di Maria Rossi
Ispirato
ai principi e ai metodi della psicologia cognitivo-comportamentale,
"Uomini che maltrattano le donne" è un prezioso manuale
che ci consente di comprendere le motivazioni sottese
all'atteggiamento dei partner che esercitano la violenza nelle
relazioni intime e offre alle vittime utili consigli per sottrarsi al
loro dominio.
Lundy
Bancroft, l' autore del libro, ha acquisito un'esperienza ventennale
nella gestione dei casi di violenza domestica sulle donne, svolgendo
l'attività di consulente giudiziario e di co-direttore di Emerge, la
prima organizzazione negli Stati Uniti ad offrire programmi di
riabilitazione per uomini violenti. Ne ha seguiti oltre 2000, anche
di elevata estrazione sociale e di eccellente cultura.
La
straordinaria competenza conseguita, trasposta in un testo di grande
utilità, gli consente di decostruire agevolmente una serie di
stereotipi sociali connessi all'uso della violenza. Apprendiamo così
che i maltrattanti generalmente non sono affetti da disturbi
psichici, non hanno una personalità aggressiva ed impetuosa, né
sono privi di strumenti culturali. Lucidissimi, spesso si rivelano
gentili e sensibili con gli altri, se non altro per conquistarne la
benevolenza e salvaguardare la propria immagine pubblica, avvalendosi
di spiccate abilità manipolatorie. Più sono colti, più facilmente
riescono a destabilizzare la partner, a indurla a ritenersi colpevole
e responsabile delle violenze che commettono e a persuadere gli altri
dell'instabilità emotiva e mentale della vittima.
Non
maltrattano perché hanno subito discriminazioni sociali e
umiliazioni e sentono il bisogno di rivalersi sulla compagna, in
quanto l'oppressione dovrebbe generare piuttosto un sentimento di
empatia e di solidarietà nei confronti delle donne e, in genere, di
tutti i soggetti che vivono in una condizione di subalternità.
L'assunzione
di alcool e di sostanze psicotrope non comporta l' esplosione della
violenza, né ottenebra la mente dei consumatori, ma consente di
disporre di un ottimo pretesto per aggredire le partner, come hanno
ammesso molti pazienti di Bancroft. L'alcool, per altro, non scatena
l'aggressività; produce, al contrario, effetti depressivi sul
sistema nervoso.
I
maltrattanti non sono persone che godono di scarsa autostima, né
repressi incapaci di esprimere i propri sentimenti che, soffocati, si
inaspriscono fino a provocare una deflagrazione. Tendono, anzi, a
concentrare la propria attenzione e quella altrui sulle proprie
emozioni e a trascurare quelle della partner verso la quale non
nutrono alcuna empatia. Non sono affatto incapaci di gestire il
conflitto e lo stress in modo pacifico, né agiscono in preda a
raptus. Non sono inclini alla perdita dell'autocontrollo in
situazioni di esasperazione. Al contrario! Quando praticano la
violenza mantengono lucidità e consapevolezza delle azioni che
compiono e delle parole che pronunciano, che ritengono moralmente
accettabili.
La
questione cruciale, infatti, è che gli abusanti hanno una percezione
distorta di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato e sono
animati dalla convinzione che controllare, insultare, picchiare la
propria partner sia perfettamente legittimo. I comportamenti violenti
scaturiscono, infatti, da una serie di convinzioni e di credenze che,
apprese ed interiorizzate durante l'infanzia e l'adolescenza, si sono
consolidate in un sistema di valori e tradotte in un complesso di
abitudini. Assistere da bambino alla violenza del padre nei confronti
della madre predispone un uomo all'abuso perché lo conduce ad
interiorizzare il sentimento di superiorità e di disprezzo nei
confronti delle donne manifestato dal genitore.
