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Lo spaventapasseri del moralismo



di Maria Rossi


Sul settimanale Gli Altri Angela Azzaro ha recentemente pubblicato un articolo nel quale paventa il pericolo rappresentato dalla approvazione della proposta di legge francese che abolisce la prostituzione che comporterebbe, a suo parere, un ulteriore rafforzamento del moralismo in Italia, Paese vicino. 

Non riconoscendo al progetto alcun significato progressista, Azzaro si stupisce che sia stato presentato dai socialisti (e sostenuto con convinzione - aggiungo- dai comunisti e dal Parti de Gauche), anziché dall'estrema destra di Marine Le Pen, la quale, invece, in perfetta consonanza con le istanze del capitalismo e del patriarcato, propone di rafforzare l'industria del sesso con la riapertura delle case chiuse, in sintonia con la Lega Nord e con una parte del centro destra in Italia.

L'opposizione alla politica abolizionista francese - osserva Azzaro - si è manifestata anzitutto con la presentazione dell'appello dei maiali: Giù le mani dalla mia puttana, un titolo che ritengo illustri con estrema chiarezza la visione che i clienti hanno delle donne che si prostituiscono, non solo perché esse vengono designate con un appellativo misogino, ma, soprattutto, perché ne viene rivendicata la proprietà, l'appartenenza, l'appropriazione, ciò che comporta il disconoscimento della loro umanità, della loro autonoma soggettività, confermando così come per gli stessi clienti la prostituzione si configuri come una condizione di perdita della libertà. Io ti pago e tu ti pieghi, appunto. 

Azzaro richiama poi il manifesto antiabolizionista stilato dal cantante Antoine e sottoscritto tra gli altri da Catherine Deneuve e da Charles Aznavour: un appello che dimostra una scarsa conoscenza della legge appena approvata dall'Assemblea Nazionale francese, dal momento che esprime, tra l'altro, il rifiuto della criminalizzazione delle persone che si prostituiscono, mentre il provvedimento in questione abroga il reato di adescamento attivo e passivo previsto dalla Loi pour la sécurité intérieure del 2003, che sanzionava le persone che praticano rapporti mercenari. 

Per sostenere la sua tesi sul presunto moralismo implicito nella politica abolizionista (da lei denominata proibizionista), Angela Azzaro si ispira al pensiero di Élisabeth Badinter, da lei addirittura gratificata del titolo di regina del femminismo francese. Per la verità non è che Badinter sia particolarmente apprezzata dalle militanti del femminismo del suo Paese e ciò fin dall'epoca della pubblicazione di XY de l'identité masculine, un saggio tutt'altro che recente, visto che risale al 1992. Il suo credito è tale che è stata persino inclusa in un opuscolo di denuncia del mascolinismo!

Prescindiamo pure da queste considerazioni e analizziamo la retorica di Badinter. 

Esiste la prostituzione libera – osserva – praticata da persone che decidono consapevolmente e senza costrizione di disporre del proprio corpo. Io, da vecchia femminista degli anni Settanta, penso che una donna abbia il diritto di usarlo come vuole. O lo Stato vuole promuovere l’ideale di una sessualità sempre e solo legata all’amore? E chi gliene dà il diritto?.
In primo luogo l'esercizio della libertà di scelta presuppone che non si sia soggetti a pressanti condizionamenti esterni ed interni e che si disponga di una gamma sufficientemente ampia di opzioni. Ora: la stragrande maggioranza delle donne prostituite è originaria di Paesi (Africa o Europa dell'Est) devastati dalle politiche neoliberiste. Spesso emigrano in Europa Occidentale, gravate da un debito che è fonte di sfruttamento spietato e che le costringe a ricorrere alla pratica dei rapporti mercenari. Strumento di accumulazione capitalistica, il debito si configura come una forma di spossessamento e di rafforzamento della subordinazione delle persone (in questo caso delle donne) che lo contraggono e come un dispositivo attraverso il quale chi detiene il capitale esercita il suo potere sulla vita di chi è costretto ad indebitarsi.

