di Maria Rossi
Lundy
Bancroft consacra un capitolo del libro "Uomini che maltrattano
le donne" al rapporto dei violenti con i figli. Vorrei esporne
il contenuto in questo articolo.
L'abusante
tende ad assumere nei confronti dei figli lo stesso atteggiamento che
adotta nei confronti della partner: li concepisce come un'estensione
di sé o della madre che, a sua volta, costituisce un oggetto di sua
proprietà, esercita su di loro un controllo soffocante e si
attribuisce il diritto di decidere della loro vita senza minimamente
occuparsi del soddisfacimento dei loro bisogni materiali ed
affettivi. Il suo egocentrismo produce, anzi, un'inversione di ruoli
nella relazione con i figli: sono loro a doversi accollare la
responsabilità di appagare i suoi desideri ed adeguarsi alle sue
esigenze. I suoi continui mutamenti di umore li disorienta e li
induce ad assumere un atteggiamento ambivalente nei suoi confronti.
Quel
che è più grave è che vari studi hanno dimostrato che gli uomini
che maltrattano le partner hanno una probabilità molto più elevata
degli altri di esercitare violenza anche nei confronti dei figli e di
commettere incesto. In particolare, un uomo che aggredisce
fisicamente e percuote la compagna ha sette volte più probabilità
di un altro di manifestare lo stesso comportamento nei confronti dei
figli e il rischio aumenta con l'incremento della frequenza degli
atti di violenza fisica verso la madre. Non meno grave è la crudeltà
mentale che si manifesta nell'insultare, nell'umiliare i bambini o i
ragazzi di fronte ad altri, nello sminuirli, nel denigrare i figli se
non si conformano al modello della mascolinità dominante o
nell'adottare nei confronti delle figlie un atteggiamento seduttivo
decisamente inappropriato. Il maltrattante è inoltre incline a
ferire i sentimenti dei bambini anche in altro modo, mostrando
disinteresse per loro, non presenziando ad eventi importanti, oppure
non mantenendo le promesse.
I
bimbi e i ragazzi che assistono ai maltrattamenti subiti dalla madre
presentano spesso disturbi dell'attenzione, mostrano difficoltà ad
interagire con i coetanei o manifestano atteggiamenti aggressivi. Si
tratta degli stessi sintomi evidenziati dai bambini abusati. Possono
apprendere, inoltre, dal padre il disprezzo per la madre, concepita
come un essere inferiore, immaturo, irrazionale, incompetente. I
comportamenti e le affermazioni dei genitori esercitano un'influenza
decisiva sull'acquisizione da parte dei figli di un particolare
sistema di valori. I bambini che assistono alla violenza domestica
apprendono che la colpa è di chi la subisce, non di chi la commette;
imparano che è gratificante esercitare il potere e il controllo
sugli altri e soddisfacente manipolarli; si convincono che i maschi
devono dominare, le femmine sottomettersi. Assimilano quindi idee che
concorrono a perpetuare il sistema patriarcale e a eternare la
divisione dei ruoli tra i sessi, interiorizzando la concezione
paterna delle donne come esseri deboli, incapaci e irrazionali e
delle mamme come persone che devono accollarsi tutto il lavoro
domestico e di cura, mentre ai papà è riservato il compito di
assumere le decisioni importanti e il piacere di condividere i
momenti felici e gradevoli della vita familiare. Introiettano inoltre
la visione dell'amore come sentimento inestricabilmente congiunto
alla violenza.
Il
maltrattante riesce talvolta a incrinare il rapporto della madre con
i figli e a plasmare e distorcere la percezione che essi hanno di
lei, disconoscendone l'autorità e ostacolandone le decisioni
educative, trattandola come serva votata ad appagare i bisogni della
famiglia, creando lacerazioni all'interno del nucleo familiare in
attuazione del principio divide et impera.
Dopo
la separazione vi sono padri che si allontanano definitivamente dai
figli, ritenendo che occuparsi di loro costituisca una gravosa forma
di limitazione della libertà e, dunque, una responsabilità da
affidare interamente all'ex coniuge. Mostrando di ritenere l'avere
figli un processo reversibile, questi uomini non si preoccupano di
concorrere al loro mantenimento. "Di fatto - scrive però Lundy
Bancroft - nel lungo termine può rivelarsi anche meglio per i
bambini che il padre sparisca dalle loro vite, piuttosto che dover
convivere con le sue manipolazioni per anni".
A
questa categoria di padri maltrattanti si contrappone quella di
coloro che decidono di mantenere i contatti con i figli, ma solo per
usarli come strumento per riavvicinarsi alla ex partner o per
vendicarsi. Si ingegnano così ad alimentare i conflitti tra i figli
e la madre, continuano a minarne l'autorità, commettono atti di
violenza sui bambini per ferire psicologicamente le ex conviventi o
ex consorti, minacciano di chiedere l'affidamento esclusivo, ma si
disinteressano completamente dei figli e li affidano alle cure
esclusive dei congiunti (madri, nuove partner). Gli obiettivi che i
violenti intendono conseguire adottando questi comportamenti sono
molteplici: vogliono dimostrare a se stessi e agli altri che le ex
non sono in grado di vivere senza di loro e, quindi, si impegnano a
renderne complicata l' esistenza e l'educazione dei figli; non
dispongono più di strumenti atti a far del male alle ex partner e
pertanto usano i bambini come armi adatte ad attaccarle.