I
convincimenti e i valori del maltrattante sono quelli trasmessi dal
sistema patriarcale che contempla l'esercizio del controllo e del
potere sulla partner che può esplicarsi nell'attribuzione a se
stesso del diritto di prendere le decisioni più importanti, nella
rivendicazione dell'ultima parola nelle discussioni e quindi nella
riduzione al silenzio della compagna, nella sorveglianza dei suoi
movimenti, nel privarla di autonomia, nell'assunzione del controllo
esclusivo delle risorse economiche della famiglia, nella pretesa di
esercitare da solo il compito di educare i figli senza prendersene
materialmente cura e senza preoccuparsi di conoscerne e soddisfarne i
bisogni. Quando la donna vuole sottrarsi al dominio del partner e
affermare la propria personalità, l'uomo sente vacillare la propria
autorità e si sente legittimato ad assumere provvedimenti per
ristabilire l'ordine gerarchico, anche impiegando la violenza.
Gli
abusanti reputano le partner meno intelligenti, competenti, razionali
e, talvolta, anche meno sensibili di loro: le percepiscono, cioè,
come esseri inferiori le cui opinioni non sono degne di essere
ascoltate e prese in considerazione. Le reificano e le deumanizzano,
un processo che consente loro di esercitare violenza nei loro
confronti senza nutrire sensi di colpa e senza provare quell'empatia,
quell'immedesimazione che renderebbe impossibile commettere atti di
maltrattamento.
Gli
uomini violenti si attribuiscono uno status speciale che conferisce
loro diritti esclusivi e privilegi che perpetuano la disuguaglianza
sociale e domestica tra i sessi. Si ritengono in diritto di ricevere,
senza contraccambiarle, costanti ed ininterrotte cure domestiche ed
emotive, deferenza, appagamento sessuale e pretendono di essere
esentati da qualsiasi responsabilità. Se le partner non sono
sufficientemente solerti nel soddisfare i loro desideri o richiedono
reciprocità nelle manifestazioni di affetto, collaborazione nello
svolgimento delle mansioni domestiche e nella cura dei bambini e
assunzione di responsabilità, i maltrattanti si ritengono
autorizzati a ribadire, anche con l'uso della violenza, la
diseguaglianza dei diritti dei membri della coppia. Uomini di questo
tipo non esitano, per appagare i propri desideri sessuali, a
esercitare coercizione sulle compagne, ossia, a commettere stupri.
Se
le loro pretese eccessive ed ingiuste non vengono soddisfatte si
adirano, ma non tollerano il biasimo, i rimproveri, le manifestazioni
di collera delle partner perché si considerano al di sopra di ogni
critica e perché l'espressione dell'ira è un'esplicitazione di
potere. Se le donne riescono a conquistare lo spazio necessario per
adirarsi potrebbero rafforzare la capacità di rivendicare la libera
espressione della propria identità e di resistere al volere dei
partner maltrattanti. Questi ultimi, infine, percepiscono la collera
delle compagne come una sfida alla propria autorità, alla quale
reagiscono soverchiandola con una rabbia ancora più grande.
Gli
abusanti sono spesso uomini possessivi che concepiscono le partner e
i figli come oggetti di proprietà. Tendono ad isolare le compagne
affinché consacrino loro tutto il tempo e le energie che,
altrimenti, sarebbero parzialmente riservate ad altri. Coltivare
relazioni potrebbe consentire alle donne di attingervi forza e
coraggio, di acquisire maggiore autonomia e di maturare la decisione
di abbandonare i partner maltrattanti, i quali, pertanto, sono
interessati a spezzare i legami sociali delle compagne, rendendole
più dipendenti da loro e incrementando il proprio potere.
