Ricordo che da bambino e da adolescente un valore fondamentale era dato dalla forza. In classe o nella banda di amici in strada era importante essere il più alto, il più robusto, il più forte. Bisognava prevalere nelle contese corpo a corpo. Era importante anche saper dileggiare e saper rispondere a tono ai dileggi. Se non si era abbastanza forti, si poteva provare a diventare amici dei più forti, in genere i ragazzi più grandi. Se si era perdenti si poteva scegliere tra il vendere cara la pelle - poteva valere la pena di prenderne un bel po’, ma una volta sola, perchè se anche il più forte ne prendeva, la volta dopo ci pensava bene prima di attaccare di nuovo briga - oppure si poteva scegliere la resistenza passiva, in modo che per l’altro l’infierire diventasse presto noioso. I bulli non solo picchiavano, offendevano e umiliavano, ma colonizzavano anche la mente delle loro vittime. Il codice d’onore di tutti, era il codice del bullo. Si poteva chiedere aiuto all’amico più grande, ci si poteva coalizzare, ci si poteva misurare una banda contro l’altra, ma una cosa era fuori discussione: non si poteva dire niente, nè ai genitori, nè agli insegnanti. Significava avere paura, essere deboli, essere vigliacchi.

Da adulti si forma una idea più matura delle relazioni personali. Anche se la prestanza fisica può rimanere un vantaggio, la forza è data dall’istruzione, dalla competenza, dal consenso, e dalla disponibilità di risorse. I rapporti si regolano con delle norme e si praticano mediante discussioni, trattative, votazioni. In caso di controversie non risolte, si ricorre all’arbitraggio di una parte terza. Se si ritiene di aver subito un danno, un sopruso, un reato, è reputato incivile farsi giustizia da sè, ci si appella alla giustizia dell’organizzazione sociale. La cui tutela è rivendicata da tutti come un diritto. Nella maturità, l’uomo che porta la sua denuncia al giudice non è più il bambino che lo dice alla mamma o alla maestra.

E la donna che porta la sua denuncia al giudice?

A leggere alcuni articoli di area queer o postfemminista, sembra che le loro autrici vivano il rapporto con il diritto alla tutela con le stesse inibizioni di quei bambini, di quegli adolescenti che avevano paura di fare una figuraccia nel ricorrere alla mamma. Come se le donne, per non sentirsi inferiori agli uomini, dovessero aspirare al pari di quei ragazzini ad un infantile modello di virilità autosufficiente e diventare capaci di salvarsi da sole: le donne che non devono chiedere mai. Altrimenti sono deboli e bisognose di protezione.

La storica di genere Natalina Lodato scrive che le sette deputate del PD, bersaglio di pesanti offese sessiste proferite da un disonorevole pentastellato, hanno sbagliato a sporgere denuncia. Una denuncia che lei rappresenta come un rifugiarsi all’ombra del penale. Molto simile ad andarsi a nascondere dietro le sottane della mamma. Esigere giustizia dall’autorità sarebbe quindi dimostrazione di debolezza. Proprio come la pensano i bambini. Natalina Lodato trova la prova di questa debolezza nel fatto che le deputate offese - in particolare Michela Marzano - non abbiano saputo reagire neanche con un liberatorio vaffanculo. Per poi magari impegnarsi in una spirale di insulti o in una rissa, come si usa tra persone invulnerabili. Il rimprovero di debolezza è declamato fin dal titolo dell’articolo: Le deputate offese che non trovano altre “parole per dire”… 

Poco male. Le parole per dire le offre Eretica/FikaSicula nel post successivo. Una descrizione delle proprie abilità nell’eseguire una fellatio. All’apparenza una banale provocazione. Invece è l’applicazione di una raffinata teoria performativa. Quella secondo cui puoi incassare una offesa, rivendicandola come fosse un complimento. Nella speranza che l’offensore si lasci incantare dal tuo nuovo ordine simbolico, almeno il tempo di divertirsi. Se l’incantesimo riesce, dura poco e lo intuisce la stessa performatora nelle due righe conclusive del suo post. Quando l’onorevole FikaSicula esporrà il suo pensiero sulle riforme istituzionali, la legge elettorale, la legge di stabilità, in dissenso con il suo maschile interlocutore, questi la rimanderà alla performance precedente.

Un altro dato dell’adolescenza è l’ossessione per il sesso. Gli adolescenti lo hanno scoperto da poco e ne parlano in continuazione. Lo vivono come una grande trasgressione. Visto con occhi adolescenziali, l’offensore a cinque stelle è un Pierino. Le sette deputate del PD, donne un po’ rigide e moraliste, che stigmatizzano il sesso invece di farci su una risata. Magari ammiccante. Con occhi adulti, è più chiaro che il sesso è cultura. Può essere mezzo e metafora di tante cose. Può comunicare amore, dare piacere, esprimere arte, essere un espediente per aumentare il traffico nel proprio blog,  essere usato come clava per umiliare e offendere. La dignità delle donne è un concetto ambivalente. Può riferirsi alla tradizionale idea di moralità sessuale femminile o riferirsi semplicemente alla dignità umana delle donne. Da riconoscere e rispettare alla pari di quella degli uomini.

La sostanza dell’offesa ricevuta dalle deputate del PD, non c’entra nulla con lo stigma di questa o quella pratica sessuale. C'entra con la riduzione della donna a mero sesso, ad organi genitali al servizio di questo o quell'uomo, che rappresenta una grave forma di mutilazione della donna, mai percepita come persona dotata di corpo e mente. C’entra con il pregiudizio fortemente sessista per cui qualsiasi donna abbia conseguito una carica o abbia raggiunto una posizione mediamente elevata lo debba non tanto alle sue competenze intellettuali, alle sue doti organizzative ecc ecc, ma soltanto alle sue capacità sessuali. Perché pare ovvio che la donna sia intellettualmente inferiore all'uomo e che l'unica dote che possieda sia, accanto al cucinare e allo stirare, fare sesso, ossia porsi al servizio dei bisogni e dei desideri maschili. Qualsiasi posizione una donna ricopra, la occupa  immeritatamente. 

In sostanza, quella offesa dice semplicemente State zitte e ritornate al vostro posto. In effetti è stata proferita da chi cercava di impedire ad una commissione parlamentare di svolgere le sue funzioni. Al di là del tempo e del luogo, quella offesa continua a dirlo, perchè in rete è diventata un virus. Perciò, bene hanno fatto quelle deputate a riappropriarsi della propria soggettività, nella forma che hanno ritenuto più opportuna. Se un uomo pubblico venisse accusato ingiustamente di essere un ladro, un corrotto, un corruttore, un mafioso, e decidesse di tutelarsi con una querela, non ci sarebbe discussione, nessuno si sognerebbe di immaginarselo solo per questo debole, vulnerabile, bisognoso di protezione.

Vedi anche:
Wonder Woman (Il Ricciocorno 01.02.2014)
Le italiane non sono brave solo a fare quello (Lucina Di Meco 01.02.2014)
M5S, insulti sessuali: perchè le donne? (Monica Lanfranco 02.02.2014)

Il governo Letta ancora una volta è ricorso alla formula del decreto omnibus, per fare approvare nello stesso provvedimento un insieme di norme eterogenee, senza relazione tra loro. In particolare, la sospensione del pagamento della seconda rata dell’IMU, e la riforma della Banca d’Italia. Con questo provvedimento, i contribuenti risparmiano 2,2 miliardi di tasse sulla casa, incamerano circa un miliardo di imposte dalle banche, ma concedono 7,5 miliardi alla ricapitalizzazione di Bankitalia che frutteranno plusvalenze miliardarie ai due principali azionisti Intesa San Paolo e Unicredit.

A sinistra, molti commentatori giudicano la sospensione della seconda rata dell’IMU come la foglia di fico di un grande regalo alle banche ed esprimono preoccupazione circa lo stato di salute dei bilanci bancari da quest’anno sottoposti al controllo della BCE, ragione per cui il grande regalo sarebbe necessario per riportare i conti in attivo. Il fatto che la riforma sia stata elaborata dagli uffici della stessa Banca d’Italia e messa a punto dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, già direttore generale della Banca d’Italia, è visto come un grave limite di autonomia della politica.

Il ministro Saccomanni asserisce che la ricapitalizzazione non costa nulla ai contribuenti poichè è realizzata con il ricorso alle riserve statutarie di Bankitalia. Si tratta in ogni caso di denaro pubblico, che in tempi di crisi economica viene utilizzato a favore di grandi banche private, senza che sia chiaro il vantaggio sociale di un tale trasferimento.

Il decreto è stato approvato in modo relativamente facile al Senato, ma ha incontrato una opposizione ostruzionistica alla Camera da parte del M5S, forse incattivito dall’accordo elettorale tra Renzi e Berlusconi, che può ridimensionare la rappresentanza grillina nella prossima legislatura. Motivo che può avere indotto il M5S anche alla presentazione della messa in stato d’accusa del presidente della repubblica, definito «boia» in parlamento dall’on. pentastalleto Giorgio Sorial.

Il governo ha accusato l’ostruzionismo grillino di impedire la sospensione della seconda rata dell’IMU. Il M5S ha proposto lo stralcio dal decreto della normativa relativa alla Banca d'Italia. Il governo ha rifiutato, l’ostruzionismo è proseguito. Giunti all’ultimo giorno utile per l’approvazione,  la presidente della Camera ha applicato per la prima volta nella storia repubblicana la regola della tagliola. Cioè ha posto in votazione il decreto prima della mezzanotte, interrompendo il dibattito, o meglio il filibustering dei deputati grillini tutti iscritti a parlare.

Ne è sorta una bagarre. I grillini hanno occupato i banchi del governo e poi le sedi delle commissioni parlamentari, tra cui quella degli Affari costituzionali dove si discute la legge elettorale. Durante l’assalto ai banchi del governo, un questore di Scelta Civica, Stefano Dambruoso, ha schiaffegiato una deputata grillina, Loredana Lupo, rivendicando (a dire di lei): «Nella mia vita ho picchiato tante donne, non sei la prima»Durante l’occupazione della Commissione Affari costituzionali, un deputato grillino, Massimo Felice De Rosa, ha proferito pesanti offese sessiste alle deputate del PD Micaela Campana e Alessandra Moretti. Un articolo dagli accenti sessisti è stato scritto da Andrea Scanzi contro la presidente della Camera, mentre Pierluigi Battista ha difeso i virili schiaffi del questore, che il 21 febbraio a Milano interverrà come relatore ad un convegno sul contrasto alla violenza di genere.

Laura Boldrini ha giustificato la sua decisione con la volontà di evitare agli italiani il pagamento della seconda rata dell’IMU. Una giustificazione discutibile, sia perchè il decreto contiene anche la riforma bancaria e il dare e avere non è certo sia vantaggioso per gli italiani, sia perchè si tratta di una valutazione di merito, non di necessaria pertinenza per la presidente dell’assemblea.

La tagliola, al contrario di quanto viene diffusamente detto, non è di per sè un istituto antidemocratico. Lo sarebbe se venisse applicato in modo arbitrario, per stroncare un dibattito parlamentare vero. Può essere invece una legittima risposta all’ostruzionismo. Al Senato, la tagliola è praticamente inscritta nelle regole del dibattito sui decreti, in quanto viene preventivamente deciso il termine previsto per la votazione e i tempi degli interventi dei senatori sono contingentati.

Dato che un decreto deve essere convertito in legge entro 60 giorni dalla sua presentazione, escludere la tagliola e permettere l’ostruzionismo, consegnerebbe ad una opposizione poco responsabile un potere di veto mai aggirabile. Ricordiamo che in tutta la sua storia parlamentare, dal 1946 al 1991, il Partito comunista italiano, principale partito di opposizione nella cosiddetta prima repubblica, ha fatto l’ostruzionismo solo in due occasioni. Una relativa alla collocazione internazionale dell’Italia (l’adesione al Patto atlantico), l’altra relativa allo storico istituto della scala mobile, che difendeva il potere d’acquisto dei salari dall’inflazione (il decreto Craxi che taglia d’autorità quattro punti di contingenza).