Nelle
cause per l'affidamento dei figli, i maltrattanti mentono con
disinvoltura, si comportano con gentilezza, discostandosi dallo
stereotipo dell'uomo violento, confidano e si avvalgono con notevole
abilità dei miti e dei pregiudizi sulla violenza domestica, ancora
ampiamente diffusi anche tra gli operatori del diritto. Molte sono le
tattiche che impiegano per vincere queste cause. In primo luogo
sfruttano il vantaggio economico che consente loro di investire
maggiori risorse per sostenere le spese legali. Sono note a tutti le
disparità economiche che sussistono tra uomini e donne,
diseguaglianze accentuate dai maltrattanti che spesso hanno costretto
le ex partner a rinunciare al lavoro. Se possibile, i violenti
chiedono valutazioni psicologiche e perizie psichiatriche che
diagnostichino alle ex partner qualche disturbo (ansia, depressione,
ecc) che ne dimostri l'inidoneità ad ottenere l'affidamento dei
figli. Pochi periti tengono in considerazione le esperienze di
violenza subite dalle donna e le conseguenze che possono esserne
derivate. Al contrario, l'atteggiamento cortese dei maltrattanti
esercita spesso un'influenza positiva sugli operatori di giustizia.
I
violenti recitano spesso il ruolo dei pacificatori, sollecitando le
ex partner a superare il proprio risentimento e a rinunciare al
conflitto in nome dell'interesse dei bambini. Questa rappresentazione
scenica sfrutta il pregiudizio secondo il quale, dopo la conclusione
di una relazione, le donne si dimostrano più vendicative degli
uomini e li accusano falsamente di maltrattamenti per interrompere il
loro rapporto con i figli. L'obiettivo che i violenti perseguono,
adottando questa ed altre strategie, è quella di indurre assistenti
sociali, psicologi e giudici a non prestare fede alle parole delle ex
partner e a ignorare le prove che esse hanno prodotto a conferma
della violenza subita.
E'
importante rilevare, poi, che, in conformità alla legge del 2006 che
non contempla il divieto di affido condiviso in caso di violenza
domestica esercitata sulle donne, i giudici sono inclini a
considerare irrilevante quest'ultima ai fini dell'affidamento dei
bambini o della fissazione del diritto di visita. Ciò significa però
trascurare il fatto che gli abusanti costituiscono modelli negativi
per i figli e spesso impiegano questi ultimi come armi contro le
madri.
Una
strategia cui i maltrattanti ricorrono molto spesso per ottenere
l'affidamento o un ampio diritto di visita dei figli che si rifiutano
di avere contatti con loro o che hanno rivelato di aver subito o
assistito alla violenza è quello di far loro diagnosticare
l'inesistente sindrome d'alienazione parentale.
Io ho
notato - scrive Lundy Bancroft - che spesso le accuse di «alienazione
parentale» vengono sollevate contro le madri più competenti,
proprio perché hanno un forte legame protettivo con i figli (che
l'uomo maltrattante bolla come «iperprotettività» o «simbiosi»)
e perché i bambini hanno imparato a vedere, dietro la facciata, il
padre violento e cercano di stare lontani da lui.
E
ancora:
Il
successo delle strategie adottate dai padri maltrattanti si basa in
gran parte sull'ignoranza e talvolta sui pregiudizi di chi lavora nei
tribunali. Spesso i pregiudizi prendono il posto dell'attenta
valutazione di fatti e prove.
E'
quindi necessario e urgente dotare gli operatori di giustizia di
un'adeguata formazione in merito alle dinamiche e alle conseguenze
della violenza domestica sulle donne e sui bambini.

Parole sante. Ed è un atteggiamento oserei dire endemico, ovverosia purtroppo la dinamica maltrattante che magari era sopita o comunque strisciante ma tollerata (sic) all'interno della famiglia, esplode con virulenza nella separazione. Ho raccolto diversi racconti di donne che apparentemente avevano visto il proprio ex "impazzire" a seguito della separazione. Come se in condizioni sentite come minacciose per il proprio potere alcuni si tuffassero apertamente nello streaming del maschio prevaricante, alcuni perchè in mancanza di categorie cognitive alternative altri aumentando il livello di prevaricazione che già agivano. Personalmente la cosa più straniante è stata assistere alla "trasformazione" di un amico.
Grazie Maria! La mia esperienza personale (infantile) è in linea con il tuo articolo: mi è stato insegnato che "che la colpa è di chi la subisce, non di chi la commette; imparano che è gratificante esercitare il potere e il controllo sugli altri e soddisfacente manipolarli; si convincono che i maschi devono dominare, le femmine sottomettersi" con l'unica variazione che, essendo donna, ho un sacro terrore per la rabbia e la violenza (anche se ciò non significa che siano assenti dalla mia vita). A volte mi chiedo, con sconforto, perché anche da adulti/e il passato infantile possa condizionarmi/ci così tanto!
Grazie a voi per le vostre testimonianze e per i vostri commenti che condivido integralmente. A Comunicazione dico che forse il primo passo da compiere per negare validità agli insegnamenti che sono stati impartiti a chi ha assistito alla violenza durante l'infanzia è quello di acquistarne consapevolezza, riconoscerli ancora operanti nella propria vita e riconsiderarli criticamente, per riuscire poi a superarli. Sono sicura che ci riuscirai. Un abbraccio forte.