Da
quanto fin qui osservato, si può constatare come la pratica della
violenza sia funzionale al conseguimento di una serie di benefici che
la rendono pienamente giustificabile agli occhi dei maltrattanti e
assai difficile da abbandonare. Gli abusi garantiscono il
mantenimento del potere e del controllo sulle partner e l'esercizio
del dominio gratifica questi uomini. Adottando comportamenti
aggressivi, i violenti ottengono dal rapporto la soddisfazione
completa dei propri desideri, senza compiere alcun sacrificio e,
soprattutto, senza darsi la pena di appagare le esigenze delle
compagne. Si garantiscono, senza offrire reciprocità, l'esaudimento
dei propri bisogni affettivi, la presa in carico dei propri problemi
da parte delle compagne, il godimento, rispetto a queste ultime, di
una maggior quantità di tempo libero, assicurato dal rifiuto ad
accettare un'equa ripartizione del lavoro domestico e di cura. Si
pongono al centro dell'attenzione, acquistano la certezza che la
propria carriera ed altri obiettivi personali saranno sempre
considerati prioritari, ricevono l'approvazione di amici e parenti
che condividono il loro "sistema di valori". Con
l'esercizio della violenza, infine, gli uomini maltrattanti impongono
alle partner norme che essi si esentano dal rispettare, come alzare
la voce, adirarsi, formulare una critica, intrecciare relazioni
extraconiugali ecc. "Se vogliamo che [i violenti] cambino -
osserva Lundy Bancroft - dobbiamo chiedere loro di rinunciare al
lusso dello sfruttamento".
Il
clima di paura che gli abusanti instaurano è funzionale al
mantenimento di un potere che i singoli atti di maltrattamento
provvedono a restaurare allorché le partner tentano di sottrarvisi.
Perché
le donne intessono rapporti sentimentali con gli uomini violenti?
Perché questi ultimi, lungi dal manifestare immediatamente
comportamenti abusanti, sanno imbastire una relazione che nei primi
mesi si rivela idilliaca, un trionfo di amore, di tenerezza, di
gentilezza, di rispetto. E' proprio questo inizio elegiaco ad
affascinare le donne e ad intrappolarle in rapporti che solo più
tardi sveleranno il proprio carattere violento. Innamorate, esse
avranno già confidato ad amici e parenti quanto siano meravigliosi
gli uomini con i quali hanno allacciato una relazione, sicché si
sentiranno poi in imbarazzo a raccontare di essere maltrattate da
quegli stessi esseri fantastici e temeranno di non essere credute.
Per questo occulteranno la realtà per molto tempo.
Queste
donne sono comprensibilmente disorientate, destabilizzate dai
comportamenti aggressivi dei loro compagni nei quali non riescono a
riconoscere gli uomini cortesi e rispettosi che le hanno fatte
innamorare. Per conciliare queste due opposte realtà e preservare
l'immagine positiva che coltivano dei loro partner, esse sono inclini
ad interpretarne gli atti di violenza come il prodotto di problemi
temporanei che si affannano a comprendere e a risolvere.
Si
domandano anche se non sia il loro comportamento a provocare
l'aggressività dei compagni, come sostengono questi ultimi.
Finiscono così per ritenersi, in modo drammaticamente ingiusto ed
errato, corresponsabili dei maltrattamenti che subiscono, colpa dalla
quale sono invece totalmente esenti, e si adoperano invano ad
individuare in se stesse l'origine e la soluzione dei problemi dei
partner, sperando di far cessare le violenze.
Si
crea e si consolida nel frattempo un legame traumatico tra vittima e
maltrattante determinato dall'attacco sistematico di quest'ultimo
all'autostima della donna, dal suo mantenimento in una condizione di
isolamento, dai danni psicologici che derivano dalla paura cronica,
che produce ansia, autosvalutazione e timore di essere incapace di
farcela da sola. Inoltre, un abusante alterna a periodi di violenza
altri di gentilezza che concorrono a rinsaldare il legame traumatico.
Quando una persona subisce trattamenti crudeli per un determinato
lasso di tempo, nutre gratitudine e affetto per chiunque allevi il
suo dolore. Ora: nelle relazioni caratterizzate dall'impiego della
violenza, il maltrattante interpreta alternativamente il ruolo del
vessatore e quella del salvatore. E' la ciclicità dell'abuso a
suscitare affetto per la persona che cessa di essere violenta e si
mostra affettuosa e rispettosa. La vittima, dunque, non è
masochista, in quanto "il legame traumatico non comporta il
piacere di ricevere dolore, né la complicità nella violenza" e
può essere molto difficile e talvolta pericoloso da recidere, se non
si riescono ad intravedere e se il proprio ambiente non offre
soluzioni e vie di fuga sicure.
