degli uomini. Per quanto questa valutazione possa considerarsi tanto irrazionale quanto quella opposta, ha il suo perchè. Il primato maschile in politica e in economia comporta l’assumersi l’onore dei successi e l’onere dei fallimenti. Negli ultimi venti, trent’anni abbiamo visto soprattutto fallimenti. Il crollo del comunismo, la crisi del welfare, l’impoverimento e le diseguaglianze causate dalla globalizzazione, la crisi finanziaria, la disoccupazione, il debito, la corruzione, il ritorno dei razzismi e dei fondamentalismi, la questione ambientale, un susseguirsi di guerre inutili e devastanti. Quell’uomo che distrugge, sporca, inquina, fallisce, non è più soltanto genericamente l’essere umano, sempre più spesso viene identificato con il maschio. Mentre le donne, nelle loro tradizionali attività private, sembrano essere molto più efficaci. Le donne curano, assistono, educano, sono il vero Welfare, e introdotte nella sfera pubblica ottengono buoni risultati nella scuola e sul lavoro. Le donne studiano meglio e più degli uomini. Come se non bastasse, sopportano l’insolenza, la volgarità e la violenza maschile. A torto o a ragione, consapevolmente o meno, una parte ampia di opinione pubblica, di elettorato, anche maschile, vede le cose in questo modo, pensa che se siamo nei guai, le donne possono essere l’ultima spiaggia, l’estrema rete di protezione. Lo stesso Beppe Grillo, che pure spesso dà prova di sessismo e misoginia, nella campagna elettorale 2013 ha detto più volte che l’economia del paese deve essere diretta da una donna, capace di amministrare il bilancio di una famiglia e tirare su tre figli.

Tuttavia, le donne non mancano di essere oggetto di ostilità. Come pure lo stesso PD. E le due cose si confondono. Così, le donne democratiche diventano un facile bersaglio, talvolta politico, talvolta sessista, talvolta un misto delle due cose. Il modo di bersagliarle, varcati i confini del politically correct, finisce per degenerare. Questa è una immagine che circola su Twitter e su Facebook. Tanti sono i post, sulle pagine della destra o dei pentastellati, a scrivere la stessa cosa o una sua variante, come abbiamo visto e sentito nello stesso parlamento.

Beppe Grillo qualifica le capolista PD come veline e mostra un fotomontaggio con le loro teste, le loro facce sovrapposte a quelle di quattro veline. Quattro sono già deputate e, secondo lui non dovrebbero concorrere per un altra carica, prestando la loro immagine per poi fare eleggere qualcun altro al posto loro. L’obiezione potrebbe essere pertinente, ma si mischia all’offesa sessista. Tante volte abbiamo visto candidature maschili di questo tipo, espresse direttamente dai leader, che si presentano per prendere il voto e poi cedere il posto. Berlusconi, Bertinotti, Ingroia, per citarne tre, candidati in tutte le circoscrizioni. Criticati, ma non sminuiti. Secondo Grillo, a raccontare e sbavare per le cinque capolista PD sarebbero i giornalisti pennivendoli.

Il giornalismo italiano è quello che è, si trovano penne per tutti i partiti, anche per Grillo. Ad esempio Andrea Scanzi. Rimprovera ad altri suoi colleghi di essere proni ad un partito diverso dal suo. Chiama «quote rosa» tutto quel che riguarda la partecipazione delle donne in politica. Ne denuncia «l’ipocrisia». Afferma che essere donna è un vanto, un pregio, una nota positiva se sei Rosa Luxemburg, non se sei Michela Biancofiore. Tuttavia, a fronte dei candidati e capilista maschi di altri partiti, la distinzione tra Karl Liebknecht e Maurizio Gasparri non ci viene esposta. Anche qui troviamo accenni critici pertinenti, legittimo preferire Giusi Nicolini a Caterina Chinnici, incapaci però di esprimersi senza argomenti, toni e battute sessiste. Scanzi ci scherza su, con la spiritosaggine sulle gambe della Bonafé, ma è la stessa ironia con cui Dell’Utri scherza sulle accuse di associazione mafiosa, mettendosi ad interpretare il ruolo. Tante volte l’ironia invece di respingere, rivela o conferma.

