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Italicum: rilegittimati Berlusconi e i furti di rappresentanza

La proposta della nuova legge elettorale è motivo di contrasto. Le contestazioni si concentrano su alcuni temi. 1) Il merito della legge (premio di maggioranza, liste bloccate, soglia di sbarramento); 2) l'opportunità di stringere un accordo con Silvio Berlusconi; 3) la parità di genere.

Un porcellum riformulato
Sul merito della proposta di legge presentata alla comissione Affari istituzionali è intervenuto, tra gli altri, un appello firmato da 29 giuristi, primo firmatario Stefano Rodotà, il quale obietta che la nuova legge presenta gli stessi difetti di costituzionalità del Porcellum, e può quindi andare incontro ad una nuova bocciatura della Corte Costituzionale. Il premio di maggioranza, anche se vincolato al raggiungimento di una soglia minima, fissato ad una percentuale troppo bassa (il 35%), continua ad essere sproporzionato: il voto del 35% degli elet­tori, tra­du­cen­dosi nel 53% dei seggi, ver­rebbe infatti a valere più del dop­pio del voto del restante 65% degli elet­tori deter­mi­nando, secondo le parole della Corte, un’alterazione pro­fonda della com­po­si­zione della rap­pre­sen­tanza demo­cra­tica. Le liste bloccate continuano ad essere tali, anche se più corte, mantenendo nelle mani delle segreterie dei partiti la designazione dei rappresentanti. In tal modo, il voto degli elettori è soltanto indiretto e quello che di nuovo ne risulta è un parlamento di nominati. Infine, sono raddoppiate le soglie di sbarramento: l’attuale pro­po­sta richiede il 5% alle liste coa­liz­zate, l’8% alle liste non coa­liz­zate e il 12% alle coa­li­zioni. E' così prescritta la scom­parsa dal Par­la­mento di tutte le forze minori, di cen­tro, di sini­stra e di destra e la rap­pre­sen­tanza delle sole tre forze mag­giori affi­data a gruppi par­la­men­tari com­po­sti inte­ra­mente da per­sone fedeli ai loro capi. Nelle ele­zioni del 1924 con la legge Acerbo voluta dal fascismo già al potere entra­rono comun­que in par­la­mento il Psu con 5,90% e 24 depu­tati, il Psi, 5,03%, 22 depu­tati e il PCd’I, col 3,74% e 19 depu­tati.
Le parti contraenti l'accordo invece sono convinte di aver tenuto conto in modo sufficiente delle indicazioni della Corte Costituzionale, con l'introduzione della soglia minima per accedere al premio di maggioranza e delle liste bloccate corte, sul modello spagnolo, per rendere accettabile l'esclusione del voto di preferenza.

L'accordo modificato
Al primo giorno di discussione in parlamento, Renzi e Berlusconi si sono accordati per elevare la soglia minima al 37% e abbassare il premio di maggioranza al 15%. Lo sbarramento per chi si presenta in coalizione scende al 4,5%. Prevista la clausola "salva-Lega": con il 9% in tre regioni si entra in Parlamento. La proposta di legge è quindi migliorata, ma la sproporzione distorsiva dalla rappresentanza resta. La scelta di una soglia percentuale, peraltro ancora molto al di sotto della maggioranza assoluta ed anche solo del 40%, fissata al 37%, appare del tutto arbitraria e svincolata da un criterio generale. Con questo sistema il PD sembra favorito dai sondaggi, avendo dieci punti di vantaggio su Forza Italia, ma il NCD di Alfano e la Lega di Salvini sono vincolati al cavaliere e in tal modo il presunto margine di vantaggio è già molto ridotto. 