Si
è già osservato come i comportamenti degli uomini violenti
sottendano convincimenti e valori volti a riprodurre il sistema
patriarcale e a preservare e a consolidare la divisione dei ruoli tra
i sessi. Quali sono le istituzioni che trasmettono ai bambini questi
principi? Bancroft ne individua molte: la famiglia, il vicinato, la
televisione, i giochi, i libri, i modelli adulti di riferimento, le
differenti strutture sociali. I bambini iniziano molto presto,
intorno ai tre anni, se non prima, ad interiorizzare i ruoli e le
tradizioni della loro cultura. Questo processo di apprendimento e di
incorporazione delle norme sociali di genere prosegue per tutta
l'infanzia e l'adolescenza. La famiglia di solito esercita
l'influenza più forte, almeno nei primi anni di vita, ma è soltanto
una delle molteplici agenzie di educazione e di trasmissione dei
valori. L'acquisizione delle modalità di comportamento appropriate e
la formazione delle convinzioni sui ruoli che maschi e femmine
dovrebbero rispettivamente assumere sono da attribuirsi anche ai
diversi mass-media: i programmi televisivi, i video, le canzoni, i
libri per bambini, le fiabe ecc. Durante l'adolescenza agisce con
vigore l'influenza dei pari. Anche dopo aver raggiunto l'età adulta
continuiamo a recepire e a interiorizzare i messaggi trasmessi dalla
società e a conformare il nostro comportamento ai valori appresi.
In
che modo le istituzioni influenzano lo sviluppo dell'atteggiamento di
un bambino o di un ragazzo nei confronti della violenza sulle donne?
L'ordinamento
giuridico ha legittimato per lunghissimo tempo l'impiego della
violenza fisica nei confronti delle mogli. Fino al 1963 vigeva in
Italia lo "ius corrigendi" che attribuiva al marito il
diritto di colpire la consorte accusata, a suo personalissimo
giudizio, di aver commesso errori, con lo scopo appunto di
“correggerla". L'istituzione
della potestà
maritale, poi, prevede
che l'uomo assuma in famiglia, oltre alla patria
potestà,
anche un ruolo predominante rispetto a quello della moglie e gli
attribuisce il diritto di impartirle ordini e divieti e quello di
punirla. Il principio era saldamente ancorato, fino ad alcuni decenni
fa, nella maggior parte delle legislazioni. Ancor oggi è ancora in
vigore in diversi Paesi. In Italia
l'istituzione della potestà maritale era contemplata dal Codice
Civile
(art. 144) ed è stata abolita soltanto nel 1975, allorché si è
provveduto a riformare il diritto di famiglia. Le disposizioni sul
delitto d'onore, che prevedevano una riduzione della pena per l'uomo
che avesse ucciso la moglie, la figlia o la sorella adultera, invece,
sono state abrogate nel nostro Paese soltanto nel 1981. Per millenni,
la violenza domestica contro le donne è stata considerata uno
strumento necessario per mantenere l'ordine e la disciplina in casa e
per consentire all'uomo, ritenuto dotato di intelligenza superiore,
di stabilire e far rispettare le regole di governo della famiglia.
Solo con l'avvento del movimento femminista negli anni Sessanta e
Settanta la subalternità femminile nella sfera privata è stata
posta radicalmente in discussione, ma il cammino da compiere per
superare la cultura del dominio maschile sulle donne è ancora lungo.
Ancor oggi, infatti, l'applicazione delle norme giuridiche che
sanzionano i "reati contro la famiglia" è ostacolato dalla
sussistenza di pregiudizi sessisti che conducono a minimizzare o a
negare la violenza domestica, riducendola a mero conflitto.
La
legittimazione, per un lunghissimo lasso temporale, dell'esercizio
del potere coercitivo maschile nell'ambito delle relazioni affettive
ha concorso a plasmare la mentalità degli uomini e "si riflette
ancor oggi" - osserva l'autore del libro - "nella tendenza
a dire che è la donna a «provocare» la violenza domestica, o a
sentirsi dispiaciuti per gli uomini che devono affrontare conseguenze
legali per aver maltrattato la partner e scettici di fronte alle
denunce di abuso inoltrate dalle donne".
