L’ultimo atto di vendetta maschile contro Laura Boldrini, rea di aver messo in discussione l’eterno stereotipo dell’angelo del focolare rappresentato in pubblicità, è arrivato da Striscia la notizia, con la consegna del Tapiro d’oro (video). Premio ufficialmente motivato con il fatto che la battaglia della presidente della camera a difesa dei diritti delle donne nel 2013 sarebbe incoerente con la sua partecipazione, in qualità di assistente di produzione, ad un varietà televisivo di Rai Due nel 1988, dove comparivano anche donne seminude. L’ennesima manganellata di Striscia la notizia verso chi è indigesto al suo ideatore e ai suoi amici (Loredana Lipperini).

Molto probabilmente la giovane Boldrini sarà stata, un quarto di secolo fa, meno consapevole di oggi, e magari avrà anche avuto bisogno di lavorare (dice però di avere lasciato il programma dopo soli tre mesi), ma è certo che la televisione italiana che usava pezzi di carne femminile per fare intrattenimento e vendere pubblicità era appena agli inizi (con Drive in, con Colpo grosso), non era detto sarebbe durata decenni, e non esisteva allora l’elaborazione e la consapevolezza di cui disponiamo oggi, neanche tutti. Io stesso guardavo i programmi di Antonio Ricci e li trovavo divertenti, senza rendermi conto che fossero una porcata: in senso politico, non morale. Perchè oggettivare le donne è una questione politica. Riguarda il rapporto di potere tra i sessi. Non avevo allora lo sguardo di oggi. L'ho maturato nel corso di anni. E giunto forse a maturazione definitiva con il lavoro di Lorella Zanardo.

L’avversione di Striscia la notizia per la denuncia della rappresentazione sessista della donna in televisione, infatti non è nuova. Il tapiro a Laura Boldrini rievoca proprio la recente crociata di Striscia contro Lorella Zanardo. La documentarista de «Il corpo delle donne». La persona a cui l’ufficio stampa di Antonio Ricci attribuisce la descrizione della coerenza di Striscia la notizia in questi termini: Un programma che da venticinque anni fa inginocchiare le veline davanti a due anziani, solo per permettere alle telecamere di poter frugare tra le loro gambe. Dunque, i consegnatori del tapiro hanno un piccolo conflitto d’interesse con gli argomenti e le ragioni esposte da Laura Boldrini al convegno “Convenzione di Istanbul e media”.

Gli atti di vendetta maschile talvolta ricorrono all’ausilio di esecutori femminili. L’aggressione a Lorella Zanardo fu messa in scena dalla velina Elena Barolo, che rivendicava la sua scelta professionale, si sentiva offesa dal documentario Il corpo delle donne e non voleva sentire ragione del fatto che il lavoro dell’autrice fosse una critica all’uso del corpo delle donne nelle immagini tv, non alle donne che fanno tv. Da anni, conduttrice di Strisca è Michelle Hunziker, cofondatrice con Giulia Bongiorno di Doppia difesa, contro la violenza sulle donne, iniziativa - questa si - in contraddizione con il trattamento riservato a Lorella Zanardo e a Laura Bodrini. La notizia della consegna del Tapiro è stata condivisa con soddisfazione su alcune bacheche femminili di Facebook, che rimproverano la presidente della camera di ridurre il femminismo a battaglie assurde (il linguaggio, gli stereotipi, l’uso del corpo delle donne), nulla a che vedere con le battaglie sacrosane del passato. Pensandoci, è un bel rovesciamento logico. L'assurdità semmai sta nel fatto che certi argomenti ancora necessitino di dar battaglia quando ormai dovrebbero essere scontati. A conduzione femminile è anche il blog Abbatto i muri, una delle tante catapulte virtuali contro Laura Boldrini, ritratta come una borghese privilegiata, con la quale una precaria o una notav non può avere niente in comune. Ma si possono citare pure blogger militanti antimperialiste - una delle più note è Barbara Cloro - fissate con l'idea che Laura Boldrini sia favorevole all'intervento militare in Siria. Mentre invece è contraria (post 11 settembre).

Un articolo dedicato alle Donne che odiano Laura Boldrini è stato postato da Floria sul blog Contaminazioni.