Laura Boldrini di fronte all’ostruzionismo può evitare di giustificarsi. Tuttavia essendo la presidente della camera può difendere le prerogative del parlamento nei confronti del governo. Dunque, garantire l’approvazione, maggioranza permettendo, entro il tempo stabilito di decreti leggi omogenei, aventi il requisito di necessità ed urgenza, ma non garantire affatto l’approvazione di decreti omnibus, che mettono insieme norme disomogenee, prive del requisito di necessità ed urgenza. Come è il caso del decreto IMU-Bankitalia.

La proposta della nuova legge elettorale è motivo di contrasto. Le contestazioni si concentrano su alcuni temi. 1) Il merito della legge (premio di maggioranza, liste bloccate, soglia di sbarramento); 2) l'opportunità di stringere un accordo con Silvio Berlusconi; 3) la parità di genere.

Un porcellum riformulato
Sul merito della proposta di legge presentata alla comissione Affari istituzionali è intervenuto, tra gli altri, un appello firmato da 29 giuristi, primo firmatario Stefano Rodotà, il quale obietta che la nuova legge presenta gli stessi difetti di costituzionalità del Porcellum, e può quindi andare incontro ad una nuova bocciatura della Corte Costituzionale. Il premio di maggioranza, anche se vincolato al raggiungimento di una soglia minima, fissato ad una percentuale troppo bassa (il 35%), continua ad essere sproporzionato: il voto del 35% degli elet­tori, tra­du­cen­dosi nel 53% dei seggi, ver­rebbe infatti a valere più del dop­pio del voto del restante 65% degli elet­tori deter­mi­nando, secondo le parole della Corte, un’alterazione pro­fonda della com­po­si­zione della rap­pre­sen­tanza demo­cra­tica. Le liste bloccate continuano ad essere tali, anche se più corte, mantenendo nelle mani delle segreterie dei partiti la designazione dei rappresentanti. In tal modo, il voto degli elettori è soltanto indiretto e quello che di nuovo ne risulta è un parlamento di nominati. Infine, sono raddoppiate le soglie di sbarramento: l’attuale pro­po­sta richiede il 5% alle liste coa­liz­zate, l’8% alle liste non coa­liz­zate e il 12% alle coa­li­zioni. E' così prescritta la scom­parsa dal Par­la­mento di tutte le forze minori, di cen­tro, di sini­stra e di destra e la rap­pre­sen­tanza delle sole tre forze mag­giori affi­data a gruppi par­la­men­tari com­po­sti inte­ra­mente da per­sone fedeli ai loro capi. Nelle ele­zioni del 1924 con la legge Acerbo voluta dal fascismo già al potere entra­rono comun­que in par­la­mento il Psu con 5,90% e 24 depu­tati, il Psi, 5,03%, 22 depu­tati e il PCd’I, col 3,74% e 19 depu­tati.
Le parti contraenti l'accordo invece sono convinte di aver tenuto conto in modo sufficiente delle indicazioni della Corte Costituzionale, con l'introduzione della soglia minima per accedere al premio di maggioranza e delle liste bloccate corte, sul modello spagnolo, per rendere accettabile l'esclusione del voto di preferenza.

L'accordo modificato
Al primo giorno di discussione in parlamento, Renzi e Berlusconi si sono accordati per elevare la soglia minima al 37% e abbassare il premio di maggioranza al 15%. Lo sbarramento per chi si presenta in coalizione scende al 4,5%. Prevista la clausola "salva-Lega": con il 9% in tre regioni si entra in Parlamento. La proposta di legge è quindi migliorata, ma la sproporzione distorsiva dalla rappresentanza resta. La scelta di una soglia percentuale, peraltro ancora molto al di sotto della maggioranza assoluta ed anche solo del 40%, fissata al 37%, appare del tutto arbitraria e svincolata da un criterio generale. Con questo sistema il PD sembra favorito dai sondaggi, avendo dieci punti di vantaggio su Forza Italia, ma il NCD di Alfano e la Lega di Salvini sono vincolati al cavaliere e in tal modo il presunto margine di vantaggio è già molto ridotto. 

La stabilità senza il consenso
Dal 1993, anno del referendum Segni, l'Italia non è più riuscita a stabilizzare la sua legge elettorale e il sistema di voto è diventato un dibattito permanente, principalmente orientato dal criterio della stabilità a scapito della rappresentanza, senza però riuscire mai a realizzarla compiutamente. Nel caso del Mattarellum, i fautori della stabilità mettevano sotto accusa la quota proporzionale del 25%, nonostante fosse prevista una soglia di sbarramento al 4%, mentre i partitini venivano filtrati dall'uninominale maggioritario o nascevano direttamente in parlamento (ad es. l'UDR di Cossiga nel 1998, decisivo per sostenere la nascita del governo D'Alema). Nel caso del Porcellum, ad essere messo sotto accusa, più razionalmente, è stato il diverso modo di ripartire il premio di maggioranza: su base nazionale alla Camera, per collegio elettorale al Senato, con la possibilità di formare due maggioranze diverse nei due rami del parlamento (nella nuova proposta di legge, in attesa dell'abolizione del bicameralismo, è inserita una 'clausola di salvaguardia' che rende applicabile la stessa legge elettorale della Camera anche al Senato). 
La stabilità richiede consenso. Dato che i principali partiti sono molto lontani dall'avere un consenso autosufficiente, hanno provato ad ottenerlo, in modo surrettizio, alterando i risultati elettorali con meccanismi maggioritari. Fermo restando la preferenza per il proporzionale, correttivi maggioritari sono possibili, magari con un secondo turno che permetta all'elettorato di riorientare il voto, come succede nei comuni sopra i 15 mila abitanti: quando nessun candidato supera il 50% al primo turno, i primi due candidati si misurano al ballottaggio. Il partito o la coalizione vincente ottiene il 60%,  mentre si consente a tutte le minoranze di ripartirsi il 40% dei seggi in modo proporzionale. Un sistema compatibile sia con un modello bipolare sia con un modello multipartitico. La legge elettorale dovrebbe essere il vestito del sistema politico, non la sua camicia di forza. Nel caso attuale invece una legge concepita per un confronto tra due schieramenti, viene forzosamente applicata ad un sistema politico diviso in tre partiti di forza equivalente, tagliando via tutte le forze minori, indifferentemente squalificate come "partitini ricattatori". Oltre che dubbio sul piano democratico, è discutibile sul piano dell'efficacia. Costringere il sistema politico in un bipartitismo obbligatorio, porta a far riemergere conflitti e contraddizioni all'interno di quegli stessi partiti che se ne ritengono costitutivi. Abbiamo appena assistito alla scissione del PDL (in Forza Italia e Nuovo Centrodestra) sulla collocazione parlamentare. E vediamo che la scissione è un tema spesso dibattuto nel Partito democratico, anche solo per essere costantemente smentita. In occasione dell'elezione del presidente della repubblica, il PD è stato da solo fattore di instabilità, non avendo saputo sostenere unitariamente nessuno dei suoi candidati. Immaginare di garantire stabilità e governabilità con artifici e irrigidimenti elettorali in contrasto con la configurazione del sistema politico e la sua naturale evoluzione, espressione di una società eterogenea e complessa, è come creare quegli argini e quelle dighe che poi diventano essi stessi causa di inondazioni maggiori.

La scelta di accordarsi con Berlusconi
L’opportunità di accordarsi con Silvio Berlusconi è stata giustificata con il fatto che la legge elettorale attiene alla materia delle regole e sulle regole ci si accorda con gli avversari. Beppe Grillo ha rifiutato il confronto proposto da Matteo Renzi sulla base di tre modelli elettorali, dunque come interlocutore rimaneva solo il leader di Forza Italia. Interlocutore legittimo perchè, anche se condannato definitivamente per frode fiscale, è stato votato da milioni di italiani.
Punti di vista legittimi. Con una propria logica. Ma nessuna strada obbligata.
La sentenza della Corte Costituzionale, non annulla l’attuale legge elettorale, che rimane in vigore, senza il premio di maggioranza e con la reintroduzione della preferenza unica nel voto di lista. Una legge per andare a votare c’è. Che non abbia il potere di trasformare una minoranza in un vincitore assoluto, non è affatto un difetto, dato che la politica e la democrazia, in tutti i paesi civili, si conducono con mediazioni, intese e alleanze e coabitazioni, tanto per vincere le elezioni quanto per governare.
La legge elettorale è una legge ordinaria, per essere approvata richiede la maggioranza semplice. Come già è successo con il Porcellum approvato nel dicembre 2005 dalla sola maggioranza di centrodestra.
Il fatto che sia aspicabile realizzare il più ampio consenso sulla legge elettorale, non vuol dire che ci si debba accordare con chiunque per realizzare qualsiasi accordo. La disponibilità ad accordarsi con gli avversarsi è pregevole, ma è una disponibilità, non una costrizione. L’accordo siglato sembra essere concepito solo per le prossime elezioni. Potrebbe andare incontro ad una nuova revisione da parte della Consulta. Sarà probabilmente rimesso in discussione dal prossimo parlamento. Comprende questioni che non sono pertinenti con il sistema di voto, come la rinuncia a legiferare sul conflitto d’interessi.
Matteo Renzi poteva prima accordarsi con gli alleati di governo del suo partito e solo in seguito tentare l’accordo con le opposizioni. Tanto più che gli alleati di governo, non sono partner naturali del PD e promettono di essere alternativi alle prossime elezioni, a cominciare dal nuovo centrodestra di Alfano.
Nelle elezioni politiche del 2013, il partito di Silvio Berlusconi, il PDL, ha preso il 21,57%. I sondaggi più recenti attestano Forza Italia intorno alla medesima percentuale. Silvio Berlusconi rappresenta una forza pari ad un quinto di un sistema politico multipartitico, non la metà di un sistema bipolare, come l’accordo siglato vorrebbe prefigurare. A fare la metà del sistema politico sono Forza Italia (circa 20%) e PD (circa 30%) messi insieme. I quali accordandosi, impongono la loro legge elettorale alla restante metà del sistema politico: M5S, Lega, Sel, Ncd, Sc. Al quale si potrebbe aggiungere la sinistra del PD (Cuperlo e Civati), molto critica verso l’accordo, ma indotta a ritirare tutti i suoi emendamenti. Allora, l’accordo tra Renzi e Berlusconi, non è un più ampio accordo di larghe intese in luogo di un accordo della maggioranza di governo. E’ soltanto l’accordo di un altra maggioranza, in quanto due dei tre partiti più grandi convergono nell’interesse di isolare il terzo partito (il M5S) e di marginalizzare i partiti minori.
Anche volendo perseguire l’accordo con Forza Italia, non era necessario da parte di Matteo Renzi, incontrare Silvio Berlusconi nella sede del PD e dichiararsi in profonda sintonia con lui, rilegittimandolo come principale interlocutore politico e partner delle riforme istituzionali. Una rilegittimazione pubblica, ovviamente parte dell’accordo. Che si è scelto di accettare. Se si ritiene che la legittimazione politica del cavaliere sia data esclusivamente dai suoi sette milioni di voti, non ha avuto alcun senso aver votato una norma come la legge Severino e averla poi applicata facendo decadere Berlusconi dal Senato.

Parità di genere
Meno visibile nel dibattito, ma non meno importante è la questione della parità di genere nelle liste elettorali, per cui è stata lanciata anche una petizione online che richiede una vera rappresentanza paritaria per uomini e donne. L’Italicum infatti, nel disegno di legge presentato, prevede nelle liste una alternanza di due uomini e due donne. Ma in testa di lista in molti collegi saranno collocati con ogni probabilità due uomini e saranno gli unici eletti. Così una composizione paritaria delle liste dei candidati produrrà una composizione disparitaria nell’assemblea degli eletti. Perciò, la petizione chiede l’alternanza più logica di un uomo e una donna e la parità anche rispetto ai capilista.