Anche in Occidente, il neoliberismo e le successive politiche di austerità con le quali è stata affrontata la crisi economica hanno prodotto ed incrementato la precarietà del lavoro e la disoccupazione, inducendo molte donne a far ricorso alla prostituzione per garantirsi la sopravvivenza. Da uno studio del 2004 [Home office (2004) Solutions and Strategies: Drug Problems and Street Sex Markets: London: UK Government] risulta che il 74% delle prostitute del Regno Unito individua nella povertà, nella necessità di sostenere le spese per l'affitto o il mutuo e di provvedere al mantenimento dei figli le cause che le hanno condotte a praticare rapporti mercenari.

La povertà, insieme all'etnia, è anche la principale causa della prostituzione delle minorenni ad Atlanta in Georgia: il 90% delle ragazze che la praticano è afroamericana e non gode di sufficiente istruzione. Il 40% delle giovani afroamericane non ha completato la scuola superiore, il 34% è in condizioni di povertà, che risulta particolarmente grave nel 21% dei casi.

Nella Grecia economicamente distrutta, dove la percentuale della disoccupazione giovanile ha ormai raggiunto il 75% del totale, il numero delle prostitute è aumentato del 150% in questi ultimi due anni.

In Italia, infine, come documenta il Censis, nel 2012 ha subito un incremento notevole la prostituzione anche minorile come deriva estrema della povertà.

Il sistema prostituente non è soltanto fondato sulle diseguaglianze tra uomini e donne, ma anche su quelle di classe ed etniche. La stragrande maggioranza delle prostitute proviene infatti dai ceti poveri e in tutti gli Stati le donne appartenenti alle minoranze etniche o alle ex colonie sono sovra rappresentate nel mercato del sesso (native in Canada e in molti Paesi dell'America latina, aborigene in Australia, maori in Nuova Zelanda, rom, minoranze etniche in Thailandia, minoranze russe nei Paesi baltici, donne africane ecc..) [Mondialisation de la prostitution, ATTAC France, Claudine Blasco et al., 2007]

Inoltre, una percentuale elevatissima di donne ha subito violenze gravi, spesso l'incesto, durante l'infanzia ed è cresciuta imparando ad usare il sesso come merce di scambio per ottenere affetto ed attenzione oppure, per sottrarsi agli abusi, è fuggita da casa ed è stata reclutata dal mercato della prostituzione, perché non c'era altro modo per sopravvivere.

Se a ciò affianchiamo la giovanissima età di ingresso nel mercato del sesso e la perpetuazione sociale, culturale, mass-mediale dell'ordine simbolico patriarcale che riduce le donne a corpo consacrato alla riproduzione, alla cura e all'appagamento delle istanze di godimento maschile, si comprenderà come ben difficilmente l'esercizio della prostituzione possa configurarsi come il prodotto di una scelta autenticamente libera.

Molti di coloro che la evocano non si interrogano sulle costrizioni sociali, culturali, economiche e psicologiche che influenzano considerevolmente le decisioni individuali. Che significa acconsentire e che ne è del consenso dei dominati e delle dominate? Il lemma in questione può essere assunto in almeno due accezioni: come adesione convinta a qualcosa, ma anche come accettazione, sottomissione alla sorte e al volere altrui. In un sistema sostanzialmente neodarwinista come quello capitalista, specie nella versione neoliberista, sostenere, prescindendo dalle reali condizioni di vita, che i ceti subalterni esercitino un'effettiva libertà di scelta può tradursi nel rafforzamento del potere dei dominanti (incluso quello patriarcale) e dell'oppressione dei subordinati, abbandonati a se stessi e privati di una rete solidale di supporto e di tutela dei loro diritti. Se è così semplice, libero e libertario prostituirsi, perché lo Stato dovrebbe predisporre misure che consentano a tutt* di accedere a un reddito decente e perché noi donne dovremmo lottare per conseguire l'effettiva parità salariale e il superamento della segregazione orizzontale e verticale del lavoro? Prostituiamoci tutte, no? E' così facile! E lo Stato non dovrà preoccuparsi della diffusione della povertà, della disoccupazione e della precarietà.

