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Femminicidio, contestare il decreto per quello che manca

La camera dei deputati si è riunita. All’ordine del giorno, la conversione in legge del decreto contro il femminicidio (e non solo). Il M5S ha accusato la presidente Laura Boldrini: ha convocato la camera in piena estate, per farsi pubblicità, con spreco di denaro pubblico. L’accusa è infondata. La presidente ha solo applicato la Costituzione. L’art. 77 recita al secondo comma:

Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.

Il decreto è stato approvato dal consiglio dei ministri il 14 agosto. Obbligatoriamente la camera doveva essere convocata entro il 20 agosto.

Il criterio di necessità e urgenza può essere contestato al governo. Non alla camera dei deputati.

Decretare d'urgenza?

Negazionismo a parte, sull’opportunità di decretare d’urgenza esistono due posizioni. Una dice si: il femminicidio è una emergenza sociale. L’altra dice no: il femminicidio è una questione strutturale. La lettura emergenziale dice: i femminicidi aumentano, oppure non diminuiscono in proporzione agli altri omicidi, uccidono una donna ogni due o tre giorni, bisogna fare qualcosa subito. La lettura strutturale dice: il femminicidio fa parte della cultura patriarcale, è espressione e funzione della disparità tra i sessi, serve un intervento organico, per cambiare una intera cultura, una intera società, ci vuole più tempo, più confronto con le associazioni e i centri antiviolenza. Non serve vedere un problema di ordine pubblico, non serve inasprire le pene.

Una tesi non esclude l’altra. Un cambiamento culturale è già in atto. Questo provoca un’emergenza civile. Ieri vedevamo raptus e delitti passionali. Oggi vediamo femminicidi. Donne maltrattate e uccise perchè cercano di sottrarsi ad un ruolo di genere. Con la passione folle potevamo convivere. Con i femminicidi no. Non esiste dato che sia fisiologico. Sei mesi, un anno, per fare la migliore legge possibile, significa il tempo di 70-140 donne uccise. Naturale voler fare qualcosa subito, per impedire, limitare il numero di quelle vittime. Bisogna vedere se si fa subito la cosa più utile.

Esiste poi un’altra variabile: la stabilità politica. La cassazione ha condannato in modo definitivo Silvio Berlusconi per frode fiscale. A settembre il senato dovrà votare la sua decadenza da senatore. E’ molto probabile cada il governo. Senza un ribaltone PD-M5S, finirà anche la legislatura. Tutti i disegni di legge in discussione o calendarizzati saranno ancora una volta rinviati ad un futuro indefinito.

Il decreto ha un difetto evidente. Mescola cose diverse. Permette di usare la lotta alla violenza di genere contro i notav. E viceversa. Esiste il gioco politico. Gli espedienti demagogici. I protagonismi. Le contrapposizioni forzate (cultura vs repressione). A cui partecipano tanto i governanti quanto gli oppositori. Si può fare la tara di tutto questo. La parte del decreto contro la violenza di genere può essere criticata più per quello che manca, che per quello che c’è.


I punti controversi

Su quello che c’è alcuni punti sono controversi e contestati, per motivi di efficacia o per motivi di principio.
  • Le aggravanti, in materia di maltrattamenti, violenza sessuale e atti persecutori, se i fatti sono commessi a danno o in presenza di minori di anni 18 (violenza assistita); nei confronti di donna in stato di gravidanza; nei confronti di persona della quale il colpevole sia o sia stato legato da relazione affettiva anche senza convivenza; se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici (cyberbullismo).
  • L’irrevocabilità della querela di parte.
  • L’allontanamento da casa del coniuge violento e dai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima.
  • L’’arresto in flagranza obbligatorio in caso di maltrattamenti su famigliari e conviventi.
  • La garanzia dell’anonimato per le denunce di violenza da parte di vicini e conoscenti.


Le aggravanti

Le aggravanti sono criticate. Perchè repressive, mentre il problema è culturale. Perchè non deterrenti, mentre il problema è la certezza della pena e la rapidità del procedimento. Di nuovo, un aspetto non dovrebbe escludere l’altro.

Il concetto di problema culturale è talvolta banalizzato. Tradotto in: bisogna partire dalla scuola, bisogna fare campagne di sensibilizzazione. Cose che, in effetti, bisogna fare. Tuttavia, un concetto assume un significato a seconda dell’opposizione nella quale si sceglie di investirlo. Ad esempio cultura vs natura. La questione è culturale, vuol dire che non è naturale. La violenza di genere non è scritta nei nostri geni, ma nei nostri codici culturali (norme, credenze, valori, idee, simboli, disposizioni, modelli, costumi, abitudini, etc.). Dunque, della questione culturale fa parte anche la legge. E’ una questione culturale definire reato un determinato comportamento e definirlo più o meno grave mediante una pena. Molti di noi pensano che mangiare carne costituisca un problema, che si combatte con la cultura, per cui occorre divulgare una corretta informazione alimentare. Occorre sensibilizzare. Ma non pensiamo a reati e divieti, non pensiamo che macellai e consumatori di carne siano criminali. Battere molto sul chiodo del problema culturale in opposizione ad una legge e ad una pena, lascia intravvedere un sottotesto: la scarsa convinzione che determinati comportamenti - i maltrattamenti, lo stalking, il cyberstalking - siano veramente reati o reati gravi. Considerare la violenza un aspetto relazionale normale per quanto spiacevole, anziché un reato, è uno dei primi problemi culturali. Un problema che affiora nel testo dello stesso decreto, quando per ben due volte si cita il concetto di “violenza non occasionale”.