Barometro politico dell'Istituto Demopolis

 


di TK 


Nel mio mondo ideale, uomini e donne dovrebbero essere liberi di lavorare per realizzarsi e per raggiungere l’indipendenza economica, dividendosi la gestione dei figli e della casa. Però forse, sempre in quel mondo ideale, dovrebbero essere entrambi liberi di scegliere come ripartirsi le responsabilità della gestione di una famiglia, senza condizionamenti culturali che prevedono una divisione del lavoro in funzione dei generi. Per esempio è possibile che per un certo periodo di tempo uno dei due si occupi del lavoro fuori casa e l’altro di quello in casa. E questa è una scelta che può nascere anche da valutazioni economiche: buona parte dello stipendio dei due dovrebbe altrimenti essere girato a un estraneo che svolgerà quel lavoro al loro posto. La fotografia è però che sono soprattutto le donne a finire in casa, sicuramente per condizionamenti culturali ma anche perché una donna ha molte meno possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro e generalmente ha uno stipendio più basso del marito, rinunciare al più basso è abbastanza ovvio.

Le casalinghe quindi si trovano a svolgere almeno il lavoro di collaboratrice domestica e baby sitter, a volte di badante. Si occupano cioè dei figli che sono anche del compagno, lavano e stirano i vestiti che indossa, comprano e cucinano il cibo che mangia, puliscono il gabinetto in cui fa pipì e popò, si occupano insomma al suo posto di una serie di incombenze, permettendogli di lavorare e avere una famiglia senza il doppio lavoro che in genere svolgono le madri lavoratrici. E si occupano anche degli anziani, magari anche quelli del compagno. Sopperiscono quindi anche alla carenza di servizi per bambini e anziani.

In sostanza svolgono un lavoro e producono denaro in forma di risparmio. a meno di volere sostenere che colf, baby sitter e badanti sono angeli del focolare nullafacenti.

Da sempre la cultura maschilista non riconosce questo lavoro e lo relega alla sfera della soddisfazione e realizzazione femminile mescolando arbitrariamente lavoro e affettività, ottimo alibi per lo sfruttamento di forza lavoro gratuita.

Sinceramente non so quale sia la posizione da prendere rispetto alla formalizzazione del lavoro di casalinga/o, quello che è certo è che qualsiasi considerazione in merito non può passare per la negazione del lavoro svolto dalle casalinghe e del suo peso a livello sociale e sull’economia delle singole famiglie. Il primo passo per scardinare l’impostazione patriarcale per cui il lavoro in casa è vocazione femminile è riconoscere che si tratta, appunto, di lavoro. Per di più duro.

Per un breve periodo della mia vita ho avuto necessità di fare la casalinga, non è la mia storia. La mia realizzazione professionale e quindi anche umana l’ho cercata e trovata in altri ambiti lavorativi. Lavoro fuori casa e lavoro duramente ma non farei mai la casalinga, Così come del resto a meno di non esserci assolutamente costretta, non farei la badante e la colf, che poi sono quelle che lasciano i propri figli, i propri anziani e le proprie case nelle mani di non si sa bene chi, per occuparsi dei nostri. E ci devono pure ringraziare per il lavoro che offriamo: sembrerebbe che li paghiamo per non fare nulla.


Il post è tratto da una discussione su FB - La busta paga virtuale delle casalinghe



par Attac France -  (Traduzione di Maria Rossi)


Stanno per concludersi i negoziati per la stipula di un accordo commerciale bilaterale tra Unione Europea e Stati Uniti estremamente deleterio per l'ambiente e per i diritti dei lavoratori e dei consumatori di entrambe le sponde dell'Atlantico. Un accordo simile tra Stati uniti, Canada e Messico ha già comportato, fra l'altro, la perdita di un milione di posti di lavoro. Questi pericolosi negoziati sono poco noti in Italia. Eppure sarebbe importante sapere  quali conseguenze potrebbero produrre  e organizzare una mobilitazione che li blocchi, com'è accaduto in passato per altre proposte di accordi multilaterali. Sono convinta, poi, che, come femministe, dovremmo prestare maggiore attenzione e interesse alle decisioni economiche e sociali che vengono assunte dai nostri rappresentanti politici, destinate inevitabilmente ad incidere sulla nostra vita quotidiana, rendendola ancora più difficile e precaria.


L'8 luglio 2013 l'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno iniziato negoziati [n.d.t. che stanno per concludersi] miranti alla stipula di un accordo commerciale bilaterale: il Partenariato  Transatlantico sul Commercio e sugli Investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP). E' l'approdo di molti anni di lobbying dei gruppi industriali e finanziari europei e statunitensi.
Il  partenariato transatlantico potrebbe essere uno degli accordi di libero scambio e di liberalizzazione degli investimenti più importanti mai conclusi, rappresentando la metà del Pil mondiale e un terzo degli scambi commerciali. Come altri accordi bilaterali firmati recentemente o in corso di negoziazione - in particolare l'accordo UE-Canada - il TTIP non si limiterà ad abolire le barriere doganali; ma si estenderà anche alle "barriere non tariffarie". Infatti qualsiasi normativa di regolamentazione, anche se decisa democraticamente, può essere considerata un ostacolo al commercio. Il TTIP mira dunque allo smantellamento o all'indebolimento di tutte le norme che limitano i profitti delle imprese europee o statunitensi, a vantaggio dei loro interessi.
La parte relativa agli investimenti del mandato del negoziato del TTIP prevede inoltre un meccanismo particolarmente minaccioso: il "regolamento delle controversie" che potrebbero insorgere tra attori economici privati e un governo. L'accordo UE-Canada, che non è ancora stato ratificato, contiene la stessa procedura. L'introduzione di tale meccanismo ad hoc, che prevedrebbe la nomina di arbitri esperti che assumerebbero le loro decisioni in piena indipendenza dalle giurisdizioni pubbliche nazionali o comunitarie, permetterebbe alle imprese multinazionali di intentare causa contro gli Stati le cui norme sanitarie, ecologiche o sociali, o le cui normative a tutela dei consumatori o delle economie locali fossero considerate d'ostacolo agli investimenti stranieri. L'obiettivo perseguito è questo: estendere il campo degli investimenti possibili e garantire la libertà e i vantaggi degli investitori.
Il TTIP potrebbe avere notevoli conseguenze anche in altri campi che oltrepassano ampiamente i confini del commercio. Ad esempio, rafforzerebbe drasticamente i diritti di proprietà intellettuale degli attori economici privati, amplierebbe il campo di ciò che è brevettabile e potrebbe offrire alle multinazionali delle nuove tecnologie dell'informazione un maggiore potere di controllo sui dati di Internet, in particolare su quelli relativi ai cittadini. Per la Commissione Europea, che conduce i negoziati in nome di tutti i paesi della UE, si tratta di conformare il TTIP al "più alto livello possibile di liberalizzazione". Essa desidera anche elevare l'accordo a modello da imitare.
Quali sono i rischi insiti in questo progetto di accordo?

La  diminuzione dei diritti doganali e gli attacchi alle norme sociali, sanitarie ed ecologiche
Il mandato dato alla Commissione europea dal Consiglio dei ministri europei del commercio il 14 giugno 2013  insiste su una " riduzione sostanziale delle tariffe doganali". Se i diritti doganali sono in media piuttosto bassi su entrambe le sponde dell'Atlantico, restano elevati in determinati settori.
Nell'agricoltura, ad esempio, i diritti doganali medi sono del 7% negli Stati Uniti e del 13% nell'Unione Europea. Questi diritti doganali tutelano certi settori a fronte di un'agricoltura statunitense più industrializzata e più "competitiva", a causa soprattutto della modestia delle tutele sociali ed ambientali in vigore oltre Atlantico. I diritti doganali permettono anche all'UE di tutelarsi di fronte ad un tasso di cambio più favorevole alle produzioni statunitensi. Che cosa accadrà se questi diritti doganali verranno smantellati? Di fronte all'arrivo massiccio dei nuovi prodotti agricoli americani, la nostra agricoltura non avrebbe altra scelta che generalizzare il modello di esportazioni agroalimentari difeso dalle multinazionali europee.
L'accresciuta concorrenza condurrebbe alla contrazione dei costi di produzione, che richiederebbe di abbassare gli standards ambientali, alimentari, sociali. Scomparirebbero le possibilità di promuovere la filiera corta e le prospettive di reinsediamento delle attività agricole sul territorio, di impulso all'agricoltura biologica e di conservazione dell'agricoltura contadina.
Il principale argomento sollevato dai sostenitori del TTIP riguarda le ricadute economiche. Tuttavia, sulla base di uno studio della Commissione europea, il guadagno in punti di PIL è stimato pari allo 0,1% in 10 anni, cioè in meno dello 0,01% all'anno...."Ricadute" per la verità insignificanti comparate ai rischi che pesano sul lavoro e sui diritti sociali. Questi potrebbero infatti essere ridotti nel quadro dell'"armonizzazione" delle norme sociali.
Così, ad esempio, secondo la Confederazione sindacale statunitense AFL-CIO, l'ALENA (accordo simile stipulato tra il Messico, gli Stati Uniti e il Canada) è già costato un milione di posti di lavoro, a causa della riduzione delle tariffe doganali e delle ristrutturazioni delle imprese diventate "non competitive". A causa dell'estensione geografica della competizione economica, il mercato transatlantico favorirebbe le fusioni/acquisizioni di imprese, dando alle multinazionali un controllo sempre più ampio sull'economia e sulla finanza.

In sostanza: una nuova tappa decisiva nella storia della deregolamentazione
Dagli anni Novanta, l'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) è stata il motore della liberalizzazione degli scambi. Al suo interno, più di 150 Paesi negoziano la riduzione dei diritti doganali su numerosi beni e servizi, la soppressione delle barriere non tariffarie, così come l'estensione del dominio del libero scambio e del mercato, ad esempio ai servizi pubblici e alla proprietà intellettuale.
La marcia dell'OMC verso la totale deregolamentazione del commercio si è rapidamente scontrata con numerosi ostacoli: da un lato, con la mobilitazione della società civile, che rifiutava le drammatiche conseguenze del libero scambio, dall'altro  con la denuncia della prepotenza e del predominio delle grandi potenze da parte dei Paesi in via di sviluppo. Constatando il relativo blocco dell'OMC, le grandi potenze e in particolare l'Unione Europea e gli Stati Uniti, si sono impegnati in una strategia bilaterale e biregionale con i loro partners commerciali. Le grandi potenze traggono profitto da un rapporto di forza molto sfavorevole ai Paesi più poveri. Quando gli accordi bilaterali si negoziano tra economie di potenza comparabile, il vantaggio dei negoziatori, al riparo dallo sguardo del pubblico, consiste nel potersi spingere più in là di quanto potrebbe avvenire nell'ambito dell'OMC nell'instaurazione di un sistema commerciale concepito con e a favore delle multinazionali.

La mercificazione di nuovi pezzi di economia
I negoziati del TTIP non consistono soltanto nell'abbattere le barriere tariffarie. Si tratterà anche di ridurre ogni barriera normativa all'estensione del dominio del libero scambio, in particolare nel settore dei servizi. La distribuzione dell'acqua e dell'elettricità, l'educazione, la sanità, la ricerca, i trasporti, la cura delle persone....questi settori che per molti costituiscono servizi pubblici, potrebbero anche essere aperti alla concorrenza.
I negoziati del  TTIP rischiano soprattutto di condurre all'apertura dei mercati pubblici in Europa, ma anche negli Stati Uniti, come vogliono le lobbies europee; le comunità locali potrebbero essere costrette a bandire gare  d'appalto aperte alle multinazionali. Dovranno essere rispettate norme vincolanti che non permetteranno più ai comuni di favorire le imprese, il lavoro e i prodotti locali (e quindi lo sviluppo locale), né di adottare norme ambientali e sociali che garantiscano un elevato grado di tutela.
[...]
Nel campo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, il TTIP potrebbe riprendere gli elementi presenti nel progetto "ACTA" (Anti-counterfeiting Trade Agreement, Accordo commerciale anti-contraffazione), che prevedeva di rafforzare moltissimo i diritti di proprietà intellettuale e che un'ampia mobilitazione ha condotto al fallimento nel luglio 2012. In nome della lotta alla "pirateria",  il TTIP potrebbe infatti permettere il controllo generale della rete e ridurre la libertà di espressione in Internet. Altra conseguenza: potrebbe essere minacciato l'accesso dei consumatori ai farmaci generici, meno cari degli altri.
Verranno anche attaccate le norme sanitarie, ambientali - e soprattutto quelle che tutelano il benessere degli animali nel settore dell'allevamento - che "ostacolano" il commercio. Gli Stati Uniti approfitteranno del TTIP per costringere l'Unione Europea ad abbandonare le misure e i principi  (come il principio di precauzione) giudicati "protezionisti" e ad adottare le norme americane.

