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Uomini che maltrattano le donne - Lundy Bancroft



di Maria Rossi


Ispirato ai principi e ai metodi della psicologia cognitivo-comportamentale, "Uomini che maltrattano le donne" è un prezioso manuale che ci consente di comprendere le motivazioni sottese all'atteggiamento dei partner che esercitano la violenza nelle relazioni intime e offre alle vittime utili consigli per sottrarsi al loro dominio.

Lundy Bancroft, l' autore del libro, ha acquisito un'esperienza ventennale nella gestione dei casi di violenza domestica sulle donne, svolgendo l'attività di consulente giudiziario e di co-direttore di Emerge, la prima organizzazione negli Stati Uniti ad offrire programmi di riabilitazione per uomini violenti. Ne ha seguiti oltre 2000, anche di elevata estrazione sociale e di eccellente cultura.

La straordinaria competenza conseguita, trasposta in un testo di grande utilità, gli consente di decostruire agevolmente una serie di stereotipi sociali connessi all'uso della violenza. Apprendiamo così che i maltrattanti generalmente non sono affetti da disturbi psichici, non hanno una personalità aggressiva ed impetuosa, né sono privi di strumenti culturali. Lucidissimi, spesso si rivelano gentili e sensibili con gli altri, se non altro per conquistarne la benevolenza e salvaguardare la propria immagine pubblica, avvalendosi di spiccate abilità manipolatorie. Più sono colti, più facilmente riescono a destabilizzare la partner, a indurla a ritenersi colpevole e responsabile delle violenze che commettono e a persuadere gli altri dell'instabilità emotiva e mentale della vittima.

Non maltrattano perché hanno subito discriminazioni sociali e umiliazioni e sentono il bisogno di rivalersi sulla compagna, in quanto l'oppressione dovrebbe generare piuttosto un sentimento di empatia e di solidarietà nei confronti delle donne e, in genere, di tutti i soggetti che vivono in una condizione di subalternità.

L'assunzione di alcool e di sostanze psicotrope non comporta l' esplosione della violenza, né ottenebra la mente dei consumatori, ma consente di disporre di un ottimo pretesto per aggredire le partner, come hanno ammesso molti pazienti di Bancroft. L'alcool, per altro, non scatena l'aggressività; produce, al contrario, effetti depressivi sul sistema nervoso.

I maltrattanti non sono persone che godono di scarsa autostima, né repressi incapaci di esprimere i propri sentimenti che, soffocati, si inaspriscono fino a provocare una deflagrazione. Tendono, anzi, a concentrare la propria attenzione e quella altrui sulle proprie emozioni e a trascurare quelle della partner verso la quale non nutrono alcuna empatia. Non sono affatto incapaci di gestire il conflitto e lo stress in modo pacifico, né agiscono in preda a raptus. Non sono inclini alla perdita dell'autocontrollo in situazioni di esasperazione. Al contrario! Quando praticano la violenza mantengono lucidità e consapevolezza delle azioni che compiono e delle parole che pronunciano, che ritengono moralmente accettabili.

La questione cruciale, infatti, è che gli abusanti hanno una percezione distorta di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato e sono animati dalla convinzione che controllare, insultare, picchiare la propria partner sia perfettamente legittimo. I comportamenti violenti scaturiscono, infatti, da una serie di convinzioni e di credenze che, apprese ed interiorizzate durante l'infanzia e l'adolescenza, si sono consolidate in un sistema di valori e tradotte in un complesso di abitudini. Assistere da bambino alla violenza del padre nei confronti della madre predispone un uomo all'abuso perché lo conduce ad interiorizzare il sentimento di superiorità e di disprezzo nei confronti delle donne manifestato dal genitore.