Anche
le convinzioni dei bambini sono influenzate dal perdurare di questa
situazione. "Se vedono per anni un uomo, magari il padre,
maltrattare la madre senza subire alcuna conseguenza legale, - scrive
Bancroft - l'idea che se ne fanno è che si tratti di un
comportamento che la comunità non condanna".
Le
religioni, a loro volta, hanno consacrato il principio della
necessaria sottomissione della donna all'uomo e lo hanno presentato
come manifestazione diretta della volontà divina. Si legge ad
esempio nella Genesi: "Moltiplicherò la sofferenza delle
tue gravidanze e tu partorirai figli con dolore. Eppure il tuo
istinto ti spingerà verso il tuo uomo, ma egli ti dominerà"
(Gen.3,16). Lundy Bancroft rileva come molti suoi assistiti facessero
esplicitamente riferimento a citazioni come queste per giustificare
il maltrattamento della partner. La proibizione religiosa della
separazione e del divorzio, inoltre, mantiene le donne rinchiuse
nella trappola di matrimoni violenti.
Una
miriade di prodotti culturali (testi di canzoni, film, opere
teatrali, video musicali, giochi elettronici, fiabe, libri, ecc)
riproduce stereotipi sui ruoli di genere (i maschi, ad esempio,
possono essere dipinti come aggressivi e in grado di esercitare il
controllo, mentre le femmine sono ridotte a meri oggetti sessuali) o
celebra addirittura la violenza sulle donne. Il materiale
pornografico, a sua volta, reifica queste ultime e, in quanto
complesso di atti performativi, modella, come gli altri prodotti
culturali, la concezione dei generi così da riprodurre
incessantemente il rapporto di dominio maschile e di sottomissione
femminile.
La
perpetuazione del sistema patriarcale è assicurata anche dalla
trasmissione, ad opera di diverse fonti ed agenzie, di idee
conservatrici sull'assegnazione dei ruoli in base al genere, che
alimentano nei ragazzi e negli uomini l'aspettativa di allacciare
relazioni sentimentali con donne votate all'abnegazione,
all'annullamento di sé in funzione dell'appagamento di tutte le loro
esigenze materiali, affettive e sessuali e disposte anche a
riconoscere la loro superiorità e il loro diritto di dirigere la
comunità famigliare. Il rifiuto delle donne di conformarsi a questo
modello di comportamento può indurre uomini che coltivano questo
immaginario a ricorrere alla violenza.
Da
quanto detto, si evince come i maltrattanti non siano affatto da
concepire come devianti. E' corretto, invece, definirli conformisti
all'ennesima potenza, uomini che hanno assimilato e applicato con un
eccesso di zelo le norme di genere e rispettato le attribuzioni di
ruoli, uniformandosi alle aspettative sociali tradizionali in merito
alle relazioni con le donne.
Lundy
Bancroft osserva poi come il maltrattamento della donna nella coppia
costituisca una forma di oppressione modellata in parte su altre
tipologie di rapporti di dominio. (Io ritengo, invece, che la
relazione sia inversa). Molte giustificazioni addotte dall'uomo
violento per umiliare la compagna sono identiche a quelle adottate da
un padrone o da un dirigente nei confronti dei propri dipendenti. Le
tattiche di controllo, l'intimidazione delle vittime che si
ribellano, l'attribuzione a loro della responsabilità della violenza
che subiscono, la repressione della voce degli oppressi e delle
oppresse e delle battaglie per la conquista dell'indipendenza,
l'attenta cura dell'immagine dell'oppressore caratterizzano qualsiasi
rapporto di dominio. Esistono dunque omologie e strette connessioni
tra i diversi sistemi di dominazione (patriarcale, capitalista,
razziale, dittatoriale ecc). Se è l'intera società a plasmare
l'immaginario e la mentalità dell'uomo violento, si comprende come
quest'ultimo abbia molti alleati. Tali sono in genere i suoi parenti
ed amici, ma anche, talvolta, quelli della vittima. Sulla donna viene
esercitata, infatti, una forte pressione sociale, affinché si assuma
il compito di "far funzionare la relazione" e "trovare
il modo di tenere unita la famiglia", indipendentemente dai
maltrattamenti che subisce. Poiché condividono l'idea errata che la
violenza domestica sia generata da problemi di gestione delle
dinamiche interpersonali, molte persone attribuiscono alla donna la
corresponsabilità della disfunzionalità della relazione di coppia.