La stabilità senza il consenso
Dal 1993, anno del referendum Segni, l'Italia non è più riuscita a stabilizzare la sua legge elettorale e il sistema di voto è diventato un dibattito permanente, principalmente orientato dal criterio della stabilità a scapito della rappresentanza, senza però riuscire mai a realizzarla compiutamente. Nel caso del Mattarellum, i fautori della stabilità mettevano sotto accusa la quota proporzionale del 25%, nonostante fosse prevista una soglia di sbarramento al 4%, mentre i partitini venivano filtrati dall'uninominale maggioritario o nascevano direttamente in parlamento (ad es. l'UDR di Cossiga nel 1998, decisivo per sostenere la nascita del governo D'Alema). Nel caso del Porcellum, ad essere messo sotto accusa, più razionalmente, è stato il diverso modo di ripartire il premio di maggioranza: su base nazionale alla Camera, per collegio elettorale al Senato, con la possibilità di formare due maggioranze diverse nei due rami del parlamento (nella nuova proposta di legge, in attesa dell'abolizione del bicameralismo, è inserita una 'clausola di salvaguardia' che rende applicabile la stessa legge elettorale della Camera anche al Senato). 
La stabilità richiede consenso. Dato che i principali partiti sono molto lontani dall'avere un consenso autosufficiente, hanno provato ad ottenerlo, in modo surrettizio, alterando i risultati elettorali con meccanismi maggioritari. Fermo restando la preferenza per il proporzionale, correttivi maggioritari sono possibili, magari con un secondo turno che permetta all'elettorato di riorientare il voto, come succede nei comuni sopra i 15 mila abitanti: quando nessun candidato supera il 50% al primo turno, i primi due candidati si misurano al ballottaggio. Il partito o la coalizione vincente ottiene il 60%,  mentre si consente a tutte le minoranze di ripartirsi il 40% dei seggi in modo proporzionale. Un sistema compatibile sia con un modello bipolare sia con un modello multipartitico. La legge elettorale dovrebbe essere il vestito del sistema politico, non la sua camicia di forza. Nel caso attuale invece una legge concepita per un confronto tra due schieramenti, viene forzosamente applicata ad un sistema politico diviso in tre partiti di forza equivalente, tagliando via tutte le forze minori, indifferentemente squalificate come "partitini ricattatori". Oltre che dubbio sul piano democratico, è discutibile sul piano dell'efficacia. Costringere il sistema politico in un bipartitismo obbligatorio, porta a far riemergere conflitti e contraddizioni all'interno di quegli stessi partiti che se ne ritengono costitutivi. Abbiamo appena assistito alla scissione del PDL (in Forza Italia e Nuovo Centrodestra) sulla collocazione parlamentare. E vediamo che la scissione è un tema spesso dibattuto nel Partito democratico, anche solo per essere costantemente smentita. In occasione dell'elezione del presidente della repubblica, il PD è stato da solo fattore di instabilità, non avendo saputo sostenere unitariamente nessuno dei suoi candidati. Immaginare di garantire stabilità e governabilità con artifici e irrigidimenti elettorali in contrasto con la configurazione del sistema politico e la sua naturale evoluzione, espressione di una società eterogenea e complessa, è come creare quegli argini e quelle dighe che poi diventano essi stessi causa di inondazioni maggiori.