Scrive Angela Azzaro: In nome delle donne, ma mai della loro libertà, si sta costruendo un immaginario fondato sulla loro presunta ed esaltata debolezza. Qui in realtà non si sta discutendo né di forza né di debolezza, bensì di marcate diseguaglianze di genere, di classe e di etnia, tutte questioni che mi paiono rimosse da chi sembra celebrare invece la libertà di farsi sfruttare ed assoggettare al volere e al potere dei clienti pubblicamente riconosciuti nella prostituzione come padroni sessuali delle donne, come scrive la femminista marxista Carole Pateman. E si sta discutendo di patriarcato alimentato dal capitalismo e, in particolare, dalla fiorente industria del sesso.

E come mai ci parrebbe beffardo glorificare la libertà di scelta in riferimento all'attività dell'operaia, della donna delle pulizie, della badante, della bracciante raccoglitrice di ortaggi per pochi euro (al Nord questo è in genere un lavoro femminile), della precaria operatrice di un call center ecc. e ci sembra invece così normale farvi riferimento nel caso della prostituzione?

Quanto alla libera disponibilità del corpo, essa è stata rivendicata dal femminismo degli anni Settanta allo scopo di ottenere la depenalizzazione dell'aborto e la sottrazione delle donne al dominio maschile. Era, dunque, una richiesta di riappropriazione di se stesse. Ora, invece, l'espressione è intesa nell'accezione opposta, come rivendicazione del diritto di sottomettersi al potere dei clienti. La solita risignificazione post-moderna dei concetti che deriva dalla rassegnazione e dalla rinuncia a modificare lo statu quo, che viene semplicemente rinominato per essere reso accettabile.

Riguardo all'uso del corpo, vorrei poi richiamare la vostra attenzione su alcune considerazioni della sociologa femminista Marie Victoire Louis che mi paiono interessanti. Affermare che "il corpo è mio" significa porre il diritto di proprietà a fondamento della propria identità, a dispetto di tutte le filosofie che pongono la libertà come base della persona. Sostenere erroneamente che il corpo è dissociato dall'essere umano, significa ritenere che esso possa essere venduto o affittato. Una volta che si è riconosciuta a ciascuno la proprietà del corpo si è legittimata la capacità di ogni altro di sfruttare, dominare e appropriarsi di altri esseri umani. La dissociazione del sesso dal corpo, del sesso dall'essere umano e del corpo dall'essere umano è di per se stessa una negazione della persona. Una simile operazione, osserva Louis, può legittimare lo sfruttamento prosseneta del corpo delle donne, così come la schiavitù. Sarebbe più corretto pertanto dire che il corpo sono io, non che il corpo è mio.

E' assolutamente ingiustificata, poi, l'idea di Badinter secondo cui lo Stato francese, con la promulgazione della legge che abolisce la prostituzione, abbia inteso promuovere, in un rigurgito di moralismo, questo o quell'altro ideale di sessualità, in primo luogo perché il ricorso di un cliente a un rapporto mercenario, più che una pratica sessuale, può essere definito una forma di esercizio del dominio su una donna, in secondo luogo - mi pare ovvio - perché il Parlamento d'oltralpe non ha affatto sancito che il sesso debba essere praticato solo all'interno di un rapporto sentimentale e stabile o nell'ambito del matrimonio, né che debba essere etero, omo o bisessuale, finalizzato alla riproduzione, in coppia, in gruppo o da soli, né tanto meno ha legiferato in merito alle posizioni del Kāma Sūtra consentite e a quelle vietate. Queste sono assurdità.

All'accusa di moralismo spesso rivolta alle femministe abolizioniste vorrei replicare riportando alcune riflessioni di Ronan David, sociologo marxista, ricercatore all'Università di Caen. 