In concreto
Il vitello  agli ormoni rappresenta la maggior parte della produzione e del consumo di carne di vitello negli Stati Uniti; per ragioni di salute, la produzione e l'importazione di carne agli ormoni è  vietata dalla UE. L'OMC (l'Organizzazione Mondiale del Commercio) aveva già dato ragione agli Stati Uniti e al Canada nella loro denuncia della UE, autorizzandoli ad adottare misure di ritorsione. Cosa accadrà dopo la sottoscrizione del TTIP?
La questione si pone anche per il pollame disinfettato con soluzioni al cloro, che gli Stati Uniti vogliono esportare nella UE. L'accordo UE-Canada, se fosse ratificato, autorizzerebbe le imprese a  intentare causa contro gli Stati che rifiutano il vitello agli ormoni e aprirebbe direttamente la strada ad un accordo tra la UE e gli Stati Uniti.
Attualmente sono autorizzate all'importazione nella UE 52 varietà  di prodotti OGM; le potenti multinazionali delle sementi e le lobbies agro-alimentari premono perché la lista sia ampliata. Le clausole di salvaguardia decise da alcuni paesi come la Francia, che vieta la semina di prodotti OGM sul suo territorio, potrebbero essere attaccate da una multinazionale attraverso il meccanismo di regolazione delle controversie sopra citato.
Per l'industria europea così come per quella statunitense e, in particolare, per le industrie estrattive, i negoziati del TTIP e l'accordo UE- Canada sono una manna: l'occasione per ottenere la messa in discussione di un certo numero di tutele o di norme a protezione dell'ambiente, ad esempio  l'estrazione del gas da argille vietata in Francia e in Bulgaria, o la normativa europea REACH sui prodotti chimici, ritenuta troppo rigida.
Le banche e le assicurazioni si fregano le mani: il TTIP sarà  anche l'occasione per le lobbies finanziarie di ridurre gli strumenti di regolazione finanziaria e bancaria e di accentuare la liberalizzazione dei servizi finanziari. Diventerà impossibile rinforzare i controlli sulle banche, tassare le transazioni finanziarie, lottare contro i fondi speculativi.

Un attacco senza precedenti alla democrazia: le multinazionali al comando, il controllo  dei cittadini ostacolato
Le multinazionali europee e le loro lobbies, come Business Europe, hanno dispiegato un'intensa azione di lobbying in vista dell'apertura dei negoziati del TTIP. Gli interessi industriali hanno il predominio presso le istituzioni europee, come testimonia la composizione e il funzionamento del gruppo di lavoro di alto livello creato dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti per esaminare gli effetti dell'accordo e fare delle raccomandazioni.
La Commissione ha moltiplicato le consultazioni delle multinazionali europee. Così, tra i 130 incontri  della Commissione per discutere con le parti riceventi dell'accordo, 119 erano  con le multinazionali o con lobbies industriali di primo piano. Contemporaneamente il pubblico rimane totalmente disinformato. Senza una forte mobilitazione dei cittadini, l'opacità dei negoziati resterà la norma, poiché finora il mandato della Commissione europea ha potuto essere conosciuto soltanto grazie a fughe di notizie.
Ma il primo pericolo per la democrazia riguarda il meccanismo d'arbitraggio "investitore versus Stato" previsto nel mandato dato alla Commissione europea. Questo meccanismo di regolamento delle controversie, che figura già nell'accordo UE-Canada, permetterebbe alle multinazionali di denunciare uno Stato o una comunità locale allorquando una legge o un regolamento vengano considerati d'ostacolo al commercio e all'investimento.
Per le multinazionali, la posta in gioco è importantissima. Si tratta di ottenere la possibilità di agire da autentica "polizia dell'investimento", di obbligare gli Stati a conformarsi alle loro regole e di poter eliminare ogni ostacolo ai loro profitti presenti, ma soprattutto futuri: ostacoli come norme sanitarie, ecologiche, sociali, votate democraticamente, e rimesse in discussione in nome del sacro principio del diritto degli investitori!
Vi sono numerosi esempi di denunce delle multinazionali  fatte in base agli accordi bilaterali d'investimento già conclusi. Alcuni Stati sono già stati condannati al pagamento di ammende molto dissuasive, dell'ordine di milioni, se non di miliardi di dollari (Nuova Zelanda, Uruguay, Argentina...)

Lone Pine e i gas da argille
Sulla base di un meccanismo simile a quello di arbitraggio "investitore versus Stato" previsto dal TTIP, la multinazionale Lone Pine ha promosso una causa giudiziaria contro il governo canadese e chiede 250 milioni di dollari di risarcimento per gli investimenti e i profitti non realizzati a causa della moratoria sull'estrazione del gas da argille (gas da scisti) stabilita dal Québec. In Francia, grazie a importanti mobilitazioni popolari, la fratturazione idraulica è, per ora, vietata. Ma regolarmente le industrie del settore ritornano alla carica per convincere le autorità dei benefici economici di questa estrazione ultra-inquinante. Che accadrà se i giganti dell'energia europei o americani decidessero di utilizzare il TTIP per intentare causa contro il governo francese?

Conclusione
Nel 1998 una mobilitazione internazionale dei cittadini era riuscita a far fallire un progetto d'accordo internazionale negoziato nell'ambito dell'OCDE, che mirava alla liberalizzazione degli investimenti delle multinazionali : l'Accordo Multilaterale sugli Investimenti. Anche l'Accordo Commerciale anti-contraffazione è stato respinto nel luglio 2012 dagli eurodeputati in seguito ad un'ampia mobilitazione dei cittadini europei. E' dunque possibile impedire questa sottomissione della società e della natura agli interessi mercantili delle multinazionali.
Dobbiamo ottenere il rifiuto della ratifica del trattato tra il Canada e l'Unione Europea perché contiene già le principali disposizioni che respingiamo e il blocco dei negoziati sul TTIP perché rappresenta una minaccia per i cittadini e le cittadine europee/i e statunitensi.
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Il diritto del personale sanitario ad opporsi alla pratica 
dell'interruzione di gravidanza continua ad essere garantito


di Maria Rossi


Martedì scorso l'Assemblea Nazionale francese ha approvato un emendamento al progetto di legge sulla parità tra uomini e donne, presentato da deputati e deputate socialiste, che riforma la normativa sull'interruzione volontaria di gravidanza, introdotta nell'ordinamento giuridico d'Oltralpe nel 1975 (legge Veil) e modificata il 4 luglio 2001 su proposta di Martine Aubry ed Elisabeth Guigou (loi Aubry). Il nuovo articolo 5 quinquies C del progetto di legge sulla parità tra uomini e donne sopprime il concetto di "détresse", un vocabolo polisemico che indica sofferenza, depressione, solitudine, disperazione, pericolo, indigenza. La legge Veil del 1975 la prevedeva come causa legittimante il ricorso all'aborto. Con la sua cancellazione, l'interruzione volontaria di gravidanza diventa un diritto esigibile, senza alcuna limitazione, da tutte le donne che vogliano farvi ricorso, anziché prospettarsi come una mera concessione vincolata al verificarsi di determinate condizioni. L'emendamento è stato sostenuto ed approvato da tutti i deputati e le deputate di sinistra, mentre ha incontrato l'opposizione del partito di destra UMP e, naturalmente, del Front National. Prima di essere inserito nell'ordinamento giuridico francese, l'articolo deve essere approvato senza modifiche dal Senato.

Nel corso della stessa seduta l'Assemblea Nazionale ha respinto a larghissima maggioranza l'emendamento presentato dal deputato dell'UMP Jean-Fréderic Poisson che mirava a sottrarre l'aborto dall'elenco delle prestazioni gratuite. Poisson non ha ricevuto neppure l'appoggio del suo partito. Il suo emendamento, infatti, è stato respinto con 142 voti contrari e solo 7 favorevoli. L'interruzione volontaria di gravidanza rimane così un intervento totalmente rimborsabile dal servizio sanitario.[Le Parisien 21.01.2014].

La notizia sulla modifica della legge francese sull'aborto è stata riportata in Italia da alcuni correttamente (ad esempio dalla pagina facebook delle ragazze del blog Un altro genere di comunicazione), da altri in modo piuttosto confuso. Si è sostenuto che la riforma approvata martedì infliggerebbe una sanzione penale di due anni di carcere e una ammenda dell'importo di 30.000 euro agli obiettori di coscienza. Non è esattamente così. La questione è più complessa e merita di essere chiarita.

Il diritto del personale sanitario ad opporsi alla pratica dell'interruzione di gravidanza è garantito dall'art. L 2212-8 del Codice della sanità pubblica che non è stato affatto modificato od abrogato, come erroneamente taluno sostiene, dall'assemblea Nazionale. L'art.8 della legge n. 2001-588 del 4 luglio 2001 sull'aborto (meglio nota come legge Aubry) prevede però che il medico obiettore debba indicare alla donna interessata i nomi dei colleghi disposti ad eseguire l'intervento. Questa disposizione conferisce alla legge francese quell'efficacia che manca a quella italiana.

La comminazione di due anni di carcere e di un'ammenda di 30.000 euro è prevista invece dal 2001 (sottolineo dal 2001, non da martedì scorso!) dall'art. L.2223-2 del Codice  della sanità pubblica, così come modificato dall'art 17 della legge Aubry, a carico di chi impedisce o tenta di impedire l'interruzione volontaria di gravidanza o gli atti che la precedono sia ostacolando l'accesso alle strutture che la praticano, intralciando la libera circolazione al loro interno e il lavoro del personale sanitario, sia esercitando pressioni psicologiche e morali, minacce o atti di intimidazione nei confronti di chi effettua l'intervento o nei confronti delle donne che vogliono abortire o di chi le accompagna.

Il 17 settembre 2013 il Senato ha approvato all'unanimità un emendamento che integra quest'articolo con l'aggiunta delle parole "ou de s'informer sur ces actes", configurando come reato gli impedimenti all'acquisizione da parte delle donne interessate di informazioni corrette sull'interruzione di gravidanza nelle strutture che la forniscono come i centri di pianificazione familiare. Questo emendamento (n.91) non è stato ancora  discusso dall'Assemblea Nazionale e, quindi, non sappiamo se verrà approvato.

In conclusione, suggerisco a tutte le blogger, prima di lanciarsi in invettive, di assumere  le necessarie informazioni sugli argomenti di cui trattano. Non siamo giornaliste professioniste, ma abbiamo il dovere, credo, di offrire alle nostre lettrici e ai nostri lettori notizie chiare e corrette.