* * *

Alcune critiche in apparenza sembrano costituire una poco motivata contrapposizione tra questioni materiali e questioni simboliche. Come se non esistesse un nesso tra lo stereotipo della casalinga e la condizione della donna esclusa dal lavoro o inclusa spesso solo come precaria e quasi sempre in lavori esecutivi e subordinati, più facilmente a rischio di licenziamento. Tra l’inferiorizzazione stereotipata e linguistica della donna e la facile criminalizzazione delle ragazze che partecipano ai movimenti di protesta, al trattamento che possono subire da parte forze dell’ordine, fino a poter essere oggetto di molestie e violenze come accaduto a Marta. Un nesso tra la violenza verbale e fisica contro le donne e la violenza verbale e fisica contro un movimento antagonista.

Laura Boldrini e Lorella Zanardo, credo, non si definiscono femministe. O non si attaccano in fronte questa etichetta. Il loro femminismo non investe questioni strutturali. I rapporti di potere materiali. Riguarda questioni culturali, simboliche. Riguarda più gli effetti che le cause della disparità di genere. Effetti che rinforzano le cause. Oserei dire che il loro è un femminismo all’acqua di rose. Che un patriarcato più illuminato e lungimirante, più gentiluomo, non avrebbe difficoltà ad assecondare. Usare un linguaggio politicamente corretto, superare l’universale maschile nelle parole e nelle rappresentazioni, superare gli stereotipi, non usare le donne come oggetti sessuali. Altri paesi lo hanno fatto, lo stanno facendo, non per questo hanno smesso di essere patriarcali o maschilisti. Lo sono soltanto in modo più cauto e meno squilibrato. Ma il maschilismo italiano è ottuso e cafone. Tanto che spesso fraintende le critiche che riceve come fossero pure questioni di forma e buona educazione e per tutta risposta rivendica la propria volgarità. Di fronte ad una signora che dice cose ovvie e ragionevoli, non è capace di comportarsi bene. Questo forse è parte della quantità di avversione che circola in questi giorni.

Tuttavia, il femminismo di Laura Boldrini, come quello di Lorella Zanardo, ha un altro aspetto che lo rende detestabile. All’acqua di rose. Soltanto culturale. Formale. Simbolico. Ma perfettamente autonomo. Privo di una giustificazione al di fuori di sè. Quindi, senza alleati in altri movimenti a dominanza maschile. Quelli che hanno il potere di far si che una battaglia femminista diventi sacrosanta. Il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia erano lotte più importanti e più dure del superamento di un stereotipo in pubblicità (che infatti si propone senza immaginare di dover affrontare una demenziale controffensiva). Ma erano anche lotte che stavano all’interno di conflitti considerati più grandi e più importanti dello stesso femminismo e a cui il femminismo dava il suo supporto. La lotta dei laici contro i cattolici, della sinistra contro la destra, del progresso contro la reazione. I due referendum su divorzio e aborto furono vissuti, non come referendum sul patriarcato, ma come referendum sull'egemonia della chiesa cattolica.

Quando il femminismo è l’alleato di una lotta contro un nemico diverso dal patriarcato, di volta in volta, una chiesa, una ideologia, un ordinamento economico (il capitalismo), un governo o un avversario politico (Berlusconi) allora esso è ben accetto da una parte importante di uomini e quindi più legittimato anche agli occhi di tante donne (le vere lotte che il femminismo dovrebbe fare). Quando invece il femminismo è solo davanti al patriarcato (non associabile ad alcuna altra entità di dominio), ne critica il linguaggio, le rappresentazioni, la cultura, compresa la violenza, con tutto il buon senso e la ragionevolezza possibili, ecco che sortisce l’effetto di un passante che sfiora un auto dotata di un antifurto molto sensibile. 

In verità, sia Boldrini sia Zanardo provano a cercare una causa ulteriore provando a dimostrare che il miglioramento della condizione della donna costituisce un vantaggio per tutto il paese. Che diverrebbe più forte e competitivo. Zanardo racconta che per gli svedesi ridurre il divario tra i generi significa migliorare il Pil. «Noi lavoriamo per una maggiore occupazione femminile,  per potere disporre di asili per tutti: più donne che lavorano significa migliore economia per il Paese. Cioè per tutti». In effetti, la crisi sembra mettere il paese davanti ad un bivio nel modo di trattare la questione femminile. Mobilitare tutte le energie per tentare una ripresa, quindi più imprenditoria, più lavoro femminile. Oppure gestire il declino: se i posti di lavoro sono pochi, meglio che lavorino solo gli uomini. La scelta produrrà una cultura, ma intanto la cultura che abbiamo ci aiuterà a scegliere. Se alla fine avrà avuto ragione l'orgoglio del particolare maschile, gli Andrea Scanzi continueranno a farsi servire dalla propria compagnia, ma prima o dopo dovranno tornare a zappare la terra.


