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Media che empatizzano con i violenti e biasimano le vittime



di Maria Rossi


Non sono esperta di comunicazione, ma a me pare che la narrazione giornalistica degli episodi di violenza maschile, che si manifesti nelle relazioni intime o negli ambienti educativi, si uniformi di solito a un determinato schema. Negli articoli campeggia la figura dell'autore del reato, presentato in modo tale da suscitare nei lettori un sentimento di empatia innescato dall'ottima reputazione di cui gode nella comunità di appartenenza. L'immagine dell'artefice della violenza che ci viene propinata dai giornali è immancabilmente quella di un uomo che conforma l'intera sua esistenza a saldi principi morali e che adotta nei confronti del prossimo comportamenti urbani, cortesi e cordiali, beneficiando dell'incondizionata stima della collettività. Può trattarsi di una figura autorevole: l'avvocato benestante, raffinato e colto, appassionato di Kant e abile tennista, il docente di italiano e di storia in una scuola secondaria di secondo grado dotato di un consistente background culturale e di una notevole competenza professionale, stimato e tenuto in alta considerazione da colleghi e studenti, per molti dei quali rappresenta un solido punto di riferimento, lo stalker, infine, dal fisico armonioso e dal sorriso educato che dispone di un buona padronanza linguistica e sa usare perfettamente il congiuntivo.  E' evidente che queste persone educate e perbene non possono aver commesso i crimini di cui sono accusate (rispettivamente femminicidio, abuso sessuale e di potere esercitato su alunne minorenni e detenzione di materiale pedopornografico, stalking, maltrattamenti, violazione di domicilio) se non in quanto travolte improvvisamente e momentaneamente da un raptus, da un'imponderabile perdita di controllo, da una misteriosa irruzione dell'irrazionale nella loro ordinata esistenza. Non importa, ad esempio, che il femminicidio di cui stiamo parlando sia stato preannunciato in due lettere e sia stato perpetrato con un coltello che un colto avvocato, appassionato di Kant, non dovrebbe portare con sé. Non conta nulla il fatto che psicologi responsabili di programmi di riabilitazione per uomini violenti come Lundy Bancroft osservino con insistenza come i maltrattanti siano perfettamente lucidi e consapevoli degli atti che compiono.

Non si tratta certo di descrivere gli autori di delitti contro le donne come creature mostruose, come altrettante personificazioni della malvagità, ma non si tratta neppure di rappresentarli come individui inconsapevoli, non responsabili delle proprie azioni, come esseri innocenti dominati ed agiti da incontrollabili raptus, magari reiterati nel tempo, come nel caso in cui vengano commessi abusi sessuali ripetuti, atti di maltrattamento o di stalking. Sarebbe importante, invece, che i giornalisti acquistassero consapevolezza della natura strutturale della violenza contro le donne e comprendessero che essa è espressione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno condotto all'esercizio del dominio maschile sulle partner, anziché interpretarla come una manifestazione di temporaneo obnubilamento della coscienza che può colpire qualsiasi uomo, anche il più pacifico e rispettoso dell'uguaglianza di genere.

Negli articoli giornalistici la figura della vittima della violenza maschile appare invece, nella migliore delle ipotesi, sfocata, degna solo di una breve menzione, semi-rimossa dal discorso pubblico, quasi ad impedire ai lettori di identificarsi con lei, di lasciarsi coinvolgere dal suo dramma. Spesso, però, non ci si esime dal colpevolizzare la donna, rendendola oggetto di una vittimizzazione secondaria. L'assassinata viene così esplicitamente o implicitamente accusata di imprudenza per aver accettato un ultimo incontro con l'omicida, si insinua che ragazze minorenni, vittime di abuso, intrattenessero rapporti sessuali con lo stimato docente per conseguire buoni voti ed essere avvantaggiate nelle interrogazioni e nelle verifiche.

Sulla colpevolizzazione della vittima da parte dell'autore del reato è poi incentrata l'intervista di Beppe Severgnini ad un uomo condannato per stalking, maltrattamenti e violazione di domicilio ad una pena patteggiata di 18 mesi di reclusione, commutata nell'obbligo di seguire un programma di riabilitazione per abusanti. 

