(Traduzione
di Maria Rossi)
In
Inghilterra quasi 50.000 donne su 340.000 perdono il lavoro o si
ritrovano demansionate ogni anno dopo un congedo di maternità. Una
pratica discriminatoria, ma tuttavia molto diffusa in un buon numero
di Paesi europei.
Le
mamme licenziate dalle imprese. E' la constatazione fatta da uno
studio condotto dalla House of Commons Library. 50.000 donne su
340.000 che hanno un lavoro lo perdono dopo aver fruito di un congedo
di maternità. Nulla è risparmiato alle giovani mamme pronte a
riprendere il lavoro, rivela il The Indipendent : le pressioni
esercitate dai superiori, il demansionamento o, addirittura, il
licenziamento. Bisogna dire che l'Inghilterra è il paese europeo con
il più lungo periodo di congedo di maternità (52 settimane).
Per
le mamme che conservano il posto di lavoro, si riducono le
prospettive di ottenere un aumento di stipendio o una promozione. E'
difficile promuovere un ricorso giudiziario. Il quotidiano [The
Indipendent] sottolinea che una denuncia per discriminazione in
seguito alla fruizione di un congedo di maternità può costare fino
a 1200 sterline ( quasi 1400 euro).
Yvette
Cooper, Ministra nel governo di Gordon Brown tra il 2008 e il 2009,
racconta la sua esperienza al The Indipendent. Fu la prima Ministra a
fruire di un congedo di maternità durante il suo mandato.
"Quando ho avuto il mio terzo figlio, i miei colleghi erano contrari
all'idea che io fruissi di un congedo di maternità. I miei rapporti
di lavoro si sono deteriorati. Era più difficile mantenere i
contatti con i colleghi durante le assenze od organizzare il tempo.
[..] Era una vera lotta!"
In un'indagine su 1000 madri condotta dallo studio degli avvocati Slater & Gordon, la metà di loro ha rivelato che la propria posizione in seno all'impresa è mutata al ritorno dal congedo. Un quarto di loro si è vista rifiutare la richiesta di un mutamento di orario.
Per
Yvette Cooper, questa situazione è inaccettabile in Inghilterra,
dove le madri rappresentano un quinto della manodopera.
"L'economia e le imprese dipendono dal lavoro delle donne. Troppo
spesso le giovani madri sono discriminate. I datori di lavoro credono
che sia possibile emarginare le donne che tornano da un congedo di
maternità. Abbiamo bisogno di un piano d'azione nazionale che faccia
fronte a questa discriminazione".
Non
c'è posto per le madri spagnole
Anche
in Spagna maternità rima ancora molto spesso con precarietà. Le
gravidanze continuano a pesare parecchio sui percorsi professionali
delle donne. Lo dimostra l'ultima seria inchiesta disponibile
sull'argomento, condotta nel 2006 dal Centro de Investigaciones
Sociológicas (CIS) : fare figli "riduce l'attività
professionale di una donna su tre e limita la possibilità, per una
donna su quattro, di conseguire una promozione ".
La
Spagna è uno dei Paesi europei dove è più complicato ritrovare il
posto di lavoro dopo una gravidanza. Come in Italia o in Irlanda, il
grado di inserimento delle madri sul mercato del lavoro è debole e
il tasso di occupazione delle donne in genere rimane uno dei più
bassi d'Europa: 51% nel 2012.
Nel
2006, il CIS osservava che in Spagna una madre su quattro abbandonava
definitivamente il lavoro dopo aver avuto un figlio.
Come
la Francia e i Paesi Bassi, la Spagna copre, con un'indennità pari
all'intera retribuzione, 16 settimane di congedo di maternità, vale
a dire meno della media dei Paesi dell'OCDE nel 2011 (19 settimane).
L'anno scorso in Spagna i congedi di maternità si sono ridotti di
quasi l'8% rispetto al 2011.
Francesi
licenziate
In
Francia, la situazione non è molto migliore. Basta qualche clic per
imbattersi in forum ove migliaia di donne esprimono il loro
disappunto.
E'
il caso di Élodie, che racconta la sua esperienza sul sito del
difensore dei diritti. Dopo il ritorno dal congedo di maternità nel
settembre 2009, la giovane donna si ritrova privata delle mansioni
che esercitava in precedenza. In dicembre, il suo direttore le
propone di scegliere tra le dimissioni, il licenziamento per colpa
grave o l'accettazione di un altro posto di lavoro di cui non precisa
né il salario né l'orario né le mansioni. Élodie rifiuta e nel
mese di marzo riceve la lettera di licenziamento.
Nel
2009, in un'inchiesta condotta da la HALDE (Haute Autorité de Lutte
contre les Discriminations et pour l'Égalité), il 46% dei Francesi
esprimono l'opinione che la gravidanza costituisca un freno per la
carriera.
Una
realtà confermata nel 2010 dall'OCFE (Observatoire français des
conjonctures économiques). Una donna di
più di 39 anni che non abbia mai interrotto la carriera guadagna
fino al 23% in più di quelle che interrompono il lavoro per cause
familiari e più di una donna su quattro afferma di essersi sentita
discriminata sul lavoro durante la gravidanza, malgrado la Francia
contempli delle misure a sostegno delle imprese.
Così
è vietato in Francia rifiutare l'assunzione di una donna perché
incinta, si tratti di stipulare un contratto a tempo indeterminato,
da stagista o un contratto di formazione. La stessa cosa vale per la
rescissione di un contratto di lavoro durante il periodo di prova.
Questa normativa si applica dall'inizio della gravidanza fino a
quattro settimane dopo la fine del congedo di maternità.
Monti
e la riscossa delle mamme italiane
In
Italia, secondo l'Istat, una donna su quattro, per la precisione il
22,7% della popolazione femminile attiva, ha perso il lavoro l'anno
dopo aver fruito di un congedo di maternità. Soltanto il 77,3% delle
madri conservano l'impiego due anni dopo il parto contro l'81,6% del
2006. La percentuale dei licenziamenti sfiorava il 24% l'anno scorso.
La
riforma del lavoro introdotta nel 2012 dal governo tecnico di Mario
Monti prevede che i moduli per le dimissioni delle lavoratrici
dipendenti o le "risoluzioni consensuali di un contratto di
lavoro" firmate nei tre anni successivi il parto debbano essere
convalidate dal servizio d'ispezione del ministero del lavoro. [N.d.t
In realtà la convalida deve essere effettuata presso la Direzione
territoriale del lavoro o il Centro per l’impiego territorialmente
competenti. La riforma presenta inoltre dei limiti. Cfr.]
I
padroni colti in flagranza di reato sono sanzionati con un'ammenda
variabile dai 5000 ai 30.000 euro.
Questa
procedura è stata introdotta per ridurre il numero delle lettere di
dimissioni in bianco, una pratica corrente in Italia. Numerosi datori
di lavoro fanno firmare una lettera non datata alle donne che cercano
un lavoro prima di assumerle, affinché non fruiscano di un congedo
di maternità.
Resta
il fatto che, secondo i sindacati, i casi di mobbing, di cambiamento
di funzioni o di pressioni per indurre le lavoratrici dipendenti di
ritorno da un congedo a dimettersi aumentano di anno in anno. Ma la
maggior parte dei casi non finiscono in tribunale. Di qui la
difficoltà di ottenere dati statistici precisi.