I convincimenti e i valori del maltrattante sono quelli trasmessi dal sistema patriarcale che contempla l'esercizio del controllo e del potere sulla partner che può esplicarsi nell'attribuzione a se stesso del diritto di prendere le decisioni più importanti, nella rivendicazione dell'ultima parola nelle discussioni e quindi nella riduzione al silenzio della compagna, nella sorveglianza dei suoi movimenti, nel privarla di autonomia, nell'assunzione del controllo esclusivo delle risorse economiche della famiglia, nella pretesa di esercitare da solo il compito di educare i figli senza prendersene materialmente cura e senza preoccuparsi di conoscerne e soddisfarne i bisogni. Quando la donna vuole sottrarsi al dominio del partner e affermare la propria personalità, l'uomo sente vacillare la propria autorità e si sente legittimato ad assumere provvedimenti per ristabilire l'ordine gerarchico, anche impiegando la violenza.

Gli abusanti reputano le partner meno intelligenti, competenti, razionali e, talvolta, anche meno sensibili di loro: le percepiscono, cioè, come esseri inferiori le cui opinioni non sono degne di essere ascoltate e prese in considerazione. Le reificano e le deumanizzano, un processo che consente loro di esercitare violenza nei loro confronti senza nutrire sensi di colpa e senza provare quell'empatia, quell'immedesimazione che renderebbe impossibile commettere atti di maltrattamento.

Gli uomini violenti si attribuiscono uno status speciale che conferisce loro diritti esclusivi e privilegi che perpetuano la disuguaglianza sociale e domestica tra i sessi. Si ritengono in diritto di ricevere, senza contraccambiarle, costanti ed ininterrotte cure domestiche ed emotive, deferenza, appagamento sessuale e pretendono di essere esentati da qualsiasi responsabilità. Se le partner non sono sufficientemente solerti nel soddisfare i loro desideri o richiedono reciprocità nelle manifestazioni di affetto, collaborazione nello svolgimento delle mansioni domestiche e nella cura dei bambini e assunzione di responsabilità, i maltrattanti si ritengono autorizzati a ribadire, anche con l'uso della violenza, la diseguaglianza dei diritti dei membri della coppia. Uomini di questo tipo non esitano, per appagare i propri desideri sessuali, a esercitare coercizione sulle compagne, ossia, a commettere stupri.

Se le loro pretese eccessive ed ingiuste non vengono soddisfatte si adirano, ma non tollerano il biasimo, i rimproveri, le manifestazioni di collera delle partner perché si considerano al di sopra di ogni critica e perché l'espressione dell'ira è un'esplicitazione di potere. Se le donne riescono a conquistare lo spazio necessario per adirarsi potrebbero rafforzare la capacità di rivendicare la libera espressione della propria identità e di resistere al volere dei partner maltrattanti. Questi ultimi, infine, percepiscono la collera delle compagne come una sfida alla propria autorità, alla quale reagiscono soverchiandola con una rabbia ancora più grande.

Gli abusanti sono spesso uomini possessivi che concepiscono le partner e i figli come oggetti di proprietà. Tendono ad isolare le compagne affinché consacrino loro tutto il tempo e le energie che, altrimenti, sarebbero parzialmente riservate ad altri. Coltivare relazioni potrebbe consentire alle donne di attingervi forza e coraggio, di acquisire maggiore autonomia e di maturare la decisione di abbandonare i partner maltrattanti, i quali, pertanto, sono interessati a spezzare i legami sociali delle compagne, rendendole più dipendenti da loro e incrementando il proprio potere.