Un'altra fonte non prona a Matteo Renzi, è il Giornale che, a firma di Marcello Veneziani, vede nella scelta del leader PD l'idea che il maschio sia un ente inutile da sopprimere. Ministre e candidate stavolta sono definite madonne e sante protettrici, ovviamente incompetenti, perchè per Renzi il merito, la capacità individuale, la specifica competenza non contano un beneamato hazzo, con l'acca fiorentina aspirata. Il parlamento europeo non conta nulla, così lui si butta sul genere. A Renzi basta se stesso, il resto è contorno e ornamento, ciccia superflua.

Più seria e lineare, nonostante il suo mestiere (ormai tutti fanno il lavoro di tutti), è Sabina Guzzanti che vede ogni cosa in continuità. Renzi il proseguimento di Berlusconi, le donne di Renzi il proseguimento delle donne di Berlusconi. La «gnocca laureata». Le donne nel governo, una operazione demagogica, d’immagine. Senza esperienza, ancelle, capri espiatori, la cui carriera è segnata, destinate a scomparire. Due bellissime, per catalizzare l’attenzione dei giornali. Si sa che funziona così, sono armi di distrazione di massa.

Dello stesso avviso, la giornalista filosofa Ida Dominijanni: «le donne vengono usate, con il loro consenso, come un gadget, un brand, una trovata d’immagine. Come un «genere», come si dice nella lingua neofemminista, ma in senso mercelogico. E’ lo stesso, identico uso che ne faceva Silvio Berlusconi («Non le ho mai pagate. Potrei averne grandi quantità, gratis»), solo che Berlusconi prima di portarle al mercato politico le faceva passare per il mercato sessuale. Brand per brand, in fatto di «genere» Renzi questo è, un berlusconismo desessualizzato»

Se è vero che il successo d’immagine è una direttrice della politica e molto viene investito in funzione del consenso, il paragone tra le donne democratiche e le donne berlusconiane è offensivo, non solo nei confronti di Renzi, ma nei confronti delle stesse candidate. Offensivo anche per una parte delle stesse donne berlusconiane. Stefania Prestigiacomo non è Nicole Minetti. Parlare di un berlusconismo desessualizzato, a proposito della promozione delle donne del PD, significa sostenere che queste persone, per soli motivi di immagine, sono state prese da una situazione non politica (il varietà, i calendari, gli album di fotografie, etc.) e sono state messe in politica, senza passare per il letto. Cioè significa, misconoscere, per il solo fatto che si tratta di donne, per di più alcune con l’aggravante di essere attraenti, il percorso di studi, di militanza, il curriculum politico, nel partito e negli enti locali. Alessandra Moretti inizia come segretaria dell’associazione studenti di Vicenza (1989), Alessia Mosca esordisce con i giovani popolari; Simona Bonafé nel 2002 era un’amministratrice locale della Margherita ed è stata con Maria Elena Boschi, coordinatrice nella prima campagna delle primarie di Matteo Renzi, nel 2012, dunque un ruolo di staff e non di immagine. Pina Picierno, nel 2007, è la prima responsabile nazionale dei giovani del Partito democratico. Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, è una ex magistrata, già assessore alla Regione Sicilia.

Va da sè, che ciascuna di queste persone può essere criticabile, per qualità, competenze, orientamenti, e allora le critiche andrebbero argomentate. Altra cosa è liquidarle tutte insieme come veline, gadget, specchietti per le allodole, etc. per puro pregiudizio antifemminile. Cinque cretinetti maschi, al loro posto, sarebbero più rispettati.

Con dispiacere, ritrovo lo stesso pregiudizio liquidatorio su Lunanuvola: Nessun partito – coalizione – lista valorizza una donna candidata se non risponde almeno in parte ai criteri vigenti di scopabilità e/o pecoraggine intellettuale/politica, ne’ la candida perché costei ha in mente un futuro leggermente meno schifoso per le sue simili, ma perché ha un nome noto, o delle conoscenze altolocate o un costume da bagno molto sexy o dà garanzia di votare a comando.