Riferimenti:
L'ossessione di Striscia per Lorella Zanardo (Giovanna Cosenza)
Tapiro alla Boldrini per tv spazzatura, "Nulla di incorente" (Repubblica TV)
I retroscena del dossieraggio anti-Boldrini e le sanzioni morali di Antonio Ricci (Carlo Gubitosa)
Laura Boldrini e il reato di «leso minestrone» (Daria Bignardi)
Odiatori di Boldrini (Loredana Lipperini)
Donne che odiano Laura Boldrini (Contaminazioni)
Le Donne che Verranno: Intorno al Discorso di Laura Boldrini (Lorella Zanardo)
Stereotipi sessisti humus di discriminazione e violenza

Bernardo Bertolucci e Marlon Brando si accordarono per girare una scena di sodomia fuori copione, la famosa scena del burro, nel film Ultimo tango a Parigi, senza informare Maria Schneider, l’attrice nella parte della sodomizzata, in modo che la reazione di lei fosse più realistica. La recente ammissione del regista corrisponde alla versione dell’attrice. Maria Schneider ha dichiarato in più di un'occasione che la famosa scena del burro non era nel copione, ma fu un'improvvisazione di Brando con la complicità di Bertolucci, il quale non disse niente all'attrice per avere una reazione più realistica. La Schneider potendo tornare indietro non avrebbe girato quella scena considerandola un'umiliazione.

Colpisce il fatto in sè, ma soprattutto il modo in cui a distanza di più di 40 anni viene raccontato da Bertolucci. Come se il regista fosse incerto se vantarsene o vergognarsene, ma più propenso a vantarsene. Poichè il primato compete alla realizzazione dell’opera per la quale tutto, anche il corpo e la soggettività di una attrice, deve essere usato, strumentalizzato, piegato. Così la sua diventa una trovata intelligente a compensazione della intelligenza solo istintiva dell’attrice, che non avrebbe potuto capire, pur volendo a tutti i costi fare del cinema. Violentata da due grandi artisti, che ricorrono a metodi paragonabili ad uno snuff movie, perchè lei era stupida e ambiziosa (e poi anche rancorosa). Vorrebbe chiederle scusa. Non si comprende il perchè, dato che del proprio comportamento non si pente. Anzi, parla di lei in termini sminuenti e offensivi e rivendica divertito di non essere un uomo di oggi. Forse colpevole, ma non giudicabile da un tribunale. Come non si rendesse conto, ignorando la volontà dell’attrice per simulare su di lei un atto sessuale, di aver compiuto un reato.

Le ammissioni di Bertolucci sono state discusse nei blog, nei quotidiani online, nei social media. Ho letto vari commenti. La maggioranza si dichiara indignata, delusa, e condanna il comportamento di Brando e Bertolucci. Una agguerrita minoranza si indigna per l’indignazione e difende il regista, rimanendo rigorosamente nei confini delle linee difensive adottati nei processi per stupro dagli avvocati difensori e dai commentatori più solidali. Provo a fare una rassegna di alcuni di questi argomenti.

Non c’è stato stupro, perchè non c’è stata penetrazione
Questo punto è dubbio e indimostrabile. Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai, salvo più dettagliate rivelazioni di Bertolucci. Coloro che ci tengono a negare la penetrazione si appellano alle dichiarazioni della stessa Schneider che dichiarò al Daily Mail: «sapevo che quello che Brando faceva non era reale, ho pianto lacrime vere. Mi sono sentita umiliata e un po’ violentata, sia da lui che da Bertolucci. Dopo la scena non mi consolò». Non era reale, solo un po’ violentata. Espressioni che non consentono di accertare, ma neppure di escludere nulla, in merito alla possibilità della penetrazione.
Inoltre, la versione di una donna che denuncia violenza può rappresentare i fatti in modo ridimensionato in conseguenza del proprio sentimento di vergogna.
Tuttavia, questo aspetto per quanto importante, non è decisivo. All’epoca del fim (1972), la legge italiana distingueva la violenza in congiunzione carnale e atti di libidine violenta.
La fattispecie delittuosa degli atti di libidine violenti era disciplinata dall’art. 521 c.p., il quale, prevedeva la punibilità di “chiunque (...) commette su taluno atti di libidine diversi dalla congiunzione carnale”, prevedendo, in tal caso, la pena della reclusione previste per la fattispecie delittuosa precedente, diminuite di un terzo. Alla medesima pena era assoggettato colui che avesse costretto o indotto taluno alla commissione degli atti di cui sopra “su se stesso, sulla persona del colpevole o su altri”. Gli atti di libidine violenti quindi, si concretizzavano in ogni tipologia di contatto del corpo umano, anche se non necessariamente attinenti agli organi genitali, effettuato in forma diversa dalla penetrazione (Altalex).
Con la nuova legge del 1996, i due concetti di congiunzione carnale e di atti di libidine violenta vengono unificati in una unica fattispecie, quella di violenza sessuale.
Dunque, anche senza penetrazione, il caso della scena del burro, nel 1972 poteva incorrere nel reato di atti di libidine violenta. Dal 1996, incorerebbe nel reato di violenza sessuale.