Si tratta di un grave errore, spesso commesso dalla stessa vittima
che ritiene che, modificando il proprio comportamento, produrrà
mutamenti importanti anche nell'atteggiamento del partner. In tal
modo però si costruisce una trappola, condannandosi a subire la
violenza ancora a lungo o, nella migliore delle ipotesi, a restare in
una condizione di subordinazione caratterizzata dal costante impegno
a conformarsi alla volontà del maltrattante. Solo quando la donna
cessa di ritenersi corresponsabile della violenza praticata dal
compagno, si dischiude per lei la prospettiva di porre fine a una
relazione devastante. Scrive Lundy Bancroft:
"Ciò che gli amici e i parenti
non capiscono è che quando una donna comincia a «rifiutarsi di
riconoscere la sua parte di responsabilità» nel problema dei
maltrattamenti è perché ha finalmente cominciato a fare dei passi
importanti per smettere di attribuirsi tutte le colpe, e verso la sua
guarigione. Di fatto non ha alcuna responsabilità delle azioni di
lui. Chiunque cerchi di indurla a condividerle non fa altro che
adottare la logica dell'uomo maltrattante".
L'idea
della corresponsabilità, tuttavia, non è soltanto un topos
sostenuto da persone che ignorano i meccanismi reali sottesi alle
manifestazioni della violenza domestica, ma ha assunto la
configurazione di una vera e propria teoria psicologica, la cui
applicazione finisce per legittimare il comportamento del
maltrattante. Non è così sorprendente. Bancroft rivela che nel
1890, agli arbori della sua carriera, Freud era rimasto colpito
dall'elevato numero delle pazienti che gli confidavano di aver subito
incesto dal padre durante l'infanzia. Ne dedusse che l'abuso sessuale
sulle bambine dovesse essere una delle più importanti cause dei
disturbi emotivi delle donne adulte, tesi sostenuta nel saggio
intitolato L'eziologia dell'isteria. Lungi dall'essere
acclamato per la sua scoperta, Freud fu circondato dal disprezzo dei
colleghi e dei benpensanti, che ritenevano impossibile che uomini di
ottima reputazione (le sue pazienti provenivano da famiglie di
elevata classe sociale) potessero essere padri incestuosi e violenti.
Nel
giro di pochi anni Freud cedette a queste pressioni e ritrattò le
proprie convinzioni. Propose come interpretazione alternativa la
teoria del "complesso di Edipo", costitutiva della
psicologia moderna. La bambina sarebbe animata da desideri sessuali
ambivalenti nei confronti del padre ed entrerebbe in competizione con
la madre per conquistarne l'affetto. Freud applicò questo concetto
per concluderne che gli episodi di incesto che gli venivano
raccontati non erano mai avvenuti, ma erano semplici fantasie di
eventi che le sue pazienti avevano desiderato da bambine e che da
adulte avevano finito per credere fossero veramente accaduti. "Questa
teoria" - annota Bancroft - diede impulso "a una tendenza
nella storia della psichiatria che attribuisce alle vittime la colpa
della violenza subita screditando le dichiarazioni delle donne e dei
bambini maltrattati".
Una
volta negato l'abuso, un certo numero di psicologi poteva asserire
che ogni atto di violenza impossibile da negare perché troppo
evidente doveva essere interpretato come frutto della responsabilità
di entrambi i soggetti del rapporto.
L'eredità
di Freud è ancora molto profonda e radicata.
"La sua influenza resta potente
nel campo delle valutazioni per l'affidamento dei bambini, in cui
psicologi esperti ignorano o minimizzano sistematicamente le denunce
di violenza verso la partner e verso i bambini, ritengono che le
donne siano isteriche o vendicative e trattano qualunque problema
come un problema di entrambi i partner".