Si direbbe alla fine, che le donne in politica abbiano una sola possibilità per sfuggire alle varie etichette loro affibbiate (velina, pecora, gadget, etc). Rinunciare al potere.

Entusiasta della scelta di Renzi, è invece Lucia Annunziata, che vede nelle donne designate capilista o nominate ai vertici delle aziende pubbliche, il modo giusto di sfondare il tetto di cristallo, che in Italia è un tetto di cemento. Sfondarlo quasi come operazione militare, per creare la breccia attraverso cui incanalare con velocità tutte le competenze e le forze femminili che pullulano alla base della piramide sociale. In modo da portare la presenza delle donne a un livello di massa critica. Perfettamente d’accordo. Curioso, contrapponga questo metodo alla norma sulla parità di genere, che pure lei insiste a chiamare «quote rosa», che sono lo strumento che può garantire questo sfondamento in modo sistematico senza doversi affidare ad un Matteo Renzi, se e quando c’è, che decide di farlo per i motivi suoi.


Riferimenti:

Renato Brunetta è uno dei più antipatici esponenti politici di Forza Italia, pur non mancando di risultare talvolta ridicolo. Un ex socialista craxiano, accasato nel centrodestra di Silvio Berlusconi. Rissoso e arrogante. In gergo volgare si direbbe uno stronzo. Ma è giusto dire un piccolo stronzo?

Protagonista di tante controversie. Da Ministro della funzione pubblica, nel 2008, lancia la campagna contro i dipendenti statali fannulloni, fino a minacciarne il licenziamento. Sul sito del ministero pubblica vignette satiriche contro i dipendenti pubblici. Da Enrico Mentana, si dichiara meritevole di vincere il Premio Nobel per l'economia. Nel 2009, il settimanale L'Espresso rivela che il libro "Microeconomia del Lavoro", di cui Brunetta è co-autore, è ampiamente basato sul più noto testo americano del 1980 (Labor Economics, prima edizione del 1970, edito da Prentice-Hall, Inc.) di Belton M. Fleisher e Thomas J. Kniesner, non citato nel testo italiano. In polemica con Mara Carfagna, attacca le donne impiegate, per dire che fanno la spesa in orario di lavoro. Attacca i poliziotti, panzoni che fanno i passacarte, invece di andare in strada a garantire la sicurezza. Richiamandosi a Sciascia, propone lo scioglimento della commissione antimafia. Attacca il mondo del cinema, riesumando la parola culturame, usata da Mario Scelba. Al convegno del Pdl veneto a Cortina d'Ampezzo, afferma che «Ci sono élite irresponsabili che stanno preparando un vero e proprio colpo di Stato» e mette in contrapposizione «i compagni della sinistra per bene» e quella che definisce «la sinistra per male» o «di merda» alla quale augura «vada a morire ammazzata». Definisce mostro il consiglio superiore della magistratura e dichiara che i magistrati si sono montati un po' la testa. L'11 settembre 2010, in una intervista a il Giornale afferma che «Se non avessimo la Calabria, la conurbazione Napoli-Caserta, o meglio se queste zone avessero gli stessi standard del resto del Paese, l'Italia sarebbe il primo Paese in Europa». Il 14 giugno 2011, al termine di una conferenza sull'innovazione nella pubblica amministrazione, una lavoratrice della Rete Precari, chiede di porre una domanda e viene invitata ad avvicinarsi dallo stesso Brunetta, ma quest'ultimo, una volta che la donna si presenta come appartenente alla rete dei precari della pubblica amministrazione, si rifiuta di ascoltarla allontanandosi velocemente dall'aula, dicendo "questa è la peggiore Italia".