La scena del burro era solo una finzione
Cosa vogliano dire realtà e finzione in un film è questione controversa, specie quando entrano in contatto i corpi. Qualsiasi atto di un attore può essere inteso come non reale, in quanto compiuto unicamente alla scopo di recitare, simulare, e non con le intenzioni e gli scopi che l’atto avrebbe in una situazione reale. Si bacia o si dà uno schiaffo per interpretare, non per amare o colpire realmente. A volte si tocca a volte no. A volte piano, a volte un po’ più forte. Un esempio di questa ambivalenza è data dalla simulazione di un contratto. L’atto del contratto è vero, ma i due contraenti sono d’accordo nel non rispettarlo. La simulazione implica l’accordo di tutte le parti in causa. Se solo uno dei due non intende rispettare il contratto, si avrà, non una simulazione, ma una violazione di contratto.
E’ lecito simulare una violenza per rendere più realistica la scena di un film? Sottoporre una persona alla simulazione di una violenza è un atto di tortura. Dopo l’11 settembre, la Cia ha applicato alcune centinaia di volte su detenuti speciali, accusati di terrorismo, la pratica del waterboarding, l’annegamento simulato. Consiste nel riempire di acqua la bocca e le narici del detenuto, dandogli la sensazione di annegare. Il detenuto non muore e neanche si fa male, soffre solo tantissimo fino a credere di morire. Lo scopo non è annegarlo, ma interrogarlo. Quando si scoprì l'uso del waterboarding sui prigionieri i responsabili provarono a derubricare questa tecnica dai metodi di tortura, sostenendo che si trattava solo di interrogatori un po' più duri ma utili a strappare informazioni necessarie alla difesa nazionale. C’è chi ha a cuore l’arte, c’è chi ha a cuore la difesa nazionale. E entrambi sono disposti a violare i diritti umani.
E' arte simulare una violenza senza che gli artisti siano tutti consapevolmente d’accordo? Può essere artistica l’interpretazione della paura, dell’umiliazione, il vedere e ammirare un attore nella sua abilità di immedesimarsi e nell’esprimere una situazione che non vive realmente e che lui stesso sa di non vivere. Ma se vediamo quello stesso attore avere realmente paura, sentirsi davvero in pericolo, soffrire sul serio l’umiliazione, tutto questo non c’entra nulla con l’arte. Non sta recitando una brutta esperienza, la sta davvero vivendo. La paura e l’umiliazione di una vittima sottoposta a violenza è la stessa in un vicolo cieco, tra le mura domestiche, in ufficio e sul set. Come mai sul set diventa arte? Piuttosto è un imbroglio. Ci spacciano per esperienza interpretata una esperienza vissuta. Ci fanno apprezzare qualcosa di diverso da quello che crediamo di apprezzare. Ci vendono quello che mai accetteremmo di comprare, così violano la nostra fiducia. Noi, se siamo persone civili, possiamo guardare con coinvolgimento, ma serenamente, una scena di violenza sapendo che è una fiction. Dovremmo essere sadici per apprezzare la stessa visione, sapendo che gli attori o le attrici sono realmente maltrattate o soffrono realmente. E' il principale argomento che i consumatori medi di pornografia usano per mettersi la coscienza a posto: immaginare che attrici e attori siano sempre d'accordo e consenzienti.