Errori
simili vengono commessi anche da psicoterapeuti individuali e di
coppia, ai quali Lancroft sconsiglia di rivolgersi. Purtroppo - nota
- gli psicologi che hanno acquisito una specifica formazione e una
sufficiente esperienza sul problema della violenza domestica
costituiscono ancora un'eccezione.
Altri
alleati del maltrattante vengono individuati nella sua nuova partner
e negli uomini che abusano del potere, inclusi molti operatori del
diritto (forze dell'ordine e giudici) inclini ad immedesimarsi
nell'oppressore e a condividerne i valori.
Più
in generale, sono numerose le persone che adottano la prospettiva
dell'uomo violento, offrendogli un inconsapevole sostegno. Sono
quelle che sollecitano la vittima ad essere comprensiva nei confronti
dell'abusante o le rammentano in continuazione che egli è il padre
dei suoi figli, rilanciando un argomento costantemente reiterato dal
violento, che strumentalizza i bambini per intrappolare la compagna
nella relazione. Ma è lui che li priva del padre di cui essi hanno
bisogno e impedisce loro di vivere serenamente in una famiglia dove
non si pratichi la violenza. Sono colluse anche la persone che
esortano la donna a mantenere fede all'impegno che si è assunto
quando ha deciso di allacciare un rapporto con l'abusante, come se il
maltrattamento cronico, la mancanza di rispetto e l'intimidazione non
costituissero motivi sufficienti per abbandonare un uomo violento.
Manifestano
un atteggiamento di connivenza nei confronti di quest'ultimo anche
coloro che negano lo statuto di vittima alla donna che subisce
violenza, mostrando di adottare la stessa prospettiva del
maltrattante, che non ritiene affatto che la partner stia sopportando
un danno ingiusto da lui arrecato, ma le attribuisce la
responsabilità di provocare, con il suo comportamento, le sue
reazioni aggressive.
Si
rivelano, infine, alleate dei maltrattanti anche coloro che
sostengono che le persone che si battono contro la violenza sulle
donne siano misandriche, affermazione destituita di ogni fondamento.
E'
essenziale, invece, evitare ogni forma di connivenza con i violenti.
" E' impossibile che la comunità
riesca a fermare il fenomeno della violenza domestica se continua a
sostenere gli uomini maltrattanti o anche solo a ignorarli.
Proteggere o aiutare un uomo violento a continuare a maltrattare e
usare violenza è moralmente altrettanto ripugnante quanto la
violenza stessa. E' fondamentale che questo concetto si affermi nella
nostra cultura. Colludere con i maltrattamenti significa abbandonare
la donna maltrattata, i bambini e in fondo anche abbandonare l'uomo
maltrattante stesso, perché gli consente di non arrivare mai ad
affrontare ed eventualmente risolvere il suo problema. In particolare
è importante smascherare tanti professionisti che si alleano con
l'uomo violento, rinforzandolo nei suoi comportamenti, tattiche e
obiettivi. Se riusciamo a impedire agli uomini maltrattanti di farsi
degli alleati, si troveranno da soli e da soli saranno più facili da
fermare".

per quanto riguarda le solite accuse generiche a film, fiabe (che vanno storicizzate) opere teatrali eccetera non sono per niente d'accordo.
La narrativa racconta l'umano e la società anche nei suoi lati oscuri e violenti (la violenza esiste, va narrata), questo è il suo compito. La violenza è responsabilità di chi la commette
"la violenza esiste, va narrata" come esiste l'amore, il sesso (anche il sexy) e tutto il resto
Grazie, una delle descrizioni più chiare, esaustive e corrispondenti a ciò che succede che io abbia letto. La mancanza totale di empatia è il dato che mi sento di sottolineare in particolare.
Grazie a te, Ilaria. Concordo. L'assenza di empatia, l'incapacità di immedesimazione e la disumanizzazione della vittima costituiscono una delle premesse e, al contempo, uno dei caratteri fondamentali della violenza sulle donne.