Più precisa la critica secondo cui sono la certezza della pena e la rapidità del procedimento ad avere valore deterrente. Si può essere d’accordo, le aggravanti hanno valore simbolico. Rovesciano le vecchie attenuanti del delitto d’onore, sopravvissute nella comprensione e nell’indulgenza con cui si raccontano ancora oggi i delitti passionali.

Sorprendente invece la critica per la quale le aggravanti determinerebbero una discriminante di valore tra donne non sposate, sposate o incinta, come a voler vedere in esse la conferma del fatto che il patriarcato attribuisce maggiore importanza alle mogli alle madri, classici ruoli di genere delle donne. In verità, storicamente il patriarcato, quando non ha proprio conferito potere di vita e di morte sui componenti della famiglia, ha sempre concesso al marito padre particolare indulgenza per la violenza commessa sulla moglie e sui figli. Abbiamo avuto il delitto d’onore fino al 1981 e ancora oggi molti mariti e fidanzati pensano di avere diritto, almeno in modica quantità, ad esercitare forza e violenza sulla propria partner. L’aggravante prevista dal decreto è un ribaltamento di paradigma, non una conferma. La discriminante non è data dal ruolo della donna, ma dalla natura della relazione. Se un estraneo fa violenza su un donna sposata o non sposata commette lo stesso reato per il quale è prevista la stessa pena. Se un marito con due vite parallele fa violenza alla moglie e all’amante non sposata, lo stesso, commette lo stesso reato per cui è prevista la stessa pena, con la stessa aggravante. Riguardo la donna incinta, è evidente si tratti di una condizione di maggior vulnerabilità esposta al rischio di subire un maggior danno. Se una donna incinta cade o rimane chiusa in mezzo alle porte dell’ascensore o del metrò, vive l’esperienza con maggior paura, preoccupazione e stress, rispetto ad una donna non incinta, per il comprensibile timore di compromettere la gravidanza. E’ naturale, non dipende dall’influenza dei prolife.

Le circostanze aggravanti previste dal decreto corrispondono sostanzialmente a quelle previste dalla Convenzione di Istanbul (art. 46) ratificata il 28 maggio scorso dalla camera dei deputati. Nel nostro ordinamento le aggravanti sono previste per i reati di odio razziale nella legge Mancino (art. 3), reati per cui si procede d’ufficio e sono proposte nel disegno di legge contro l’omofobia, proposte considerate importanti, essenziali dalla comunità LGBT.


L'irrevocabilità della querela

L’irrevocabilità della querela per atti persecutori ricevere tre tipi di obiezione: 1) espone la donna a maggior pericolo se lo stato non è in grado di proteggerla; 2) inibisce le donne dallo sporgere querela, poichè sanno di non poter tornare indietro; 3) limita la libertà e l’autodeterminazione delle donne, le minorizza. Le prime due obiezioni sono sensate, anche se si tratta di supposizioni e non di effetti verificati. Un’altra supposizione dice che è proprio la revocabilità della querela ad esporre la denunciante a pressioni, intimidazioni e violenze affinché la querela sia ritirata. Tuttavia, se è vero che l’irrevocabilità della querela è una grande responsabilità che lo stato si assume di garantire che gli abusi non si ripeteranno o di garantire la protezione della vittima, allora è vero che la revocabilità della querela è una grande responsabilità che lo stato non si assume. E la deresponsabilizzazione dello stato non può essere una rivendicazione. Quel che si può rivendicare è che, prima di tutto il resto, sia garantita la protezione. Ma il resto deve venire, altrimenti lo stalking continua a rimanere una questione privata e la denuncia ad essere soltanto parte di una dinamica relazionale, che a seconda di come evolve la relazione può essere confermata o ritirata. Se in futuro migliora il mio rapporto con chi mi ha rubato la merce, o l’auto, o svaligiato l’appartamento, il reato non è condonato dalla mia personale indugenza. I reati non sono una questione personale. Va fuori bersaglio l’argomento relativo alla libertà e all’autodeterminazione delle donne negate dalla procedibilità d’ufficio. Nel codice penale la procedibilità d’ufficio è la norma, la querela di parte l’eccezione. La procedibilità d’ufficio valuta la gravità del reato per l’ordinamento. A nessuno verrebbe in mente di affermare ad esempio che le vittime di usura sono trattate da minorate, perchè la legge procede d’ufficio.