Il regista è un artista, un grande maestro, i suoi film un’opera d’arte
C’entra nulla, ma è sottointeso che se il responsabile è un grande, violenza e violazioni possono essergli condonate. L’osservanza di leggi, regole, principi, rispetto sono dovuti solo dai medio-piccoli, che all’occorrenza possono pure essere usati. Bertolucci era un grande, Maria Schneider una medio-piccola. E gli uomini, in genere, sono più grandi delle donne.
Poco tempo fa, Franco Battiato se non il diritto aveva la licenza di dire che il parlamento, il più femminilizzato della storia della repubblica, era pieno di troie. Se contestato fu frainteso. Lui in ogni caso è un grande maestro. D’altro canto, egli stesso disse quel che ha detto, mentre stava difendendo un altro grande maestro: Roman Polansky.

Doveva aspettarselo girando un film erotico
L’attrice avrebbe dovuto aspettarselo. Dato il copione di un film a sfondo sessuale, è plausibile che in corso d’opera il regista voglia modificare delle scene o introdurne di nuove, anche se in precedenza non concordate con gli attori. E’ una argomentazione singolare. E’ evidente che tutto ciò che è stato concordato in principio può cambiare, ma questo significa solo che quel che non è stato concordato prima deve essere concordato in corso d’opera. Firmare un contratto non significa consegnarsi a qualcuno oltre il contratto. Anche i cambiamenti si contrattano.
Ciò vale, oltre che nei film, in qualsiasi relazione sentimentale o sessuale. Il fatto che una donna sia per sua volontà in compagnia di un uomo, anche dentro un letto, non significa che lei per qualche ora perde la sovranità sul proprio corpo a favore suo. Un rapporto civile è costantemente e contestualmente mediato.

Parlare di stupro significa offendere le vittime di tragedie vere
Esistono diversi livelli di violenza. Se una persona viene schiaffeggiata a scopo di punizione, di imposizione o per qualsiasi altro motivo, subisce una violenza. Anche se è poca cosa rispetto a quella che subiscono le persone sottoposte a tortura. L’esistenza di violenze più gravi, non rendono gli schiaffi e i calci ammissibili.
Il punto non è cosa sia più grave, ma quando comincia l’illecito. Qui, molte persone anche contrarie alla violenza sulle donne, hanno le idee confuse. Immaginano che la violenza da contrastare sia appunto la tragedia. Al di sotto delle quale di volta in volta si valuta e si contestualizza. Le donne non possono essere uccise, stuprate (con penetrazione dolorosa), ferite gravemente con lesioni o sfiguramenti. Ma al di sotto di questo, pare che la discussione sia aperta.

Condannare Bertolucci è moralismo, perbenismo, etc.
Un argomento tanto ricorrente quanto impertinente (nel senso di non pertinente). Infatti, non si discute dell’opportunità di rappresentare il sesso. Ammesso che rappresentare un vecchio che sodomizza una ragazza sia trasgressivo, creativo e rivoluzionario, si discute di un conflitto di volontà e del fatto che si è scelto di non tener conto della volontà (contraria) della ragazza. Non c’è da rispettare un buon costume, ma la soggettività di una persona. Salvo credere che sia moralista rispettare le persone.
Ai tempi di Ultimo tango a Parigi, in effetti, il nostro codice penale riteneva la violenza sessuale un reato contro la morale. Solo dal 1996, è riconosciuto come reato contro la persona. Riconosciuto dal codice penale, ma evidentemente non da chiunque.

Tutte le argomentazioni hanno un punto in comune: l’idea che in fatto di sesso, reale o simulato, il consenso della donna, sia un optional e non una discriminante imprescindibile. Nella sessualità, nella gestione del corpo, la soggettività della persona non è contestualizzabile, costituisce il contesto. Non c’è film, non c’è orgia, non c’è relazione sessuale ammissibile fuori da un contesto di consenso attuale e chiaro.


Riferimenti:
Violenza al burro (Marina Terragni)
Disclaimer (Il Ricciocorno)
Bertolucci e il sottile confine tra l'arte, la pornografia e lo stupro (Elisabetta Addis)


Briciole di introspezione maschile



Ho visto condividere questo pezzo su molte bacheche, anche “prestigiose”.
Confesso però che, pur avendolo riletto più volte, non ne ho colto la profondità e neanche la novità. Certamente per limite mio.
Capisco il discorso sulla cultura maschilista e patriarcale di cui tutti in qualche modo siamo intrisi e capisco l’invito ad inserire nei percorsi educativi i testi delle femministe (la cui mancanza pare sia anche quella colpa che va condivisa con le femministe stesse) insomma la necessità di interventi anche a lungo termine. Ma poi mi perdo, non riesco a seguire la direzione di Christian Raimo.

