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Sul «Manifesto» si nega la violenza di genere

di Maria Rossi

Il "Manifesto" è un ottimo quotidiano. Ciò non toglie che talvolta pubblichi articoli assai discutibili. Per me, almeno. "Non è violenza di genere" dello psicanalista Sarantis Thanopulos è uno di questi. Un testo di cui non condivido una parola. Potrei tutt'al più convenire con l'autore che l'espressione "violenza di genere" potrebbe essere rimpiazzata. Sì, ma da una formula ancora più esplicita e chiara: quella di violenza maschile sulle donne. Ciò non significa "teorizzare una violenza innata dell'uomo nei confronti della donna", "risalente al suo patrimonio genetico", ma semplicemente prendere atto, senza infingimenti, del fatto che sono soprattutto gli uomini a perpetrarla. Ne fanno fede i dati ISTAT del 2006 dai quali si evince che sono ben 6 milioni e 743 mila le donne italiane che, nel corso della loro vita, hanno subito qualche forma di violenza (fisica, psicologica o sessuale).
Gli atti di maltrattamento sono comportamenti volti a mantenere la donna in una posizione di costante subordinazione, come riconosce anche la Convenzione di Istanbul, e a consentire all'uomo che li commette di conseguire una serie di vantaggi: il mantenimento del potere e del controllo sulla partner, la soddisfazione dei propri desideri, senza preoccuparsi di appagare quelli della compagna, l'esaudimento dei propri bisogni affettivi, la presa in carico dei propri problemi da parte della convivente, il godimento, rispetto ad essa, di una maggior quantità di tempo libero, assicurato dal rifiuto ad accettare un'equa ripartizione del lavoro domestico e di cura. Lo afferma, tra gli altri, Lundy Bancroft, uno psicologo che ha acquisito un'esperienza ventennalenell'impostazione e nella gestione di programmi di riabilitazione degli uomini violenti.
La vittima predestinata dei maltrattamenti non è la sessualità, come afferma Thanopulos, ma banalmente la donna nella sua concreta materialità corporea e nella sua psiche.
Non si comprende neppure perché non si possa interpretare la violenza maschile sulle donne senza invocare la teoria tradizionalista, ultraconservatrice emaschilista della complementarietà tra i sessi, che attribuisce ai due generi ruoli diametralmente opposti.

"L'intero edificio sociale si basa sulla complementarità dei sessi che incastra tra di loro (nella relazione degli amanti e nel mondo interno di ciascuno di loro) il concedersi all'altro (e alla vita) e la brama di possesso", scrive Thanopulos.

A mio parere è, anzi, proprio l'attesa, anzi, la pretesa frustrata della dedizione totale della donna,della sua abnegazione, della sua completa disponibilità ad appagare i desideri maschili senza chiedere nulla in cambio a generare la violenza dell'uomo. Divulgare l'idea che la donna sia "naturalmente" votata alla consacrazione totale di sé all'altro, individuare in ciò la "qualità femminile del desiderio" e fondare su questo carattere l'intero edificio sociale significa alimentare nell'uomo convinzioni sbagliate che possono indurlo ad adottare comportamenti violenti, nel caso in cui la sua partner non corrisponda a questo ideale, ma intenda invece realizzarele proprie potenzialità senza annullarsi nella relazioneed esiga giustamente dal compagno reciprocità nell'accudimento e nell'appagamento dei bisogni.
Anche la sessualità dovrebbe scaturire da un incontro di desideri che sfoci in un godimento reciproco e non dovrebbe per forza consistere in un concedersi passivo all'attiva brama di possesso dell'altro.
Desta perplessità anche l'idea che gli uomini siano, per natura, animati da una "passione di appropriazione" cui le donne dovrebbero, sempre per natura, sottostare. Da una simile concezione deriva, a mio parere, la convinzione dell'immutabilità del rapporto di dominio e di subordinazione che caratterizza spesso le relazioni tra i sessi.
Ma la parte davvero inaccettabile dell'articolo è questa:

"La violenza nei confronti della donna è sociale e danneggia egualmente uomini e donne come soggetti sessuali. Nella sostanza danneggia più l'uomo che la donna perché l'uomo violento perde il suo oggetto del desiderio e subisce una deprivazione psichica devastante. Una donna può essere sopraffatta dalla violenza ma restare internamente viva mentre l'uomo sopraffattore è già morto dentro".

Ma stiamo scherzando? La violenza danneggerebbe piùchi la commette che chi la subisce?Essere uccise, massacrate di botte, deturpate, ferite a morte, distrutte psicologicamente, stuprate provocherebbe una sofferenza e una deprivazione inferiore a quella che prova l'uomo violento?
Ma ci rendiamo conto che ciò significa misconoscere, sottovalutare il dolore delle vittime, non attribuire loro e ai loro sentimenti la giusta importanza? E come si fa ad affermare che " una donna può essere sopraffatta dalla violenza ma restare internamente viva"? La vittimadi abusi viene distrutta psicologicamente, la sua autostima viene demolita. Ciò non accade al violento. Se, infatti, costui subisse una deprivazione psichica devastante, come sostiene l'autore dell'articolo, cesserebbe immediatamente di commettere abusi per alleviare la propria sofferenza. Al contrario: le violenze possono protrarsi per anni e, talvolta, per decenni e ciò significa che il maltrattante èpoco sensibile aldolore che infligge alla sua vittima che ha, in precedenza, provveduto ad espropriare della sua umanità.
Non posso, quindi, che condividere le parole dello psicologo Lundy Bancroft che in "Uomini che maltrattano le donne" scrive:

"I miei assistiti superano il dolore degli episodi di cui sono stati protagonisti molto più rapidamente delle loro partner. Certo, essere crudeli verso la propria compagna non è uno stile di vita sano, ma gli effetti negativi sull'uomo non sono neppure minimamente paragonabili al dolore emotivo e fisico, alla limitazione della libertà, ai sensi di colpa e alle numerose ombre che la violenza domestica getta nella vita della donna.[...] Gli uomini abusanti possono continuare a maltrattare la moglie per venti o trent'anni e la loro vita professionale rimane immacolata, la loro salute normale, le loro amicizie stabili. [...] Gli abusanti traggono molti benefici dal loro comportamento. [...] Chi, come me, confronta i tragici racconti delle donne maltrattate con il modo in cui si presentano alle terapie di gruppo i loro aguzzini non potrà mai concordare sull'affermazione che la vita sia altrettanto dura per i secondi come lo è per le prime". [p.56]


Vedi anche:
Braccia rubate all'agricoltura (Il Ricciocorno Schiattoso)
Manifesto indigesto (La rete delle reti femminili)
Polemiche tra sesso e genere (Nota del Manifesto su FB)

3 Responses to “Sul «Manifesto» si nega la violenza di genere”

  1. nel sesso ci si desidera a vicenda. Uomini e donne desiderano e sono desiderati

  2. una persona non è mai "oggetto" in senso degradante, nè quando desidera nè quando è desiderata

  3. Grazie Maria Rossi

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