Un politico dunque che si presta ad essere sfottuto. Uno dei bersagli preferiti della satira. Che però spesso, pur avendo a disposizione tanti argomenti, preferisce giocare facile e colpire la sua bassa statura fisica. Brunetta non ha gradito le vignette di Vauro nell’ultima puntata (e ora nel sito) di Servizio Pubblico: in una viene ritratto dentro un barattolo che ricorda il carro armato degli pseudo-secessionisti veneti, in un’altra ha le sembianze assai prossime di Dudù (“I cagnolini di Arcore, Dudù e Brubrù”) (...) In una delle vignette di Vauro: dal titolo “Brunetta pronto ad allearsi con il diavolo”, un demone esclama: “Ehi capo. Mi sa che ci hanno mandato il nano sbagliato”. In un’altra: “Incarichi in Forza Italia. Solo Brunetta resta in piedi”; Berlusconi di profilo si gira e spiega: “È l’unico che riesce a leccarmi il sedere anche senza bisogno di chinarsi” (Il Fatto 9.4.2014).

Il politico ha deciso di reagire. Accusa di razzismo e minaccia querela. Sui modi della reazione si può discutere, sul merito penso abbia ragione. Vauro, nella sua divertita autodifesa, sostiene che l'esagerazione e la volgarità sono la cifra della satira. Sarà. Tutto sta a vedere cosa esagerazione e volgarità prendono a bersaglio. Come questa vignetta che equipara una scimmia a Obama, evocandone la morte. Se mirano al colore della pelle, ai tratti somatici, alla appartenenza etnica, nazionale, religiosa, veicolano un contenuto razzista. I nani, non sono una razza dice Vauro. In senso stretto, non lo sono neppure i disabili, i meridionali, i gay, le donne. In senso estensivo, consideriamo razzista, il comportamento intollerante, insultante, dileggiante, contro un gruppo umano svantaggiato, per qualsiasi motivo connotato. Di certo, può considerarsi discriminatorio.

Un argomento a difesa di questa satira, sostiene che esiste uno scarto troppo grande tra la statura fisica di Brunetta e la sua smisurata arroganza e presunzione. Sarebbe ovvio, da parte di battute e vignette evidenziarlo. Come a dire che uno grande e grosso avrebbe più diritto di uno piccolo e basso, ad essere arrogante e presuntuoso. In verità, una buona e valida giustificazione non esiste. Come i politici ricorrono al consenso facile, con proposte e battute demagogiche, questa satira ricorre alla risata facile, con luoghi comuni, stereotipi e cliché. A scuola, i piccoli e i grassi li abbiamo sempre presi in giro. E per insultarci ci davamo tranquillamente dello spastico. La satira può essere meglio? Sembra di no, e allora dagli alla puttana, all'oca, al frocio, al tappo, al panzone, al gobbo. Non fa ridere la nostra intelligenza, ma fa sghignazzare il nostro bullo interiore. Lo riflette, lo conferma e lo riproduce. Come altri strumenti culturali, concorre a formare il nostro modo di vedere e di pensare. La nostra cultura, grazie alla quale esprimiamo rappresentanti politici come Renato Brunetta e oppositori satirici che gli rimproverano di non essere un altro uomo politico, migliore, più competente, più bravo, più onesto, veramente diverso. Cioè, alto, biondo, bello e con gli occhi azzurri.

Il M5S ha votato contro il DDL svuota carceri contenente la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina. Insieme con la Lega Nord e i Fratelli d'Italia. 

Ma a differenza dei due partiti tradizionalmente xenofobi, sostiene di essere stato favorevole all’abrogazione del reato. Dice anzi di aver voluto anche l’abrogazione dell’illecito amministrativo. Unico insieme a SEL. La rappresentazione di un M5S che vota contro l’abrogazione del reato di immigrazione clandestina sarebbe opera dei galoppini del PD. Una ricostruzione di Giornalettismo sembra avvallare questa tesi perlomeno per quanto riguarda «come ha veramente votato il Movimento Cinque Stelle».