Da quanto fin qui osservato, si può constatare come la pratica della violenza sia funzionale al conseguimento di una serie di benefici che la rendono pienamente giustificabile agli occhi dei maltrattanti e assai difficile da abbandonare. Gli abusi garantiscono il mantenimento del potere e del controllo sulle partner e l'esercizio del dominio gratifica questi uomini. Adottando comportamenti aggressivi, i violenti ottengono dal rapporto la soddisfazione completa dei propri desideri, senza compiere alcun sacrificio e, soprattutto, senza darsi la pena di appagare le esigenze delle compagne. Si garantiscono, senza offrire reciprocità, l'esaudimento dei propri bisogni affettivi, la presa in carico dei propri problemi da parte delle compagne, il godimento, rispetto a queste ultime, di una maggior quantità di tempo libero, assicurato dal rifiuto ad accettare un'equa ripartizione del lavoro domestico e di cura. Si pongono al centro dell'attenzione, acquistano la certezza che la propria carriera ed altri obiettivi personali saranno sempre considerati prioritari, ricevono l'approvazione di amici e parenti che condividono il loro "sistema di valori". Con l'esercizio della violenza, infine, gli uomini maltrattanti impongono alle partner norme che essi si esentano dal rispettare, come alzare la voce, adirarsi, formulare una critica, intrecciare relazioni extraconiugali ecc. "Se vogliamo che [i violenti] cambino - osserva Lundy Bancroft - dobbiamo chiedere loro di rinunciare al lusso dello sfruttamento".

Il clima di paura che gli abusanti instaurano è funzionale al mantenimento di un potere che i singoli atti di maltrattamento provvedono a restaurare allorché le partner tentano di sottrarvisi.

Perché le donne intessono rapporti sentimentali con gli uomini violenti? Perché questi ultimi, lungi dal manifestare immediatamente comportamenti abusanti, sanno imbastire una relazione che nei primi mesi si rivela idilliaca, un trionfo di amore, di tenerezza, di gentilezza, di rispetto. E' proprio questo inizio elegiaco ad affascinare le donne e ad intrappolarle in rapporti che solo più tardi sveleranno il proprio carattere violento. Innamorate, esse avranno già confidato ad amici e parenti quanto siano meravigliosi gli uomini con i quali hanno allacciato una relazione, sicché si sentiranno poi in imbarazzo a raccontare di essere maltrattate da quegli stessi esseri fantastici e temeranno di non essere credute. Per questo occulteranno la realtà per molto tempo.

Queste donne sono comprensibilmente disorientate, destabilizzate dai comportamenti aggressivi dei loro compagni nei quali non riescono a riconoscere gli uomini cortesi e rispettosi che le hanno fatte innamorare. Per conciliare queste due opposte realtà e preservare l'immagine positiva che coltivano dei loro partner, esse sono inclini ad interpretarne gli atti di violenza come il prodotto di problemi temporanei che si affannano a comprendere e a risolvere.

Si domandano anche se non sia il loro comportamento a provocare l'aggressività dei compagni, come sostengono questi ultimi. Finiscono così per ritenersi, in modo drammaticamente ingiusto ed errato, corresponsabili dei maltrattamenti che subiscono, colpa dalla quale sono invece totalmente esenti, e si adoperano invano ad individuare in se stesse l'origine e la soluzione dei problemi dei partner, sperando di far cessare le violenze.

Si crea e si consolida nel frattempo un legame traumatico tra vittima e maltrattante determinato dall'attacco sistematico di quest'ultimo all'autostima della donna, dal suo mantenimento in una condizione di isolamento, dai danni psicologici che derivano dalla paura cronica, che produce ansia, autosvalutazione e timore di essere incapace di farcela da sola. Inoltre, un abusante alterna a periodi di violenza altri di gentilezza che concorrono a rinsaldare il legame traumatico. Quando una persona subisce trattamenti crudeli per un determinato lasso di tempo, nutre gratitudine e affetto per chiunque allevi il suo dolore. Ora: nelle relazioni caratterizzate dall'impiego della violenza, il maltrattante interpreta alternativamente il ruolo del vessatore e quella del salvatore. E' la ciclicità dell'abuso a suscitare affetto per la persona che cessa di essere violenta e si mostra affettuosa e rispettosa. La vittima, dunque, non è masochista, in quanto "il legame traumatico non comporta il piacere di ricevere dolore, né la complicità nella violenza" e può essere molto difficile e talvolta pericoloso da recidere, se non si riescono ad intravedere e se il proprio ambiente non offre soluzioni e vie di fuga sicure.