Dopo la foto che ritrae la compagna del magnate russo Roman Abramovich e editor del magazine Garage Dasha Zhucova seduta su una sedia umana dalle sembianze di una donna di colore, è arrivata una risposta a tono. Un artista gay russo ha infatti diffuso uno scatto che ritrae un uomo di colore seduto su un uomo bianco. Parti invertite quindi dopo l'immagine che la rivista Boro24/7 aveva pubblicato su Instagram (poi rimossa) proprio nel giorno del Martin Luther King Day. Uno scatto che aveva sollevato commenti indignati e aveva costretto la rivista a cancellare la foto dopo le accuse di razzismo. Così Alexander Kargaltsev, fotografo che vive a New York e attivista gay, ha deciso di mettere in scena la sua risposta al ritratto "scandaloso e di cattivo gusto". "Sono stato costretto a lasciare la Russia a causa della discriminazione che ho vissuto come gay", ha scritto Alexander Kargaltsev in una mail all'Huffington Post Usa. "Sono molto deluso - ha aggiunto - dal fatto che la xenofobia sia così forte nel mio paese e che una tale immagine della signora Zhukova possa apparire quasi fosse normale e insignificante. I russi non sembrano dare peso alle offese verso il principio di non discriminazione per ragioni di razza, nazionalità, orientamento sessuale e così via." [Huffington Post 25.01.2013]

Si può capire, ma non sembra una buona idea. Ci ha pensato la stessa Dasha Zhukova dicendo, per provare a riparare, che la sedia ha anche una versione con donna bianca. [Lunanuvola 24.01.2013]. Sarebbe sbagliato voler pareggiare, al razzismo non si risponde con il razzismo. Il fatto è che il razzismo non si pareggia, perchè non è solo una questione formale. L'offesa razzista ha senso perchè gli è dato da un contesto storico e ancora attuale fatto di schiavismo e discriminazioni. La prima immagine ne diventa subito un simbolo evocativo. La seconda, un rovesciamento carnevalesco. Nelle rappresentazioni, i razzismi non si possono invertire, perchè nella realtà la storia e le gerarchie rimangono uguali.




di Jean-Marie Blanchard -  (Traduzione di Maria Rossi)


Ho cominciato ad andare a prostitute a 22 anni circa. Un inizio piuttosto atipico, visto che la maggior parte dei clienti sono uomini sposati con figli. Non piacevo molto alle ragazze e mi concentravo sul mio dolore per il quale ritenevo di meritare una sorta di risarcimento. E' così che ho avuto il mio primo rapporto sessuale, con una prostituta.
Andavo a Parigi, in via Saint-Denis, una o due volte alla settimana. E' durato un mese. I primi rapporti costavano circa 50 euro, poi alcune hanno finito per propormi una tariffa di 30 euro senza che io chiedessi nulla.
Di fronte a questa riduzione di prezzi, ho capito che quelle ragazze erano sfruttate dai prosseneti, costrette ad avere ogni giorno molti rapporti. Allora ho smesso immediatamente di andare con le prostitute che esercitavano in strada. Erano in maggioranza Nigeriane anglofone. Non c'era alcuno spazio per la conversazione; l'imperativo di moltiplicare i clienti impediva qualsiasi interazione non meramente sessuale.

Le escorts sfruttate dai prosseneti non sono rare

Ho contattato allora delle escorts in Internet, pensando che la mia richiesta fosse banale, che queste donne fossero libere e che a loro piacesse avere rapporti con gli sconosciuti. Fandonie che i clienti si raccontano per legittimare i propri atti. Così mi sono reso rapidamente conto che la realtà era molto meno sfolgorante.
Nel corso dei rapporti pagati ad ore e non ad atto, alcune mi raccontavano a volte la loro vita. Il loro passato complicato, la loro infanzia e altri fattori che avevano condizionato il loro ingresso nella prostituzione.
Non sono poche le escorts sfruttate dai prosseneti. I Sudamericani, ad esempio, si trinceravano dietro una sedicente mutua assistenza per affittare il loro alloggio alle compatriote e intascare una percentuale sui rapporti sessuali. Gli articoli di stampa che ho letto all'epoca non lasciavano margine ad ambiguità su questa questione.
Il mio egoismo continuava ad imporsi e non potevo impedirmi di ritornare dalle escorts. Non ne ero affatto contento, ma non avendo alcuna relazione, mi dicevo che era sempre  meglio che restare da soli. Una solitudine prodotta principalmente dalla mia introversione. I miei fallimenti con le donne mi rendevano misogino e impermeabile all'idea di dover compiere degli sforzi per rendermi attraente.

Avevo la sensazione di abusare della situazione

Le escorts mi facevano spesso capire di non esercitare la prostituzione per la gioia di farlo. Avevo l'impressione di abusare della situazione, di essere l'artefice di un processo distruttivo. Neppure le Girlfriend experience che simulavano il desiderio, l'affetto e l'attenzione riuscivano più a convincermi che la prostituzione fosse un'attività banale.
Mi sono detto che era necessario che fissassi una data per dare un taglio a questa pratica e che meritavo ben altro che questa sessualità da stupidi. Ho smesso per la prima volta nel 2003, sei mesi dopo aver iniziato. Ci sono tuttavia ricaduto due volte nel 2004, poi altre due volte l'anno successivo.
L'ultima volta ero nel letto di una donna che mi raccontava la sua infanzia dolorosa. Poi, mi ha fatto capire che io ero l'esatto opposto del suo tipo di uomo. Mi sono immediatamente detto: "Ma che ci faccio io qui?" e ho smesso definitivamente di avere rapporti mercenari.
Successivamente, mi sono tenuto lontano da questo mondo, che mi ha tuttavia raggiunto, grazie alle amicizie intessute qua e là. Le confidenze che ho raccolto riecheggiano il contenuto delle ricerche della dottoressa Judith Trinquart e della psichiatra Muriel Salmona, la cui lettura ha confermato le mie prime impressioni. Carenze affettive e abusi sessuali sono potenti fattori che determinano la scelta prostitutiva. Attività globalmente nociva per chi la pratica, fatta eccezione per una minoranza di persone.

L'approccio più efficace è la penalizzazione dei clienti.

Sono diventato un militante abolizionista da un anno e mezzo, grazie al contatto con la persona che è diventata la mia migliore amica: un'ex prostituta che chiedeva 300 euro per ogni ora di rapporto. Malgrado condizioni di esercizio della prostituzione apparentemente buone, l'esperienza l'ha pesantemente traumatizzata. Dopo aver studiato le politiche adottate dagli Stati vicini, ci siamo resi conto che l'approccio più efficace, o, comunque, il meno cattivo, era la penalizzazione dei clienti delle prostitute. Il regolamentarismo tedesco o catalano ha prodotto risultati spaventosi.
Nel 2002 non mi sarei rassegnato ad essere punito. Mi sarei senza dubbio recato nei bordelli dei Paesi confinanti, dove le donne esercitano la prostituzione in condizioni atroci. Ma dopo aver frequentato come amico alcune donne che si prostituiscono e aver constatato gli effetti traumatici che tale pratica produce, non posso che essere favorevole alla penalizzazione dei clienti. Il nostro Paese resta maschilista. E' illusorio sperare che gli uomini si responsabilizzino e scoprano l'empatia.
La legge avrà dunque un impatto pedagogico e può servire da leva per l'uscita dalla prostituzione delle persone che lo desiderano. A condizione, tuttavia, di destinare a questo scopo una somma ben superiore a quella prevista oggi.
E' essenziale chiarire che il corpo delle donne non deve essere una merce. Anche se una minoranza di prostitute è felice, la maggioranza ne esce rovinata, se non distrutta. Constatazione che mi induce ad affermare che la prostituzione è una questione molto importante  perché distrugge la salute e il benessere di chi la pratica.
Il mio ideale è la fine graduale del sesso mercificato, nel quale l'uomo compra (con denaro materiale o simbolico) una donna-oggetto. Io sono favorevole ad una sessualità fondata sul desiderio e sul piacere, in modo tale da  eliminare questi vetusti comportamenti che condizionano le nostre scelte sessuali.

A Bologna, almeno cinque donne sono state aggredite e molestate. Pare sempre dalla stessa persona. Un uomo, forse straniero di origine anglosassone. I giornali lo chiamano “il maniaco di Bologna”. Su Facebook, nasce una fan page intitolata al Palpeggiatore di Bologna, che ne fa una parodia. La pagina conquista subito migliaia di adesioni e divide i commentatori tra chi la trova divertente e chi pensa che sulla violenza di genere non ci sia niente da ridere. Ad apprezzare la fan page, con un articolo scritto in sua difesa su Betty&Books, c’è la ricercatrice Gaia Giuliani, studiosa di storia e filosofia politica, traduttrice italiana di Judith Butler e di Chandra Mohanty.

Gaia Giuliani scrive che la fan page è esilarante e la sua ironia accettabile. Prende in giro, non la violenza, ma il discorso pubblico sulla violenza. Un discorso che rappresenta padri protettori, padroni usurpatori, donne vittime e indifese da una violenza connaturata al maschio. Che non fa i conti con l’ambiguità della figura del molestatore, un personaggio di bella presenza, che in teoria non avrebbe bisogno di molestare, uno dei tanti autori della violenza quotidiana che subiscono le donne ovunque, a casa, al lavoro, sui mezzi pubblici, per strada, uno come i nostri padri, fratelli, figli, mariti, che mai chiameremmo molestatori seriali, ma soltanto un po’ viscidi. Un discorso che confonde un palpeggio con uno stupro, creando allarmismo e psicosi per fatti non drammatici. Una psicosi non giustificata dalla stessa bravura delle ragazze in gambissima capaci di reagire e di cavarsela bene da sole, anche se le ultime forse hanno denunciato perchè suggestionate proprio dalla psicosi del mostro sbattuto in prima pagina.

Tante sono le nostre morali, spesso in disaccordo tra loro. Una ci dice che dobbiamo rifiutare la violenza. Un'altra che dobbiamo avere il senso dell'umorismo. Dunque, possiamo ridere della violenza? In teoria la risposta potrebbe anche essere si. A condizione che il messaggio sia chiaro. Cosa molto difficile, bisogna essere degli umoristi molto bravi, perchè l'ironia è una modalità di comunicazione ambigua. Possiamo essere ambigui sulla violenza? 

Gaia Giuliani sostiene che la fan page prende in giro il discorso pubblico sulla violenza - i buoni, i brutti, i cattivi, le povere indifese, l'allarmismo, la psicosi, etc. - ma questa è una sua interpretazione. Gli autori della fan page nelle informazioni scrivono soltanto: Giusto tributo al leggendario Palpeggiatore dalle caratteristiche fattezze, che con le sue mirabolanti peripezie fa sognare grandi e piccini. Alle critiche, di persone che non hanno capito il senso della pagina e che si prendono troppo sul serio, hanno dato risposte tipo: ironizzare su un fatto specifico - e lo sottolineo nuovamente, non sulle molestie sessuali - è fare sì che le informazioni al riguardo circolino. - Ragazzi, vogliamo davvero ringraziarvi per aver reso quella che era stata concepita come una cagata un po' divertente, una cagata molto divertente. - (...) Dato che noi non misuriamo la felicità in "likes", e che quest'ultimi sono restii a tramutarsi in danaro, credo venga da sé che tutto ciò è fatto per il puro fine di farsi due risate

L'impressione è che la pagina sia solo una goliardata fine a se stessa. Può piacere alla ricercatrice queer che vi proietta sopra la propria decostruzione del discorso pubblico e può piacere al misogino il quale pensa che le donne dovrebbero accettare i palpeggi maschili senza fare tante storie, magari disinibirsi e scoprire che in fondo piacciono anche a loro. Come forse suggerisce uno dei primi post di presentazione: Bello, dannato, fuggitivo, deciso: 4 caratteristiche che farebbero impazzire anche la più indomita delle pupe. La pagina trova tra i suoi difensori Alessandro: Quando succedono queste cose esplode la rabbia e la intolleranza femminile che grida allla criminalizzazione e punizione dei colpevoli. Pensiamo a cosa sarebbe successo se fossero state delle donne a palpeggiare gli uomini: tutto sarebbe finito in tv come una semplice goliardata - ma cosa c'è poi di così tragico se vi hanno toccato le tette, finitela di fare le isteriche, non è successa nessuna tragedia. E' possibile che pensieri di questo tenore siano il più probabile sottotesto della pagina.