A mio avviso la posizione e il comportamento del M5S sono contorti e, in definitiva, come spesso accade, ambigui. Nel corso della vicenda, il movimento ha sostenuto una linea e anche l’altra. In principio sono i senatori del M5S a voler l’abrogazione del reato. Grillo e Casaleggio li sconfessano. Per loro la gente è a favore del reato e il movimento deve riflettere la volontà della gente, senza mettersi ad educarla. Indicono un referendum online e lo perdono. Al senato, il M5S vota a favore dell’abrogazione del reato. Alla camera il M5S vota a favore dei singoli emendamenti contro il reato, ma alla fine vota contro il DDL che contiene la depenalizzazione. Se il DDL cade, cade anche l’abrogazione, che evidentemente non è la cosa più importante, rispetto agli altri provvedimenti. Ma soprattutto, sui media vecchi e nuovi - ed è facilmente prevedibile - passa il messaggio che il M5S insieme a Lega e Fratelli d’Italia vota contro l’abolizione del reato di clanestinità. Una confusione e una ambiguità che stanno nella logica di un movimento che non vuole essere nè di destra, nè di sinistra, ma vuole pescare consensi da entrambe le parti, e così esprime una mossa per l’una e una mossa per l’altra.

I motivi per cui il M5S si dichiara contrario al DDL svuotacarceri, riguardano il fatto che si tratta di una legge delega su materie delicate e diverse, e il fatto che si tratta di depenalizzare o prevedere pene alternative per i reati minori. Tra le motivazioni divulgate, con l’ausilio di giornalisti sostenitori, il fatto che il provvedimento è la solita variegata macedonia (tipo femminicidio e Imu-Bankitalia) sulle depenalizzazioni in genere, tra cui - addirittura! - l'attenuazione di alcuni reati anche legati alla pedofilia. Mettiamo da parte la sparata sulla pedofilia. Mentre il femminicidio non c’entrava niente con la Tav e l’Imu non c’entrava niente con Bankitalia, tutti i provvedimenti compresi nel DDL riguardano la riforma del sistema sanzionatorio e raccolgono in parte le tre leggi di iniziativa popolare promosse dall’Associazione Antigone.

Secondo il DDL, gli arresti domiciliari diverranno la pena da applicare in automatico per i reati che prevedono pene inferiori ai tre anni. Per le pene dai tre ai cinque anni, decide il giudice valutando la gravità del reato e la capacità a delinquere del suo autore. In forza di una delega, il governo depenalizzerà una serie di reati in illeciti amministrativi, attualmente puniti con la sola multa o ammenda. Tra i reati depenalizzati vi è quello di immigrazione clandestina. Sono esclusi dalla depenalizzazione, i reati relativi a edilizia e urbanistica, territorio e paesaggio, alimenti e bevande, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, sicurezza pubblica, gioco d’azzardo e scommesse, materia elettorale e finanziamento dei partiti, armi ed esplosivi, proprieta’ intellettuale e industriale. Il DDL estende dai minori agli adulti la messa alla prova: per reati inferiori a pene di quattro anni o con pena pecuniaria, l’imputato può chiedere la sospensione del processo con messa alla prova, che consiste in lavori di pubblica utilità, condotte riparatorie e risarcitorie, l’affidamento ai servizi sociali. Se l’esito è positivo, il reato si estingue, in caso di trasgressione scatta la revoca. Durante il periodo di prova è sospesa la prescrizione. La riforma elimina la condanna in contumacia. Se l’imputato è irreperibile, il giudice sospende il processo, ma può acquisire le prove non rinviabili. Alla scadenza di ogni anno dispone nuove ricerche di reperimento dell’imputato, finchè dura la ricerca è sospesa la prescrizione. Se le ricerche hanno buon esito, il giudice fissa la nuova udienza, l’imputato può chiedere il patteggiamento o il rito abbreviato.

Il M5S ha votato contro la legge che impedisce le dimissioni in bianco. Ciò nonostante, il M5S ha rivendicato di essere dalla parte delle lavoratrici più di chiunque altro.