Si è già osservato come i comportamenti degli uomini violenti sottendano convincimenti e valori volti a riprodurre il sistema patriarcale e a preservare e a consolidare la divisione dei ruoli tra i sessi. Quali sono le istituzioni che trasmettono ai bambini questi principi? Bancroft ne individua molte: la famiglia, il vicinato, la televisione, i giochi, i libri, i modelli adulti di riferimento, le differenti strutture sociali. I bambini iniziano molto presto, intorno ai tre anni, se non prima, ad interiorizzare i ruoli e le tradizioni della loro cultura. Questo processo di apprendimento e di incorporazione delle norme sociali di genere prosegue per tutta l'infanzia e l'adolescenza. La famiglia di solito esercita l'influenza più forte, almeno nei primi anni di vita, ma è soltanto una delle molteplici agenzie di educazione e di trasmissione dei valori. L'acquisizione delle modalità di comportamento appropriate e la formazione delle convinzioni sui ruoli che maschi e femmine dovrebbero rispettivamente assumere sono da attribuirsi anche ai diversi mass-media: i programmi televisivi, i video, le canzoni, i libri per bambini, le fiabe ecc. Durante l'adolescenza agisce con vigore l'influenza dei pari. Anche dopo aver raggiunto l'età adulta continuiamo a recepire e a interiorizzare i messaggi trasmessi dalla società e a conformare il nostro comportamento ai valori appresi.

In che modo le istituzioni influenzano lo sviluppo dell'atteggiamento di un bambino o di un ragazzo nei confronti della violenza sulle donne?

L'ordinamento giuridico ha legittimato per lunghissimo tempo l'impiego della violenza fisica nei confronti delle mogli. Fino al 1963 vigeva in Italia lo "ius corrigendi" che attribuiva al marito il diritto di colpire la consorte accusata, a suo personalissimo giudizio, di aver commesso errori, con lo scopo appunto di “correggerla". L'istituzione della potestà maritale, poi, prevede che l'uomo assuma in famiglia, oltre alla patria potestà, anche un ruolo predominante rispetto a quello della moglie e gli attribuisce il diritto di impartirle ordini e divieti e quello di punirla. Il principio era saldamente ancorato, fino ad alcuni decenni fa, nella maggior parte delle legislazioni. Ancor oggi è ancora in vigore in diversi Paesi. In Italia l'istituzione della potestà maritale era contemplata dal Codice Civile (art. 144) ed è stata abolita soltanto nel 1975, allorché si è provveduto a riformare il diritto di famiglia. Le disposizioni sul delitto d'onore, che prevedevano una riduzione della pena per l'uomo che avesse ucciso la moglie, la figlia o la sorella adultera, invece, sono state abrogate nel nostro Paese soltanto nel 1981. Per millenni, la violenza domestica contro le donne è stata considerata uno strumento necessario per mantenere l'ordine e la disciplina in casa e per consentire all'uomo, ritenuto dotato di intelligenza superiore, di stabilire e far rispettare le regole di governo della famiglia. Solo con l'avvento del movimento femminista negli anni Sessanta e Settanta la subalternità femminile nella sfera privata è stata posta radicalmente in discussione, ma il cammino da compiere per superare la cultura del dominio maschile sulle donne è ancora lungo. Ancor oggi, infatti, l'applicazione delle norme giuridiche che sanzionano i "reati contro la famiglia" è ostacolato dalla sussistenza di pregiudizi sessisti che conducono a minimizzare o a negare la violenza domestica, riducendola a mero conflitto.

La legittimazione, per un lunghissimo lasso temporale, dell'esercizio del potere coercitivo maschile nell'ambito delle relazioni affettive ha concorso a plasmare la mentalità degli uomini e "si riflette ancor oggi" - osserva l'autore del libro - "nella tendenza a dire che è la donna a «provocare» la violenza domestica, o a sentirsi dispiaciuti per gli uomini che devono affrontare conseguenze legali per aver maltrattato la partner e scettici di fronte alle denunce di abuso inoltrate dalle donne".