Non si tratta di difendere la morale sessuale borghese e puritana, la morale dei parroci e degli imams, di difendere il matrimonio, l'astinenza, la castità o, ancora, i rapporti eterosessuali come i soli legittimi [...] Si tratta piuttosto di stabilire una differenza tra la liberazione del corpo e della sessualità e lo sfruttamento postmoderno, mercantile e cinico della sessualità. Perché il presunto immoralismo dell'età postmoderna è legato, una volta di più, alla logica capitalista di reificazione del corpo e della sessualità. [Ronan David, Postmodernité et différence de sexes, in «Illusio», n.4/5 , 2007, p.49]

Quest'età [postmoderna] che suppone d'altronde che tutte le produzioni culturali, scientifiche, artistiche si equivalgano, che si dichiara tollerante nei confronti di tutti gli stili di vita, ivi compresi quelli che si iscrivono in una logica di oppressione o di repressione, (prostituzione [...] ecc.), è, in effetti, una vera postura ideologica che maschera la realtà concreta dei rapporti sociali [Ibidem, p.33]

Né si può identificare l'abolizionismo con la contrapposizione tra donne per bene e donne per male, non fosse altro perché a comporre il movimento ci sono moltissime sopravvissute alla prostituzione e femministe che si sono prostituite come Andrea Dworkin. Le donne che praticano rapporti mercenari non sono affatto donne per male: questo linguaggio e queste convinzioni non appartengono alle femministe abolizioniste. Le persone che si prostituiscono meritano assoluto rispetto.

Non mi piace, semmai, che i clienti prostitutori vengano collocati sullo stesso piano delle donne, che essi riducono a meri oggetti sessuali. Avete mai letto le recensioni pubblicate nei forum frequentati dai clienti: spazi di omosocialità nei quali gli utenti manifestano la propria adesione al modello di maschilità egemone imperniata sull'oggettivazione sessuale delle donne, sulla competizione, sull'affermazione e sulla narrazione della propria potenza erotica? Il linguaggio impiegato in molte recensioni è estremamente aggressivo: sfondare di brutto il culo o la fregna, puntellare di brutto un ano, Invito tutti gli amici della sorca romana a spaccare loro il culo per bene, martellate d'ano; oggettivante, con la riduzione della donna, per sineddoche, a singole parti del corpo, per giunta, indicate con vocaboli irridenti; sprezzante ed umiliante, caratterizzato dall'uso di classici epiteti sessisti come : "troie", "zoccole", "manze", "esose puttane", "cessa", chiavica, porca, baldracca, ma anche più fantasiosi come navi in disarmo, vacca tibetana, o espressioni come [mi piacciono le] troie che non pijano na lira ma solo puntellate... I clienti si percepiscono come tecnici che sperimentano l'efficacia e le prestazioni di un prodotto, di una macchina da sesso e, pertanto, impiegano verbi come provare, periziare, testare, effettuare un controllo di qualità. In altri casi, invece, concepiscono il rapporto mercenario come l'impressione del proprio marchio sulla donna-merce, per cui parlano di mettere una tacca o di timbrare una prostituta o una sua parte del corpo (le natiche).

E' giusto collocare sullo stesso piano le donne che si prostituiscono e chi le disumanizza e le reifica in questo modo?

Impegniamoci piuttosto ad individuare soluzioni adeguate affinché nessuna ragazza, nessuna donna debba essere più trattata come una baldracca testata da tizi che pretendono, per aver scucito qualche euro, di sfondarle la fregna o l'ano.

Scusate la conclusione poco elegante e parecchio volgare, ma ritengo che la realtà vada conosciuta e non debba essere edulcorata.

One Response to “Lo spaventapasseri del moralismo”

  1. "In nome delle donne, ma mai della loro libertà, si sta costruendo un immaginario fondato sulla loro presunta ed esaltata debolezza." Questo è il passo che maggiormente mi sconcerta, perché ultimamente questi discorsi intorno al concetto di "forza" li sento spesso e volentieri.
    A quale idea di forza si fa riferimento?
    Non è per niente semplice definire un concetto vago e per certi versi anche ambiguo come "forza": ogni volta che parliamo di "forza" dovremmo definire che cosa intendiamo, perché la retorica del "forte" è stata spesso e volentieri, nel corso della storia, la retorica del dominatore, di colui che per mezzo della forza opprime e limita la libertà altrui.

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