Nello suo stesso articolo, Gaia Giuliani non propone un discorso alternativo che parli del carattere strutturale della violenza, piuttosto sottovaluta e minimizza atti di violenza non drammatici che apparterrebbero alla quotidianità di tutte le donne. Moderiamo le parole e descriviamo fenomeni diversi con nomi diversi, altrimenti rischiamo di confondere le cose facendo sì che altre forme di violenza, molto più pesanti e continuative siano messe al pari di eventi come questi. (...) Il palpeggiatore, finché non ha commesso i reati a cui ci si riferisce con la parola ‘mostro’, non può essere definito tale. Non si può condannare l’intezione. L'ironia secondo lei permette di trasgredire i codici del discorso pubblico che ci vuole inerti consumatori di favole disastrose, inconsapevoli della differenza tra palpeggio e stupro, tra spaccio d’erba e traffico di eroina, tra calcio nel sedere e spedizione omicida.

Questa sottovalutazione è diffusa nel senso comune, e non è meno sovradeterminante dell'allarmismo mediatico. Con buona pace della testimonianza di una delle ragazze, che non parla della lievità del palpeggio, ma racconta di persecuzione e aggressione fisica.

Un mese fa questo ragazzo, uno straniero, biondo, ha tentato di abbordare me e mia cugina in un locale di piazza Verdi. Non gli abbiamo dato corda. Lui mi ha riconosciuta. Mi ha detto che sapeva dove lavoro. A fine dicembre, il 28, ce lo siamo trovato davanti in una discoteca del centro. Di nuovo ha tentato di agganciarci, e l’abbiamo respinto. Venerdì sera era nel locale in cui faccio la barista. Mi sono ricordata che ero lo stesso dei due approcci di dicembre. Pensavo fosse finita lì. (...) Chiuso il locale, ormai era sabato, mi sono fermata a bere una birra con alcuni colleghi e mia cugina. Poi ho accompagnato lei a casa, a piedi. Ho rivisto questo ragazzo, immagino ci abbia seguito, quando siamo arrivate a destinazione. Non ci ho badato più di tanto. Mi sono incamminata verso la mia abitazione, in via San Felice. Come faccio abitualmente a fine turno, senza problemi. (...) In via San Felice ho avuto come l’impressione di essere seguita. Ma ho anche pensato che, nonostante l’ora, potesse essere una persona normale, come me. Succede. Comunque ho attraversato la strada, per vedere se avessi qualcuno dietro, ma senza paura. Questo ragazzo, che ancora non avevo visto in faccia, ha fatto lo stesso. Mi sono bloccata alla fermata del bus, lui idem. Gli sguardi si sono incrociati e l’ho riconosciuto. Però non ho pensato male, perché lui sembrava tranquillo. Sotto casa, un edificio a sei piani, ho tirato fuori le chiavi per aprire il portone. Lui ha fatto finta di telefonare col cellulare. Sono entrata nell’androne, è entrato anche lui. Ho chiamato l’ascensore e, come faccio di solito, mi sono seduta sulle scale in attesa della cabina, in discesa dal sesto pianto. Lui ha salito i gradini, convinto che andassi di sopra a piedi, e poi è tornato indietro, verso di me. (...) Lui non parlava, io non sapevo che cosa fare. E la paura è arrivata. Quando ho aperto la porta dell’ascensore, mi si è fiondato addosso. Mi ha preso la faccia con le mani, per baciarmi. L’ho respinto. E lui mi ha infilato le mani nelle mutande, cercando di abbassarmi i pantaloni. Mi ha trascinata a terra, facendomi cadere, e mi ha tirato un pugno in faccia. Poi mi ha messo due dita in gola e mi ha tagliato la lingua. Sono riuscita lo stesso a gridare. Mia mamma ha sentito le urla. Il ragazzo è scappato, io sono salita in casa con il viso imbrattato di sangue. Mia madre mi ha convinta a chiamare subito la polizia. (...) Al pronto soccorso mi hanno medicata e mi hanno dato dieci giorni di prognosi (...) [Repubblica 15 gennaio 2014]

E tuttavia, quando solo di un palpeggio indesiderato si tratta, è una drammatizzazione parlare di violenza? La moderazione di linguaggio e la descrizione di fenomeni diversi, proposta da Gaia Giuliani sembra rimandare alla vecchia distinzione tra congiunzione carnale e atti di libidine violenta, precedente la riforma della legge sulla violenza sessuale del 1996. Una distinzione che poteva avere un senso dal punto di vista della moralità pubblica, ma che può non averne dal punto di vista della libertà sessuale individuale. Con la nuova norma, il cosiddetto bacio rubato, il palpeggiamento del seno, la pacca sul sedere sono comportamenti che rientrano tutti nella nozione di atti sessuali e se indesiderati possono incorrere nel reato di violenza sessuale. Quindi, non è affatto detto che di fronte ad una molestia che non arriva ad essere stupro dobbiamo moderare il linguaggio ed evitare di drammatizzare.

Anche se è possibile che si tratti di una persona disturbata, è vero che parlare di mostro o di maniaco sembra spiegare la violenza come devianza e non come modalità di relazione e di dominio di un genere sugli altri. Ma considerare soltanto consueta e abituale questa violenza, alzare l'asticella per chiamare violenza solo i casi più estremi, non mette in discussione questo discorso. Rappresentare tutti i padri, fratelli, figli, mariti, amici, conoscenti, e colleghi come un po' viscidi, non è diverso che rappresentare la violenza come connatura al maschio. La gran parte degli uomini non è responsabile di violenza lieve o grave, semmai di indifferenza, così come le loro istituzioni sono responsabili di tolleranza, poichè la violenza di pochi ha un effetto intimidatorio, che porta benefici e vantaggi per l'intero genere maschile. Ad esempio, la violenza di alcuni fa si che alcune facciano meno storie anche con uomini assolutamente non violenti, perchè chi lo sa come lo prenderebbero un rifiuto.

E se la violenza è strutturale, cioè connaturata non al maschio, ma ad un rapporto di potere tra i generi, vale a poco enfatizzare l'abilità delle singole nel cavarsela da sole. Salvo immaginare, come propone la Lega Nord, ma anche tante postfemministe, corsi di autodifesa individuali per contrastare la violenza di genere. Peraltro alimentando un'idea per cui se lei ha subito violenza alla fine è anche un po' colpa sua, perchè non ha saputo reagire, è stata debole, non è stata in gamba, è stata una vittima. E poi giornali e manifesti la ritraggono debole e bisognosa di protezione e tutela. Sovradeterminati (?) dal valore patriarcale della forza.

A fronte della violenza, protezione e tutela, prima che un bisogno, dovrebbe essere considerato un diritto. E non si tratta di affidarsi a padri buoni. Il criterio per distinguere la tutela paternalistica dalla tutela normale di cui ogni persona ha diritto, per preservare la sua vita e la sua incolumità, è la libertà. Ha senso definire paternalistiche tutte le misure protettettive che limitano la libertà della vittima, come imporle un certo abbigliamento, impedirle di uscire di casa quando fa buio, limitarle l'accesso a certe zone della città, pretendere che sia sempre accompagnata. Mentre definire alcuni comportamenti offensivi come reati e perseguirne gli autori non ha niente a che vedere con la protezione dei bisognosi. E' la tutela pubblica a cui tutte e tutti hanno diritto.

Nel suo articolo, Gaia Giuliani non nega che ciò che ha prodotto il palpeggiatore seriale non sia da rubricare come ‘violenza di genere’, al contrario: d’altra parte, bisogna chiamare le cose con il proprio nome. E se le ragazze, le ultime a sporgere denuncia sono state un tantino vittima della psicosi del ‘sbatti il mostro in prima pagina’ (...) il loro denunciare ha avuto un effetto importantissimo (...): hanno detto che, nonostante fosse di bella presenza, il diritto a dire no e che questo no sia rispettato vale sempre e comunque. Dunque, il palpeggiatore non è un violento, ma lo è, le ragazze denuncianti sono state suggestionate, ma hanno fatto bene. Un po' una cosa e un po' l'altra. Anche se l'altra sembra più una copertura verbale da opporre ai critici, in un discorso che diventa ambivalente come l'ironia della fan page.



Traduzione di Maria Rossi


Le persone prostituite sono in grado di farsi rapidamente un'opinione sui prostitutori che le pagano per avere il diritto di dominarle. Nella loro inchiesta sui clienti della prostituzione, Claudine Legardinier e Saïd Bouamama hanno raccolto le opinioni delle donne e degli uomini prostituiti sui clienti prostitutori. Ecco un brano del loro libro: Les clients de la prostitution - l'enquête. (2006)


Il tempo della disillusione
Certo, per un determinato periodo di tempo,  l'idea di non avere un orario fisso di lavoro e di rifiutare gli obblighi "borghesi" può far provare un senso di libertà. Un senso che si dissolve rapidamente, è vero, di fronte alla disillusione. "Volevo solo divertirmi" spiega Suzanne. "Me ne infischiavo di tutto. Le fatture, le leggi, avevo l'impressione di essermene liberata. Mi drogavo, fumavo. Bevevo whisky per darmi la forza di affrontare la prostituzione." Oggi Suzanne percepisce questa sensazione  come quella di una libertà che le ha "distrutto" la vita. Analogamente, alcune delle persone che abbiamo incontrato affermano di aver provato, almeno nell'ebbrezza dei primi tempi della prostituzione, un senso di potere. Leïla, tossicomane, spiega: "Per me era rassicurante sapere che gli uomini erano pronti a pagarmi". Mylène, prostituta di lusso in Germania, racconta di come ha avuto la percezione di "essere pagata troppo", tanto poco si stimava.
Le nostre interlocutrici e i nostri interlocutori che, di fronte alla durezza della vita quotidiana, mostrano forza e risorse stupefacenti, descrivono freddamente gli uomini che le/li pagano. A sentir loro, ce ne sono di tutti i tipi. "Ragazzi giovani e belli che hanno tutto quel che occorre per piacere, porci che lasciano le ragazze in lacrime, tizi che puzzano di sudore, uomini gentili, tizi odiosi che buttano i soldi per terra per costringervi a raccoglierli, tipi patetici che vivono una condizione di grande miseria umana, uomini che, per avervi pagato, avanzano mille pretese, perversi che chiedono di essere picchiati o frustati, tizi pronti a pagarvi una fortuna per  trasformarvi nella loro schiava, uomini infelici che vorrebbero essere amati dalla prostituta, altri per cui le donne non esistono, non hanno bisogni e sentimenti. Un enorme numero di uomini  cui piacciono le ragazzine. Ragazzi che pensano di avere il diritto di fare quello che vogliono perché vi hanno pagato. Maniaci, ma non troppi. Mariti che si tolgono la fede e la rimettono dopo il rapporto. Malati che vi dicono: «Potresti essere mia figlia». Violenti che tentano di strangolarvi con una cintura".
Ciascuna e ciascuno parla, a modo suo, spesso con molta emozione, di un'esperienza che l'ha profondamente segnata/o. Così Mylène, che dichiara di aver lucidamente scelto di prostituirsi, analizza a distanza di tempo quelle che ritiene essere le vere ragioni di questa scelta: la depressione, il disprezzo per se stessa, i maltrattamenti subiti in famiglia, i debiti del compagno, ma anche l'ignoranza della realtà della prostituzione. Qual era la sua idea di prostituzione? Belle de jour con Catherine Deneuve. "Se avessi saputo che cosa mi aspettava, non mi sarei prostituita". Mylène che oggi può raccontare il suo trauma per sette ore di fila senza mai riprendere fiato e  può pronunciare parole terribili: "Per poter dimenticare, dovrei avere l'Alzheimer" - era libera, non era costretta da nessuno a prostituirsi. Libera di abbandonare il suo impiego per  tuffarsi in una realtà che produce rassegnazione e impossibilità di parlarne. Libera di assumere il suo ruolo: "Non me ne importava nulla di nulla. Mi disprezzavo profondamente. D'altra parte praticavo paracadutismo, io che  ho le vertigini  a salire su una scala".