Anche le convinzioni dei bambini sono influenzate dal perdurare di questa situazione. "Se vedono per anni un uomo, magari il padre, maltrattare la madre senza subire alcuna conseguenza legale, - scrive Bancroft - l'idea che se ne fanno è che si tratti di un comportamento che la comunità non condanna".

Le religioni, a loro volta, hanno consacrato il principio della necessaria sottomissione della donna all'uomo e lo hanno presentato come manifestazione diretta della volontà divina. Si legge ad esempio nella Genesi: "Moltiplicherò la sofferenza delle tue gravidanze e tu partorirai figli con dolore. Eppure il tuo istinto ti spingerà verso il tuo uomo, ma egli ti dominerà" (Gen.3,16). Lundy Bancroft rileva come molti suoi assistiti facessero esplicitamente riferimento a citazioni come queste per giustificare il maltrattamento della partner. La proibizione religiosa della separazione e del divorzio, inoltre, mantiene le donne rinchiuse nella trappola di matrimoni violenti.

Una miriade di prodotti culturali (testi di canzoni, film, opere teatrali, video musicali, giochi elettronici, fiabe, libri, ecc) riproduce stereotipi sui ruoli di genere (i maschi, ad esempio, possono essere dipinti come aggressivi e in grado di esercitare il controllo, mentre le femmine sono ridotte a meri oggetti sessuali) o celebra addirittura la violenza sulle donne. Il materiale pornografico, a sua volta, reifica queste ultime e, in quanto complesso di atti performativi, modella, come gli altri prodotti culturali, la concezione dei generi così da riprodurre incessantemente il rapporto di dominio maschile e di sottomissione femminile.

La perpetuazione del sistema patriarcale è assicurata anche dalla trasmissione, ad opera di diverse fonti ed agenzie, di idee conservatrici sull'assegnazione dei ruoli in base al genere, che alimentano nei ragazzi e negli uomini l'aspettativa di allacciare relazioni sentimentali con donne votate all'abnegazione, all'annullamento di sé in funzione dell'appagamento di tutte le loro esigenze materiali, affettive e sessuali e disposte anche a riconoscere la loro superiorità e il loro diritto di dirigere la comunità famigliare. Il rifiuto delle donne di conformarsi a questo modello di comportamento può indurre uomini che coltivano questo immaginario a ricorrere alla violenza.

Da quanto detto, si evince come i maltrattanti non siano affatto da concepire come devianti. E' corretto, invece, definirli conformisti all'ennesima potenza, uomini che hanno assimilato e applicato con un eccesso di zelo le norme di genere e rispettato le attribuzioni di ruoli, uniformandosi alle aspettative sociali tradizionali in merito alle relazioni con le donne.

Lundy Bancroft osserva poi come il maltrattamento della donna nella coppia costituisca una forma di oppressione modellata in parte su altre tipologie di rapporti di dominio. (Io ritengo, invece, che la relazione sia inversa). Molte giustificazioni addotte dall'uomo violento per umiliare la compagna sono identiche a quelle adottate da un padrone o da un dirigente nei confronti dei propri dipendenti. Le tattiche di controllo, l'intimidazione delle vittime che si ribellano, l'attribuzione a loro della responsabilità della violenza che subiscono, la repressione della voce degli oppressi e delle oppresse e delle battaglie per la conquista dell'indipendenza, l'attenta cura dell'immagine dell'oppressore caratterizzano qualsiasi rapporto di dominio. Esistono dunque omologie e strette connessioni tra i diversi sistemi di dominazione (patriarcale, capitalista, razziale, dittatoriale ecc). Se è l'intera società a plasmare l'immaginario e la mentalità dell'uomo violento, si comprende come quest'ultimo abbia molti alleati. Tali sono in genere i suoi parenti ed amici, ma anche, talvolta, quelli della vittima. Sulla donna viene esercitata, infatti, una forte pressione sociale, affinché si assuma il compito di "far funzionare la relazione" e "trovare il modo di tenere unita la famiglia", indipendentemente dai maltrattamenti che subisce. Poiché condividono l'idea errata che la violenza domestica sia generata da problemi di gestione delle dinamiche interpersonali, molte persone attribuiscono alla donna la corresponsabilità della disfunzionalità della relazione di coppia. Si tratta di un grave errore, spesso commesso dalla stessa vittima che ritiene che, modificando il proprio comportamento, produrrà mutamenti importanti anche nell'atteggiamento del partner. In tal modo però si costruisce una trappola, condannandosi a subire la violenza ancora a lungo o, nella migliore delle ipotesi, a restare in una condizione di subordinazione caratterizzata dal costante impegno a conformarsi alla volontà del maltrattante. Solo quando la donna cessa di ritenersi corresponsabile della violenza praticata dal compagno, si dischiude per lei la prospettiva di porre fine a una relazione devastante. Scrive Lundy Bancroft:

"Ciò che gli amici e i parenti non capiscono è che quando una donna comincia a «rifiutarsi di riconoscere la sua parte di responsabilità» nel problema dei maltrattamenti è perché ha finalmente cominciato a fare dei passi importanti per smettere di attribuirsi tutte le colpe, e verso la sua guarigione. Di fatto non ha alcuna responsabilità delle azioni di lui. Chiunque cerchi di indurla a condividerle non fa altro che adottare la logica dell'uomo maltrattante".

L'idea della corresponsabilità, tuttavia, non è soltanto un topos sostenuto da persone che ignorano i meccanismi reali sottesi alle manifestazioni della violenza domestica, ma ha assunto la configurazione di una vera e propria teoria psicologica, la cui applicazione finisce per legittimare il comportamento del maltrattante. Non è così sorprendente. Bancroft rivela che nel 1890, agli arbori della sua carriera, Freud era rimasto colpito dall'elevato numero delle pazienti che gli confidavano di aver subito incesto dal padre durante l'infanzia. Ne dedusse che l'abuso sessuale sulle bambine dovesse essere una delle più importanti cause dei disturbi emotivi delle donne adulte, tesi sostenuta nel saggio intitolato L'eziologia dell'isteria. Lungi dall'essere acclamato per la sua scoperta, Freud fu circondato dal disprezzo dei colleghi e dei benpensanti, che ritenevano impossibile che uomini di ottima reputazione (le sue pazienti provenivano da famiglie di elevata classe sociale) potessero essere padri incestuosi e violenti.

Nel giro di pochi anni Freud cedette a queste pressioni e ritrattò le proprie convinzioni. Propose come interpretazione alternativa la teoria del "complesso di Edipo", costitutiva della psicologia moderna. La bambina sarebbe animata da desideri sessuali ambivalenti nei confronti del padre ed entrerebbe in competizione con la madre per conquistarne l'affetto. Freud applicò questo concetto per concluderne che gli episodi di incesto che gli venivano raccontati non erano mai avvenuti, ma erano semplici fantasie di eventi che le sue pazienti avevano desiderato da bambine e che da adulte avevano finito per credere fossero veramente accaduti. "Questa teoria" - annota Bancroft - diede impulso "a una tendenza nella storia della psichiatria che attribuisce alle vittime la colpa della violenza subita screditando le dichiarazioni delle donne e dei bambini maltrattati".

Una volta negato l'abuso, un certo numero di psicologi poteva asserire che ogni atto di violenza impossibile da negare perché troppo evidente doveva essere interpretato come frutto della responsabilità di entrambi i soggetti del rapporto.

L'eredità di Freud è ancora molto profonda e radicata.

"La sua influenza resta potente nel campo delle valutazioni per l'affidamento dei bambini, in cui psicologi esperti ignorano o minimizzano sistematicamente le denunce di violenza verso la partner e verso i bambini, ritengono che le donne siano isteriche o vendicative e trattano qualunque problema come un problema di entrambi i partner".