La scelta di accordarsi con Berlusconi
L’opportunità di accordarsi con Silvio Berlusconi è stata giustificata con il fatto che la legge elettorale attiene alla materia delle regole e sulle regole ci si accorda con gli avversari. Beppe Grillo ha rifiutato il confronto proposto da Matteo Renzi sulla base di tre modelli elettorali, dunque come interlocutore rimaneva solo il leader di Forza Italia. Interlocutore legittimo perchè, anche se condannato definitivamente per frode fiscale, è stato votato da milioni di italiani.
Punti di vista legittimi. Con una propria logica. Ma nessuna strada obbligata.
La sentenza della Corte Costituzionale, non annulla l’attuale legge elettorale, che rimane in vigore, senza il premio di maggioranza e con la reintroduzione della preferenza unica nel voto di lista. Una legge per andare a votare c’è. Che non abbia il potere di trasformare una minoranza in un vincitore assoluto, non è affatto un difetto, dato che la politica e la democrazia, in tutti i paesi civili, si conducono con mediazioni, intese e alleanze e coabitazioni, tanto per vincere le elezioni quanto per governare.
La legge elettorale è una legge ordinaria, per essere approvata richiede la maggioranza semplice. Come già è successo con il Porcellum approvato nel dicembre 2005 dalla sola maggioranza di centrodestra.
Il fatto che sia aspicabile realizzare il più ampio consenso sulla legge elettorale, non vuol dire che ci si debba accordare con chiunque per realizzare qualsiasi accordo. La disponibilità ad accordarsi con gli avversarsi è pregevole, ma è una disponibilità, non una costrizione. L’accordo siglato sembra essere concepito solo per le prossime elezioni. Potrebbe andare incontro ad una nuova revisione da parte della Consulta. Sarà probabilmente rimesso in discussione dal prossimo parlamento. Comprende questioni che non sono pertinenti con il sistema di voto, come la rinuncia a legiferare sul conflitto d’interessi.
Matteo Renzi poteva prima accordarsi con gli alleati di governo del suo partito e solo in seguito tentare l’accordo con le opposizioni. Tanto più che gli alleati di governo, non sono partner naturali del PD e promettono di essere alternativi alle prossime elezioni, a cominciare dal nuovo centrodestra di Alfano.
Nelle elezioni politiche del 2013, il partito di Silvio Berlusconi, il PDL, ha preso il 21,57%. I sondaggi più recenti attestano Forza Italia intorno alla medesima percentuale. Silvio Berlusconi rappresenta una forza pari ad un quinto di un sistema politico multipartitico, non la metà di un sistema bipolare, come l’accordo siglato vorrebbe prefigurare. A fare la metà del sistema politico sono Forza Italia (circa 20%) e PD (circa 30%) messi insieme. I quali accordandosi, impongono la loro legge elettorale alla restante metà del sistema politico: M5S, Lega, Sel, Ncd, Sc. Al quale si potrebbe aggiungere la sinistra del PD (Cuperlo e Civati), molto critica verso l’accordo, ma indotta a ritirare tutti i suoi emendamenti. Allora, l’accordo tra Renzi e Berlusconi, non è un più ampio accordo di larghe intese in luogo di un accordo della maggioranza di governo. E’ soltanto l’accordo di un altra maggioranza, in quanto due dei tre partiti più grandi convergono nell’interesse di isolare il terzo partito (il M5S) e di marginalizzare i partiti minori.
Anche volendo perseguire l’accordo con Forza Italia, non era necessario da parte di Matteo Renzi, incontrare Silvio Berlusconi nella sede del PD e dichiararsi in profonda sintonia con lui, rilegittimandolo come principale interlocutore politico e partner delle riforme istituzionali. Una rilegittimazione pubblica, ovviamente parte dell’accordo. Che si è scelto di accettare. Se si ritiene che la legittimazione politica del cavaliere sia data esclusivamente dai suoi sette milioni di voti, non ha avuto alcun senso aver votato una norma come la legge Severino e averla poi applicata facendo decadere Berlusconi dal Senato.

Parità di genere
Meno visibile nel dibattito, ma non meno importante è la questione della parità di genere nelle liste elettorali, per cui è stata lanciata anche una petizione online che richiede una vera rappresentanza paritaria per uomini e donne. L’Italicum infatti, nel disegno di legge presentato, prevede nelle liste una alternanza di due uomini e due donne. Ma in testa di lista in molti collegi saranno collocati con ogni probabilità due uomini e saranno gli unici eletti. Così una composizione paritaria delle liste dei candidati produrrà una composizione disparitaria nell’assemblea degli eletti. Perciò, la petizione chiede l’alternanza più logica di un uomo e una donna e la parità anche rispetto ai capilista.


Barometro politico dell'Istituto Demopolis

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