Il DDL contro le dimissioni in bianco a firma di Titti Di Salvo (SEL), ripristina di fatto la Legge Damiano, poi cancellata dal governo Berlusconi (comma 10, art. 39, legge 133/2008)

La lettera di dimissioni volontarie, volta a dichiarare l'intenzione di recedere dal contratto di lavoro, è presentata dalla lavoratrice, dal lavoratore, nonché dal prestatore d'opera e dalla prestatrice d'opera, pena la sua nullità, su appositi moduli predisposti e resi disponibili gratuitamente, oltre che con le modalità di cui al comma 5, dalle direzioni provinciali del lavoro e dagli uffici comunali, nonché dai centri per l'impiego.

Per Beppe Grillo, in tal modo il governo ha approvato una legge contro le donne. Perchè: «Fin dal 2001 esiste l’ottimo istituto della convalida: quando una lavoratrice dà le dimissioni, deve poi confermarle presso i Centri per l’Impiego o le Direzioni territoriali del Lavoro, in modo da certificare ufficialmente che non sia stata costretta (...) Su pressioni della lobby di Confindustria, vista nei corridoi della Camera a ronzare intorno ai deputati della maggioranza, infatti, ecco che a Montecitorio passa una legge che neutralizza la convalida».

E’ incomprensibile il motivo per cui i 5 stelle ritengano che andare alla direzione provinciale del lavoro a convalidare le dimissioni in bianco firmate all’atto dell’assunzione sia una tutela più efficace della sola possibilità di andare alla direzione provinciale del lavoro a firmare un modulo di dimissioni datato e valido solo per quindici giorni.

Davide De Luca sul Post e su Libero sostiene la tesi del M5S. La nuova soluzione proposta dal DDL Di Salvo tutela meno i lavoratori dalle cosiddette “dimissioni estorte”. Immaginiamo che il datore di lavoratore riesca ad obbligare un dipendente particolarmente debole a firmare il modulino valido per 15 giorni. A quel punto non c’è più niente da fare per il dipendente, che sarà costretto ad abbandonare il posto di lavoro. Con il sistema attuale, invece, è sempre possibile per il lavoratore recarsi alla Direzione territoriale del lavoro e dichiarare che le sue dimissioni sono state estorte

Ma così dicendo non si considera che è molto più facile estorcere dimissioni in azienda all'atto dell'assunzione che non alla direzione del lavoro, e che, con il medesimo ragionamento, è possibile anche estorcere la convalida. Infatti, l’istituto della convalida non ha impedito il licenziamento di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici. De Luca sparge generico scetticismo sui dati della Cgil, ma ignora quelli dell’Istat: (...) a fronte della stabilità tra le diverse generazioni della quota di madri che interrompono il lavoro per la nascita di un figlio, tra quelle più giovani generazioni aumentano le interruzioni più o meno imposte dal datore di lavoro. In questo contesto, le ‘dimissioni in bianco’ quasi si sovrappongono al totale delle dimissioni.

Così il voto contrario di Grillo non si capisce. Se non per il fatto di essere un voto contro il governo e forse a favore delle piccole e medie imprese, specie del nord-est, tra cui il M5S raccoglie un consenso molto ampio.


Riferimenti:

L'ultimo nato tra i quotidiani di carta, Pagina99, ha chiuso dopo 35 giorni di pubblicazione. Un record. Il quotidiano Pubblico di Luca Telese aveva chiuso dopo 103, nel settembre 2012. Pagina99 è un secondo giornale, cioè un quotidiano in competizione, non con La Stampa, il Corriere della Sera, la Repubblica, ma con il Fatto, l'Unità, il Manifesto. A giudicare dalle firme sembrava soprattutto una scissione del Manifesto.


In generale non lo so. Vedo che gli esperimenti chiudono rapidamente e che i vecchi giornali declinano, ragionano sulla trasmigrazione integrale nel web. Quindi, pare di no. In particolare, cioè a me personalmente, non serve. Di Pagina99 ho letto alcuni articoli, li ho trovati interessanti, ma non ne sono diventato un lettore affezionato.  Per due motivi. 