Cosa è la zona grigia in cui razionalità e irrazionalità si confondono?
La violenza di genere ha a che fare con l’irrazionalità?
La zona grigia è parente prossima ma più sofisticata del raptus?
E la cultura, rispetto al mostro e la zona grigia, dove si colloca esattamente?
Davvero tutti voi o quasi tutti voi avete controllato mail, telefonato nel cuore della notte e anche alzato le mani?
Si?
Si tratta di cose che capitano e capitano a tutti?
Brevi periodi di pazzia, motivata magari da circostanze particolarmente dolorose? Ci sono circostanze per cui un uomo si trasforma (dice proprio “tasforma”) in una persona terribile? Gli uomini possono impazzire (in corsivo!). La violenza di genere ridotta ancora a pazzia momentanea e “debolezza generale” ma specialmente maschile.
C’è una parte di mostro. Irrazionale incapacità di gestire gli abbandoni e fragilità dei sentimenti.
Che novità, questa non l’avevamo proprio mai sentita
Davvero non capisco bene cosa intende dire Raimo. Cosa sarebbe quindi la violenza di genere? È una momentanea pazzia che trova origine nel dolore, una generale debolezza?
La violenza contro le donne è un’ irrazionale incapacità di gestire un abbandono?
Siamo ancora a questo?
Metto in conto che sono io che non comprendo, e per questo vi chiedo di aiutarmi a capire ma a me sembra che dopo tanto parlare di femminicidio e quindi di violenza strutturale in un sistema che prevede il dominio di un genere sugli altri, qui siamo nuovamente a banalizzarla e così a ridimensionarla a momento di irrazionalità e debolezza.

E visto che si sostiene (e ne sono convinta) che si tratta di questione complessa che va affrontata anche sul piano culturale, mi sfugge che tipo di contro-cultura si propone quando si narra la violazione dei diritti umani delle donne come zona grigia in cui si confondono razionalità e irrazionalità e si annidano mostri, pazzie momentanee, causa generale debolezza.
Il partire da sé degli uomini, quell’operazione che sarebbe auspicabile per affrontare sul piano culturale una violenza di genere che è strutturale nel sistema di dominio patriarcale, consiste nel guardare a quelle violazioni dei diritti umani che permettono al genere maschile di occupare la posizione di dominio, come a irrazionale incapacità di gestire la fragilità dei sentimenti, ad atteggiamenti aggressivi che esistono nelle relazioni e che gli uomini possono praticare o subire (e sottolineo subire)?
Il discorso maschile sul femminicidio deve cominciare dal riconoscimento di una “zona grigia” in cui la razionalità e l’irrazionalità sono confuse e si annida un mostro che balza fuori nei dolorosi momenti di pazzia?
Sarebbe questo il vostro “partire da sé”? Ammettere che c’avete un’impazzimento? E’ questo l’importante tassello da cui deve muoversi la rivoluzione culturale che ci salverà tutte dalla violenza di genere?
E ci salverà di più del chiamare questo mostriciattolo delinquente? E inciderà di più sulla cultura che questa violenza genera e giustifica, chiamare le cose con il loro nome, cioè “crimine” e “violazione dei diritti umani” oppure perseverare con assolutori brevi momenti di pazzia, debolezza, irrazionale incapacità di gestire gli abbandoni?
Sinceramente sapete che c’è? Detta così, mi viene da consigliarvi di partire da un meno assolutorio “shame on you”.
Certamente per mio limite, non comprendo cosa di questa riflessione possa entusiasmare una femminista.
Mi illuminate, per favore?



Per quanto la chiesa cattolica sia stata influenzata positivamente dal pensiero laico, illuminista, e socialista, queste stesse correnti politiche, ideologiche e culturali hanno un debito positivo con il cristianesimo, a cui spesso da parte anticlericale vengono attribuiti soltanto retaggi negativi, riassunti nell'espressione della "morale cattolica".

Lo stesso pensiero laico ha una origine cristiana.  Nel momento in cui è stato detto «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio», è stata inventata la laicità.

Il principio universale di uguaglianza nell'affermazione che tutti, liberi e schiavi sono uguali davanti a dio e nell'essere il cristianesimo una religione aperta, non ad un solo popolo, ma a tutta l'umanità, uomini e donne, in un mondo in cui una ristretta oligarchia dominava su una massa di schiavi.

La solidarietà con i poveri, i deboli e la predicazione della povertà ai ricchi. «Gli ultimi saranno i primi».

Powered by Blogger.
© 2010 Massimo Lizzi Suffusion theme by Sayontan Sinha. Converted by tmwwtw for LiteThemes.com.