Uscire da se stesse. Il luogo dell'oblio  
L'apatia, l'obbligo di "non pensare" sono dei leitmotiv nel racconto delle persone che riflettono sulla propria esperienza di prostituzione. "E' un'esperienza comune, si entra in uno stato di torpore". Nicole Castioni confidava il suo stupore di aver accettato di vivere questa vita "senza porsi alcuna domanda" e con "un'incredibile facilità di adattamento", ma confessando: "Non ho mai sopportato questa domanda: "Quanto vuoi?" "Come ho potuto accettare tutto questo? " è una domanda tormentosa. Monika, prostituta in un bar dove si praticano rapporti mercenari, confida: "Avevo preso il ritmo. Ero un automa. Con l'alcool, riuscivo a far tutto".
La narcosi, lo stato di torpore descritte frequentemente sono l'altra faccia della medaglia, reale, di ciò che i clienti scambiano per "il piacere di prostituirsi". Le persone prostituite sarebbero, secondo un certo numero di loro, necessariamente conquistate dalle manifestazioni della loro virilità. Questo patetico desiderio si scontra con una realtà brutale. Suzanne ricorda il primo  rapporto con un cliente, un evento spesso vissuto come un vero e proprio stupro, che apre la via alla successiva apatia: "Dopo il primo rapporto, mi sono fatta una doccia. Un'ora; sono rimasta un'ora intera a ripulirmi. Piangevo. La mia amica mi aveva detto: "Vedrai, è il primo rapporto che è difficile". Inès, rimandata a 16 anni e che non sopporta di vedere la madre, divorziata e costretta a prendersi cura da sola di 5 figli, sgobbare in fabbrica, serra i denti prima di un rapporto. "Con il primo cliente sono scesa dall'auto a tutta velocità. Impossibile. Le altre ragazze mi hanno detto di bere: mi avrebbe aiutato. Era vero. Per poter avere un rapporto, era necessario che bevessi 4 o 5 Martini". Inès passa molto velocemente alla droga per riuscire a sopportare  la prostituzione. Difficile vivere i rapporti sessuali lucidamente. Mylène racconta a quali condizioni ha potuto affrontare i rapporti con i clienti. "Non avrei potuto senza Valium". Linda, fatta prostituire molto giovane da un fidanzato magnaccia, confessa: "Con la colla si fanno dei viaggi mentali. Con i clienti, è come essere addormentate". Barbara, abusata sessualmente dallo zio a 16 anni, poi allontanatasi da casa, "affittata per le serate importanti" racconta che assumeva "ansiolitici e sonniferi con un goccio d'alcool per "lavorare" assoggettata a un magnaccia" I clienti? "Non li vedevo nemmeno". Con voce monocorde, descrive la prostituzione  come una vita senza emozioni: "Alzarsi di sera, rientrare la mattina, dormire". Stessa cosa per Inès: " E' come se non l'avessi vissuta, come se l'avessi vista in un film".
Altre persone prostituite sono alle prese con un evidente malessere che tentano in permanenza di soffocare. "Non ho mai potuto abituarmi alle fantasie degli uomini" dice Sophie. Muriel sta male quando ricorda questi momenti dolorosi: "Mi ricordo che quando si avvicinava il momento di avere rapporti con i clienti, mi veniva mal di pancia o mal di testa". Alicia, "massaggiatrice" in un appartamento, lotta quotidianamente: "Mi metto i capelli davanti agli occhi quando sono con i clienti, non li guardo, mi chiudo in me stessa. Mi sento male, mi sento sporca, ho la sensazione di essere una "puttana". Non sono soltanto i rapporti sessuali con i clienti ad essere percepiti come  aggressioni. Ci sono anche le parole. Alicia sbotta quando sente quello che alcuni si permettono di dirle al telefono: " E' dura sentire tutto ciò che certi tizi chiedono: pissing, sadismo. Sono stupefatta". Alicia farebbe di tutto per eseguire veri massaggi, per liberarsi da questo peso. "Odio gli uomini". "Sporca" è un termine che ricorre frequentemente nei racconti. "Non toccavo mai i miei figli prima di essermi lavata", dice Anaïs, prostituta di pomeriggio negli hotel economici.
Il contrasto tra i discorsi dei clienti e quelli che noi sentiamo ogni giorno dalle persone prostituite è enorme: l'alcool, sostanza riservata alle feste dai primi, rende le seconde "dipendenti" soprattutto nei bar dove sembra diffuso l'uso di farmaci ad hoc.  I clienti apprezzano l'ambiente e l'atmosfera  soffusa dei bar, le persone prostituite li gradiscono per motivi meno erotici. Così Paule, prostituta che esercita a casa, crea  nella sua abitazione l'atmosfera soffusa dei bar, ma "solo per non vedere i clienti, per non incrociare il loro sguardo". Analogamente, là dove i clienti amano vedere delle "professioniste" sessualmente libere e senza tabù, si trovano persone  che hanno in primo luogo la preoccupazione di proteggersi il più possibile, di limitare o di evitare per quanto possibile i contatti fisici che sono costrette ad avere con loro. "Certi pensano che siamo animali da sesso. In realtà gli uomini non li toccavo nemmeno" - dice Paule. "L'odore, la pelle, rimuovevo tutto per vedere soltanto i soldi. Ponevo delle barriere tra me e loro per non vedere, per non sentire i loro denti, la loro traspirazione, il loro alito. Posavo soltanto la punta delle dita sulle loro spalle". Monika esprime la stessa idea con parole toccanti: "Per loro, la donna che si prostituisce è una bomba del sesso, una con molta esperienza; è il loro immaginario. Credono di poter fare quel che vedono nei film porno. Non si rendono conto che siamo esseri umani; che siamo donne come le altre, come quelle che hanno a casa".
I clienti parlano di fantasie, le prostitute di paura, dell'obbligo di stare costantemente all'erta. Il piacere? "Li disprezzavo  in modo incredibile. Il piacere non era fisico. Il piacere consisteva nello scucire loro  la massima quantità di denaro possibile". Brigitte, prostituta di strada, confida: "La paura c'è sempre. Quando salite in macchina, quando vi trovate prigioniere delle fantasie dei clienti. Vi sono anche dei  pazzi; per due volte sono dovuta scendere velocemente da un'auto in marcia". Alcune indagini mostrano come la maggioranza degli atti violenti subiti dalle persone prostituite siano perpetrati dai clienti. Questo fatto è confermato dalle persone che abbiamo intervistato. Nadine, cacciata da casa dalla madre a 18 anni e ora prostituta che si serve di Internet, ha incorporato la paura nella sua vita quotidiana. Per mantenere la distanza dai clienti, ha finito per optare per la "dominazione soft": frustini, umiliazioni, insulti. Racconta come il numero di chiamate dei clienti sia subito raddoppiato: " Vi sono uomini strani". Spiega come  sia fuggita a gambe levate, quando le ha aperto la porta un uomo vestito di nero armato di una mazza da baseball. Dice di aver voglia di "rassicurare" i clienti, di aver voglia di "aiutarli" perché hanno "problemi psicologici che si trascinano dall'infanzia, problemi di mancanza di affetto". Poi parla di soffocamento, di accessi d'odio, di voglia di essere violenta. Presa dal desiderio fortissimo di chiudere con questa storia, si dichiara "smarrita", in cerca d'amore, in cerca di un padre che le è sempre mancato, stanca di "mettersi in situazioni pericolose per far piacere agli altri".
La prostituzione  prevede l'attivazione di molte strategie volte a creare una distanza con i clienti. L'ideale e il vertice della gerarchia prostituzionale è  rappresentato dal fatto di non essere toccate, come accade nelle pratiche sadomasochiste. "Per sopportare si chiudono gli occhi. Mettevo il  mio braccio profumato davanti al viso. Questo permette di proteggere una parte di sé, una parte che i clienti non avranno", ricorda Mylène. Anestetizzarsi, sdoppiarsi, dissociarsi sembrano essere operazioni strettamente connesse alla pratica prostitutiva. "Si esce da se stesse, si contano le pecore. Se non ci si protegge in questo modo, si può diventare folli". "Stranamente non ero io a prostituirmi - dice Leïla- Ho cominciato ad avere veramente l'impressione di essere due persone". Naïma, prostituta per due anni in un bar, vittima di stupri e violenze da parte del padrone, descrive uno strano processo: "Quando arrivavo al bar, spegnevo la mente; un po' come se quella che era nel bar non fossi io, ma un'altra persona; così facevo molte cose che non avrei mai ammesso di fare fuori dal bar".  Naïma, che confessa di avere "problemi ad entrare in contatto con se stessa" quando non si sente sicura, racconta in dettaglio questa operazione di sdoppiamento rafforzata dall'assunzione di un altro nome e dal fatto di indossare abiti diversi rispetto a quelli che indossa quando non si prostituisce. "Si tratta di una forma di protezione nei confronti dei clienti, di una garanzia di anonimato". Vivere sdoppiata  conduce a una forma di schizofrenia difficile a volte da superare. "Ho finito per credere più all'esistenza di Tara, il mio nome da prostituta,  che a quella di Leïla. Conosco bene Tara. Come Leïla, invece, non so chi io sia e ho paura..."

Simulazione, dissimulazione
I clienti pensano che alle prostitute piaccia esserlo, mentre queste ultime riferiscono della loro totale incomprensione del comportamento dei clienti. "Ma come possono pagare per questo?" esclama Alicia. "All'inizio si cerca di capire; poi si lascia perdere" confessa Naïma "E' dura confrontarsi con la realtà dell'uomo. Per me i clienti sono violenti. Ci sono quelli che commettono violenze fisiche - io pago, tu taci e obbedisci - ma anche gli altri sono violenti psicologicamente, con i loro mezzi di pressione". Naïma parla di una clientela di managers, dirigenti di impresa, medici, operai, il cui comportamento lei interpreta come "il piacere di pagare" "il possesso della donna" "l'esercizio del potere sul più debole". Quando ripensa senza alcun piacere a questi due anni, ha la sensazione che "i clienti preferiscano le ragazze più disperate" perché "questo li eccita di più". "Essi amano la sfida".
Certo, le prostitute affermano anche di incontrare clienti che soffrono di solitudine e che sono alla ricerca di una relazione. Ma lo dicono con indifferenza. Cliente frustrato, cliente timido? "Non credo - dice Christine . - Per il cliente, il piacere è quello del possesso, della sottomissione, della vendetta. C'è anche il piacere di sfogare la collera, l'impotenza, sottomettendo una donna". L'eventuale desiderio di relazione dei clienti è, per il fatto stesso di erogare denaro, destinato alla sconfitta. Le persone prostituite, soprattutto le donne, esprimono soprattutto diffidenza o rifiuto, rifiuto del dialogo, ferma volontà di mantenere le distanze dagli uomini che le pagano. Soprattutto volontà di non dire nulla di sé, di non lasciarsi sfuggire nulla. Simulare e dissimularsi. Simulare al punto da far credere a certi clienti di provare piacere. Una convinzione che molte di loro valutano con una sola parola: "Grave!" Dissimularsi. Paule esprime chiaramente il suo bisogno di fuggire davanti alla richiesta di certi clienti di intrecciare una relazione: "Ero colta dal panico quando qualcuno prendeva tempo e sembrava voler mescolare il sesso con i sentimenti. Sono rimasti tutti clienti. Niente di più. Non avrei mai potuto avere una relazione sentimentale con un uomo che mi aveva in precedenza pagato. Avrei pensato che potesse pagarne altre". Per lei la prostituzione è falsità. "Quegli uomini mentivano. E anch'io mentivo. Sorridevo sempre. Mai avrei loro confidato i miei problemi. La prostituzione è un mercato di falsari". "Ai clienti - dice Monika - ho detto le cose che volevano sentire. Menzogne". Brigitte ricorda freddamente gli uomini che hanno bisogno di parlare: "Non li si può aiutare. L'idea secondo la quale le prostitute sarebbero terapeute del sesso è assolutamente falsa. Se li ascoltavo, era solo perché in tal modo avrei trascorso meno tempo a far sesso". Brigitte, assunta in un club di scambisti dove l'ha trascinata il marito, descrive il suo progressivo inabissamento nella prostituzione, ma anche la sua capacità di resistere. "La maggior parte dei clienti mi dava del tu. Io gli davo sempre del Lei. Per mantenere le distanze". Aggiunge, parlando dei clienti: "Molti mi chiedevano perché lo facessi. Generalmente rispondevo che lo facevo liberamente, in modo autodeterminato. Così troncavo il discorso. I clienti non devono saper niente della nostra vita". 