Le notizie le trovo sul web, prendendole un po' da tutti i giornali, anzi ormai con i social-network sono spesso loro che trovano me. Quasi in tempo reale. A cosa potrebbe servirmi un giornale, un giornale solo, in carta, che mi racconta e analizza le stesse cose il giorno dopo? Poteva esserci la differenza della comodità. Leggere su carta, specie gli articoli di approfondimento, è meglio che leggere sul monitor di un computer. Ma ormai esistono i tablet e gli smartphone. La differenza di comodità è annullata o addirittura invertita.

Riesco a riconoscermi in qualche giornalista, ma non più in un solo giornale. Un tempo il mio giornale era il Manifesto. La scelta del giornale implicava una scelta di appartenza ad una ideologia, ad un'area politica, ad una comunità di persone, parte di una orbita interna od esterna ad un grande partito, quale era il PCI e l'immediato ex PCI. Il Manifesto ne era la coscienza critica. In principio era stato potenzialmente lo strumento organizzativo di un nuovo partito. Insomma, aveva una funzione che andava oltre l'idea di fare soltanto informazione.

Oggi un nuovo giornale di carta deve fare i conti con la concorrenza del web e di tutti i dispositivi digitali che soppiantano la carta e con il vuoto pneumatico della politica. Così gli mancano sia lo spazio, sia l'utilità. I promotori del nuovo giornale sicuramente ci avranno pensato, ma lo hanno fatto lo stesso. Forse perchè per molti giornalisti, nati e cresciuti prima della rete, il giornale di carta è l'autentico e nobile formato dell'informazione. Qualcosa di simile ad una questione di status, ad una questione di rango.

Chiamparino balla con Renzi. Felici, con lo sguardo sorridente, ma basso, come a voler guidare con impacciata attenzione i propri passi di danza. Tra i due pare esserci un filo di tenerezza, di serena intimità. Pare. Purtroppo, è solo l'istantanea di un saluto, quasi abbraccio alla Leopolda, quando tutti e due erano sindaci. Un'istantanea scelta per fare il manifesto elettorale di Chiamparino candidato alla presidenza della Regione Piemonte. Un'immagine insolita per il modo in cui i due uomini si manifestano solidarietà e affetto, quasi fosse un messaggio subliminale antimachista. Per questo mi ispira simpatia. La sensazione di un messaggio molto laico e progressista.

Per il resto, lo slogan scritto dice solo che in Piemonte come in Italia il PD dà il meglio. Cioè, dà Chiamparino e Renzi. L'immagine è di nuovo insolita, ma questa volta lascia perplessi. Sergio Chiamparino, nel bene o nel male, è un uomo con una storia locale molto forte (e molto lunga). E' un «vecchio». Sindacalista della Fiom; segretario della Federazione torinese del PDS, regista dell'operazione Castellani, deputato PDS, poi sindaco di Torino, subentrato in extremis nel 2001 al prematuramente scomparso Sergio Carpanini, rieletto nel 2006 con la più alta percentuale in Italia. Il sindaco delle Olimpiadi invernali e della costruzione del metrò. Presidente della compagnia San Paolo. Un uomo di sinistra molto moderato, tanto e più della nuova leadership del PD, un ultras sostenitore della Tav, senza il folclorismo di uno Stefano Esposito.

Dunque, un candidato del Partito democratico con una forte legittimazione tanto interna quanto esterna, che si avvale di riflesso del consenso di un personaggio di ben poca storia (solo la rottamazione di una parte del gruppo dirigente del PD), sindaco di un altra città, Firenze, ora proiettato a Palazzo Chigi, non dalle vittorie sue, ma dalle sconfitte dei suoi predecessori, carico di aspettative. Il «vecchio» che si fa sponsorizzare dal «giovane» in nome del «meglio». Capisco il senso: «io non sono da rottamare», ma a differenza della prima immagine questa mi ispira poca fiducia e simpatia. La prima è coraggiosa, la seconda no. Nella stessa foto.

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