Errori simili vengono commessi anche da psicoterapeuti individuali e di coppia, ai quali Lancroft sconsiglia di rivolgersi. Purtroppo - nota - gli psicologi che hanno acquisito una specifica formazione e una sufficiente esperienza sul problema della violenza domestica costituiscono ancora un'eccezione.

Altri alleati del maltrattante vengono individuati nella sua nuova partner e negli uomini che abusano del potere, inclusi molti operatori del diritto (forze dell'ordine e giudici) inclini ad immedesimarsi nell'oppressore e a condividerne i valori.

Più in generale, sono numerose le persone che adottano la prospettiva dell'uomo violento, offrendogli un inconsapevole sostegno. Sono quelle che sollecitano la vittima ad essere comprensiva nei confronti dell'abusante o le rammentano in continuazione che egli è il padre dei suoi figli, rilanciando un argomento costantemente reiterato dal violento, che strumentalizza i bambini per intrappolare la compagna nella relazione. Ma è lui che li priva del padre di cui essi hanno bisogno e impedisce loro di vivere serenamente in una famiglia dove non si pratichi la violenza. Sono colluse anche la persone che esortano la donna a mantenere fede all'impegno che si è assunto quando ha deciso di allacciare un rapporto con l'abusante, come se il maltrattamento cronico, la mancanza di rispetto e l'intimidazione non costituissero motivi sufficienti per abbandonare un uomo violento.

Manifestano un atteggiamento di connivenza nei confronti di quest'ultimo anche coloro che negano lo statuto di vittima alla donna che subisce violenza, mostrando di adottare la stessa prospettiva del maltrattante, che non ritiene affatto che la partner stia sopportando un danno ingiusto da lui arrecato, ma le attribuisce la responsabilità di provocare, con il suo comportamento, le sue reazioni aggressive.

Si rivelano, infine, alleate dei maltrattanti anche coloro che sostengono che le persone che si battono contro la violenza sulle donne siano misandriche, affermazione destituita di ogni fondamento.

E' essenziale, invece, evitare ogni forma di connivenza con i violenti.

" E' impossibile che la comunità riesca a fermare il fenomeno della violenza domestica se continua a sostenere gli uomini maltrattanti o anche solo a ignorarli. Proteggere o aiutare un uomo violento a continuare a maltrattare e usare violenza è moralmente altrettanto ripugnante quanto la violenza stessa. E' fondamentale che questo concetto si affermi nella nostra cultura. Colludere con i maltrattamenti significa abbandonare la donna maltrattata, i bambini e in fondo anche abbandonare l'uomo maltrattante stesso, perché gli consente di non arrivare mai ad affrontare ed eventualmente risolvere il suo problema. In particolare è importante smascherare tanti professionisti che si alleano con l'uomo violento, rinforzandolo nei suoi comportamenti, tattiche e obiettivi. Se riusciamo a impedire agli uomini maltrattanti di farsi degli alleati, si troveranno da soli e da soli saranno più facili da fermare".

4 Responses to “Uomini che maltrattano le donne - Lundy Bancroft”

  1. per quanto riguarda le solite accuse generiche a film, fiabe (che vanno storicizzate) opere teatrali eccetera non sono per niente d'accordo.
    La narrativa racconta l'umano e la società anche nei suoi lati oscuri e violenti (la violenza esiste, va narrata), questo è il suo compito. La violenza è responsabilità di chi la commette

  2. "la violenza esiste, va narrata" come esiste l'amore, il sesso (anche il sexy) e tutto il resto

  3. Grazie, una delle descrizioni più chiare, esaustive e corrispondenti a ciò che succede che io abbia letto. La mancanza totale di empatia è il dato che mi sento di sottolineare in particolare.

  4. Grazie a te, Ilaria. Concordo. L'assenza di empatia, l'incapacità di immedesimazione e la disumanizzazione della vittima costituiscono una delle premesse e, al contempo, uno dei caratteri fondamentali della violenza sulle donne.

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