Il racconto di questo stalker è imperniato sull'idea della perdita di controllo, dell'incapacità di gestire il rapporto affettivo e sull'esplicitazione di una fragilità atta a suscitare empatia e che si esplicita nell'erosione della fiducia nella relazione, nell'insicurezza, nella paura dell'abbandono, sentimenti che possono ispirare un senso di compassione, di comprensione, di partecipazione nel lettore, ma che sono privi di validità epistemologica in quanto si tratta di emozioni sperimentate anche dalle donne, ma che non le conducono a commettere atti di maltrattamento, di stalking o di assassinio dei partner con la stessa frequenza degli uomini. Lo psicologo Lundy Bancroft osserva come un processo di autentico mutamento dei maltrattanti richieda che essi imparino a concentrarsi sulle proprie convinzioni e sulle proprie credenze, anziché sulle proprie emozioni e apprendano a focalizzarsi sui sentimenti di chi hanno ferito, non sui propri.

Lo stalker intervistato da Severgnini attribuisce - ed è la cosa più grave - la responsabilità delle proprie azioni alle ex partner, colpevoli di non offrirgli cortesi spiegazioni sul motivo del loro abbandono, ma di troncare bruscamente le relazioni, manifestando così insensibilità nei confronti di un uomo vulnerabile e sofferente come lui. Non si reputa geloso e possessivo, ma accolla la responsabilità dei propri sentimenti alle donne che indossano abiti scollacciati, dimostrando la loro dubbia moralità. Imputa alla ex compagna l'adozione di un comportamento ambiguo, manipolatore e volubile, consistente nel fornirgli il numero di telefono per poi denunciarlo per atti di stalking. L'accusa poi di aver perpetrato un atto di violenza nei suoi confronti, tirandogli un coltello e puntandoglielo contro. Certo la gravità dell'atto è attenuata dal fatto che «lei era talmente stufa» di discutere da commettere un'azione di così virulenta aggressività. Eppure la donna che lo ha denunciato non ha subito alcuna condanna per violenza. Non solo: ma lo stalker intervistato è stato ritenuto responsabile anche di maltrattamenti in famiglia. Ora: la Corte di Cassazione, le cui sentenze rappresentano importanti, anche se non vincolanti, precedenti giurisprudenziali, ha stabilito criteri così rigidi di applicazione dell'art.572 del Codice Penale da rendere la fattispecie penale da esso contemplata assai raramente configurabile. La VI sezione della Corte di Cassazione con sentenza emanata il 03.03.2009 n° 9531, ha sancito ad esempio che : "Il reato di maltrattamenti in famiglia può sussistere solo in quanto espressione di una condotta che richiede l'attribuibilità al suo autore di una posizione di abituale prevaricante supremazia alla quale la vittima soggiace. Se non c’è supremazia, non vi è il suddetto reato". Sono molti i provvedimenti della Cassazione che ribadiscono questo criterio.  E' assai improbabile, dunque, che l'ex partner di quest'uomo possa essere ritenuta corresponsabile dell'esercizio della violenza domestica, dal momento che si trovava in una condizione di abituale subordinazione e soggezione alle prevaricazioni dell'autore del reato. E' opportuno allora dar voce ad un uomo violento senza riportare anche la versione della sua vittima? Non si produce così il risultato di colpevolizzare la donna oggetto di stalking e di maltrattamenti e di esporla alla vittimizzazione secondaria?

Un'altra perplessità che mi sento di esprimere riguarda l'efficacia del programma di recupero seguito dal maltrattante intervistato da Severgnini. Per approdare a risultati concreti, un progetto di riabilitazione - osserva lo psicologo Lundy Bancroft- dovrebbe condurre un uomo violento ad accollarsi la responsabilità integrale degli atti che ha commesso, senza tentare negazioni o minimizzazioni di sorta. Non mi pare che lo stalker in questione abbia già intrapreso questo processo di mutamento e di assunzione di responsabilità. Il mio augurio è che abbia appena iniziato il suo percorso di recupero e che, nel corso del tempo, giunga ad ammettere le proprie colpe, non per restarne inchiodato, ma per poter poi allacciare relazioni affettive serene che non comportino l'uso della violenza e l'esercizio della sopraffazione.

One Response to “Media che empatizzano con i violenti e biasimano le vittime”

  1. penso sia importante sapere che gli autori di queste violenze possono anche essere persone dall'aspetto "cortese ed educato".
    poi è ovvio che c'è una incapacità di "gestire" non solo il rapporto ma anche le proprie emozioni e frustrazioni ma la colpa è sua così come il fatto che lei "non desse spiegazioni" non giustifica atteggiamenti violenti..poi forse gliele ha date ma lui non voleva ascoltare.
    Comunque la maggioranza degli uomini che vengono lasciati non picchia la ex..questo continuo a crederlo

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