Magnaccia: dalla violenza alla manipolazione
Come si può  affermare che piaccia qualcosa da cui si mantengono saggiamente le distanze? E cosa significa aver scelto? Se Mylène è caduta nella prostituzione, è a causa dell'urgenza di rimborsare i debiti di gioco contratti da suo marito. La pressione dei conviventi, la manipolazione dei prosseneti, categoria che è elegante ritenere che sia in via di estinzione fatta eccezione per i bruti e rozzi individui che sarebbero presenti solo in Albania o in Ucraina, costituiscono una dimensione banale del paesaggio della prostituzione. Se in Francia i vecchi pezzi grossi sono scomparsi, rimane però un gran numero di "magnaccia di prossimità", che le dirette interessate, spesso le donne che hanno un rapporto sentimentale con loro, non sono in grado di identificare e di rifiutare, allo stesso modo delle vittime delle violenze coniugali. Spesso uomini, ma anche donne, diventate maestre nell'arte di giocare con sentimenti quali il bisogno di affetto, di riconoscimento e di valorizzazione. Il  continuo ricambio di donne prostituite sembra assicurato dal fatto che procacciatori molto giovani setacciano i locali notturni o i centri commerciali per trovare  le eventuali prede. Certi prosseneti sono in grado di esercitare una fortissima influenza. "E' nella mia testa, è dentro di me", dice Laldja parlando del marito magnaccia che l'ha indotta ad entrare in un bar dove si esercita la prostituzione a sua insaputa, avvalendosi di due minacce: inviare delle foto compromettenti alla sua famiglia in Tunisia, privarla della possibilità di vedere la figlia di cui lui ha l'affido. "A 20 anni ero manipolata come l'adepta di una setta", dice a sua volta Nicole Castioni. 
I gesti "affettuosi", la generosità (temporanea), la sapiente banalizzazione della prostituzione, l'introduzione in un ambiente presentato come "glamour" sono le efficaci armi impiegate dagli zelanti compagni. Quando non viene usata la violenza fisica: Brigitte, schiacciata da un debito di 700.000 franchi per  essersi fatta garante del marito per l'acquisto di un bar,  stanca, molestata e picchiata, finirà per prostituirsi. Violenze coniugali e prostituzione sono d'altronde strettamente connesse in molti racconti autobiografici. La "massaggiatrice" Anaïs è apparentemente la tipica donna giovane, libera, seducente e colta che fa sognare i clienti. I retroscena? Abbandonata dalla madre, sballottata in 17 successive famiglie, manipolata da un marito disoccupato e violento che le vanta i meriti della sua ex, naturalmente "massaggiatrice ": "Mi ha instillato il timore che mi avrebbero tolto il figlio, per cui mi sono prostituita". Manipolazione, molestie: l'arte raffinata di un prosseneta che sa perfettamente che nulla sarà più insopportabile alla sua compagna dell'idea che il figlio soffra quel che lei stessa ha sofferto; che sfrutta la mancanza di autostima di Anaïs,  il dolore di essere stata abbandonata da piccola. "Mi metteva in una situazione tale da indurmi a pensare di avere assolutamente bisogno di lui. Quando in realtà ero io  a pagare tutto. Ero io che mantenevo la famiglia. Davo un sacco di soldi a questo porco. Lui se li è tenuti tutti. Se potessi, lo ammazzerei. Lo odio. La cosa peggiore non è la violenza fisica: i lividi passano. La cosa peggiore è la violenza psicologica, le molestie".
Che cosa sanno i clienti delle vere ragioni che inducono a prostituirsi questa giovane francese che a volte rientra a casa in lacrime? La sua libertà? Sì, esiste. Anaïs "conta su di sé". "Dopo tutto, - dice - ne ho passate di cotte e di crude, perciò vado avanti". Che cosa pensano i clienti di una giovane donna che in loro presenza mostra un'incredibile loquacità? Che le piaccia prostituirsi? In realtà, questo comportamento le serve a scongiurare la paura: "Mi mostro talmente sicura di me da riuscire a cacciare quelli che non mi piacciono. In effetti, essi sono convinti che io abbia un protettore".

Un'esperienza devastante
Il malessere, il male di vivere che rappresentano la sorte delle moltissime persone che hanno vissuto o vivono ancora la prostituzione sono rimossi, ignorati, a beneficio di un discorso che si vende meglio, più mediatico e, soprattutto, più adatto al liberismo. "Le violenze fisiche non sono nulla rispetto a un dolore interiore che vi dilania, vi impedisce di respirare" - dice Leïla. "Quello che facciamo, ci divora interiormente, allo stesso modo di una malattia. Ci divora interamente: fisicamente, moralmente, psicologicamente. Ci sprofonda nella depressione", dichiarava Alexandre, prostituta di 26 anni in una trasmissione televisiva. Monika, casalinga a 14 anni e che, all'età di 20 anni, ha subito rapporti con 20-30 clienti al giorno in un bar in cui si pratica la prostituzione, descrive un vero incubo: "Come si sopporta questa cosa? Non la si sopporta: la si vive, si fa il vuoto dentro di sé. Non si può piangere. Se si provano emozioni, diventa intollerabile. Quindi non si sente più niente. I clienti sono sovrani: hanno pagato, vogliono palparvi. Non si ha diritto di rifiutare un cliente. E ce ne sono di violenti." Mylène, aprendo la porta del bagno, mostra una sfilza di detergenti: prodotti che, dieci anni dopo il suo passaggio attraverso la prostituzione in Germania, "di lusso" e regolamentata, continua ad usare per lavarsi. "La cosa più pesante è di essere stata comprata: io pago e tu non sei niente. Mi servo di te come di un vaso da notte, per svuotarmi".
Le parole usate sono dure. Rémi, che dopo un'infanzia di tenerezza ha conosciuto soltanto la violenza della famiglia, descrive la crudezza quotidiana dell'ambiente in cui si prostituisce, il modo in cui gli uomini che incontra lo usano per poi buttarlo via. "All'inizio, nessun problema. Si è come pezzi di carne su uno scaffale. Finché è fresca, si vende bene". Paul, transessuale, è rassegnato: "Quando si è transessuali, si viene continuamente presi in giro". Parla con brio della clientela danarosa: "borghesi col sigaro", "persone che si divertono", " il marito che non ha mai avuto avventure con gli uomini e viene da me per provare", omofobi. "I più schifosi non siamo noi" - dice Paul che si guarda in modo spietato. "I più schifosi sono i burattini seduti in macchina". Paul ricorda quando arrivava sul marciapiede con una sbarra di ferro per difendersi. Quando ha smesso di battere il marciapiede, pesava soltanto 56 chili. 
Per alcune come Monika che non andrà mai a raccontarlo in Tv, i mesi di prostituzione sono stati l'esperienza dell'annientamento. "Non nutro più alcuna fiducia in me stessa. Sono stata distrutta. Sono stata stuprata. Ho perso la mia identità. Quanti anni ho? Chi sono io? Come mi chiamo? Assumo antidepressivi. Mi sembra di  non essere in grado di far altro che di provocare gli uomini". Come Naïma, si preoccupa "per tutte quelle ragazzine che non sono accorte e che i fidanzati possono indurre a prostituirsi". Vorrebbe parlare, anche urlare, raccontare la sua storia, evitare ad altre ed altri di vivere, per ignoranza o incoscienza, quel che lei ha vissuto. Muriel subisce il divieto di parlare: "Mantengo il silenzio su ciò che ho vissuto. Se ne parlassi, sarei presa in giro come ex prostituta. Le persone non mi considererebbero più un essere umano, non sarei più in grado di far nulla. Non posso svelare il mio passato, anche se a volte la testa mi esplode". Tutte o quasi tutte provano una sorta di impedimento a parlare. Il rischio dell'onta, dello stigma, il rifiuto della società di capire.
Obbligo del silenzio, difficoltà di uscirne, senza una mano tesa, senza un legame con l'esterno. "Si vive in un mondo a parte, si mette una pietra sopra  ciò che c'è fuori. In effetti, è come vivere in una setta", riassume Christine, alludendo alla difficoltà di uscire dall'ambiente per rimettere piede nella società. La prostituzione costituisce infatti una delle forme più compiute di reclusione: reclusione a causa dello stigma, della perdita di autostima, dell'isolamento crescente, dei debiti contratti, della percezione che la società "normale" sia terrificante e ipocrita, della paura di essere smascherate dai vecchi clienti. Abbandonare la quotidianità della prostituzione, per quanto dura  essa sia, significa affrontare l'angoscia dell'ignoto, il vuoto, il giudizio degli altri; significa lacerare il tessuto della propria biografia, i legami intrecciati nell'ambiente, dimenticare i bei momenti. E' la stessa cosa che accade alle vittime della violenza coniugale. Molte restano nell'ambiente non perché a loro piaccia prostituirsi, ma perché la società le abbandona alla marginalità e all'onta, rifiutandosi di offrire loro delle alternative.
Alcuni ed alcune, fortunatamente, spesso grazie ad un'attività di accompagnamento lunga e paziente, riescono a sfuggire da questa realtà  senza prospettive. Il lavoro di ricostruzione della propria esistenza è talvolta lungo e doloroso: bisogna trovare un impiego, avere un reddito, un alloggio, nel momento stesso in cui lo Stato reclama  imposte arretrate di importo astronomico [ n.d.t in Francia le prostitute  pagano le tasse], che spingono di nuovo a prostituirsi. Sorgono anche difficoltà relazionali, la necessità di riconciliarsi, soprattutto con gli uomini, la cui immagine non è certo positiva dopo aver fatto esperienza della prostituzione. "Non ho alcuna voglia di stare con gli altri. Dopo quello che ho passato, mi sento sporca. Sono incapace di intraprendere una relazione con qualcuno" dice Gisèle, che si è prostituita per quattro anni per comprarsi l'eroina. Mylène ha impiegato degli anni per poter ricominciare a vivere normalmente. "Dopo essere uscita dalla prostituzione, non sopportavo più il sesso. Una mano maschile sulla spalla bruciava come il fuoco. Per tre anni non ho più avuto alcun rapporto sessuale. Non potevo proprio. Ero totalmente apatica, anestetizzata".
Brigitte, partita da casa a 14 anni "per essere libera", prostituta in un appartamento e assoggettata ai prosseneti, parla dei soldi come di una droga simile alla cocaina e della prostituzione come di un'esperienza distruttiva. Oggi è priva di illusioni: "Non batto più il marciapiede. Ho incontrato un uomo; tradisce la moglie....Non c'è dialogo nelle coppie. Non fanno sesso, non ne parlano nemmeno. Non c'è dialogo. La norma è quindi il tradimento". E' diffusa la diffidenza nei confronti degli uomini, reputati "falsi", "subdoli" ,"bugiardi". Mylène l'esprime con rabbia: "Bisognerebbe dir loro: se sapeste cosa pensiamo di voi! A che punto vi detestiamo, vi disprezziamo per il fatto che ci comprate. Vi disprezziamo anche quando vi trattiamo con gentilezza e vi ricopriamo di lusinghe".
Molte e molti di loro esprimono un senso di rivolta: "Lo Stato sembra volere che ci siano delle prostitute! Ne ha bisogno! Ebbene! Io lo sono stata! E mi sono drogata per sopportare tutti quegli uomini!" "La differenza tra noi e le ragazze dell'Est consiste nel fatto che loro hanno dei clienti più pericolosi. Ma la prostituzione è devastante nello stesso modo. Si vivono le stesse esperienze". Mylène vive la sua condizione in modo ancora più duro: "Per di più, io l'ho voluto! Non ho mai avuto una pistola puntata alla tempia! Quando è così, non si ha nemmeno la scusa di essere state vittime. Si è scelta questa vita. Ma che la si sia scelta o meno, il trauma è lo stesso". Conclude Christine: "I prosseneti sono dei criminali che mercificano le persone, ma i clienti sono dei ladri d'anima, degli stupratori d'anima". 

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