La contrarietà dalle camere penali

Le camere penali contestano la contraddizione del governo tra l’annuncio di misure per contenere l’eccessivo ricorso al carcere e l’annuncio di nuove ipotesi di custodia cautelare, di arresto obbligatorio e di innasprimenti di pena. Gli avvocati penalisti denunciano inoltre l’introduzione di figure come l’anonimato dei denuncianti, l’arresto obbligatorio per il reato di maltrattamenti in famiglia, che farebbero arretrare il paese rispetto ad elementari standard di civiltà giuridica, in quanto ribalterebbero il principio costituzionale della presunzione d’innocenza, per di più in una materia, quella dei rapporti familiari, che si presta ad accuse strumentali, sulla base delle quali domani si andrà direttamente in galera senza alcun filtro preliminare.

In merito a queste dure critiche, c’è da chiedersi se una coerente politica carceraria debba essere indifferente rispetto a qualsiasi valutazione sulla gravità dei reati, ad esempio come se fosse la stessa cosa mettere fuori o mettere dentro chi viola leggi come la Bossi-Fini o la Fini-Giovanardi (migranti, tossicodipendenti) e chi viola leggi sulla violenza sessuale, sugli atti persecutori, sui maltrattamenti in famiglia.

Una assolutizzazione del principio di presunzione di innocenza escluderebbe a priori qualsiasi ipotesi di custodia cautelare, mentre l'art. 275 c.p.p. prevede che si possa applicare la custodia cautelare in carcere quando ogni altra misura risulti inadeguata. In Italia è consentita la carcerazione preventiva solo in tre casi, cioè pericolo di fuga e conseguente sottrazione al processo ed alla eventuale pena, pericolo di reiterazione del reato e pericolo di turbamento delle indagini. Il punto è valutare la probabilità di questi pericoli in rapporto ai reati di violenza sessuale, violenza domestica e stalking. Il principio di tutela della vita e di incolumità della vittima non è di valore inferiore al principio della presunzione di innocenza (fino al terzo grado di giudizio). Peraltro, anche il soggiorno in una casa rifiugio può essere visto come una forma di custodia cautelare. Però a scapito della vittima.

Solleva più di un dubbio l’idea che la presunzione d’innocenza debba aver ancor più valore in una materia, quella dei rapporti familiari, che si presta ad accuse strumentali. Come se le camere penali accreditassero il pregiudizio di un facile, diffuso e crescente fenomemo di denuncia di falsi abusi. C’è da domandarsi se davvero una denuncia comporti automaticamente un arresto, a prescindere da qualsiasi valutazione della notizia di reato e senza alcuna attività investigativa, o se talvolta non si ecceda in propaganda, demagogia, emotività ed allarmismo anche nella contestazione dei provvedimenti di carattere repressivo.

Un altro comunicato delle camere penali contesta il decreto punto per punto. Meriterebbe un post dedicato. Per adesso si può trarre questa impressione: sui danni eventuali del decreto alle vittime (definite puntualmente "presunte") non si fa parola. Il punto sono i vantaggi eccezionali attribuiti alle presunte vittime e l'ingiustizia che potrebbe subire il presunto innocente che magari è un violento o un maltrattante non abituale, poichè se è vero che le mura domestiche non sono più inviolabili le relazioni possono essere conflittuali. Se in tema di violenza sulle donne è in atto un cambiamento culturale, gli avvocati penalisti non sembrano esserne all’avanguardia. Riconoscono specifici reati, ma non il contesto della violenza di genere. Non considerano lo stalking un reato grave. Fanno (furbescamente) cenno al terrorismo per suscitare diffidenza verso le misure emergenziali, ma ignorano la lotta alla mafia, sottovalutano la violenza maschile, se la rappresentano come conflittualità relazionale, esattamente come quei tanti operatori della giustizia e delle forze dell’ordine a cui sono destinati appelli e raccomandazioni per una adeguata formazione.


I punti condivisi e quello che manca

Con l’eccezione degli avvocati penalisti, tra i quali evidentemente prevale il punto di vista dei potenziali difensori dei presunti innocenti, su quello che c’è nel decreto alcuni punti sembrano avere un consenso unanime o non essere motivo di contestazione:
  • La possibilità di incidente probatorio (la possibilità per gli inquirenti di raccogliere le testimonianze in modalità protetta)
  • Il patrocinio legale gratuito per le vittime
  • L’obbligo di informare la vittima in modo costante sull’iter giudiziario e sulla situazione del denunciato (se le misure restrittive sono revocate, se richiede che siano revocate, se si propone l’archiviazione del caso, etc.)
  • La concessione del permesso di soggiorno per fini umanitari alle vittime straniere
  • L’obbligo per le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche che ricevano notizia di reato di fornire alla vittima stessa tutte le informazioni relative ai centri antiviolenza presenti sul territorio e, in particolare, nella zona di residenza della vittima.
  • L’annuncio di un Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere che prevede prevenzione, educazione, formazione, protezione e raccolta strutturata dei dati del fenomeno.

L’aspetto debole di questo ultimo punto è che si tratta solo di un annuncio. Difficile da realizzare senza prevedere l’investimento di adeguate risorse finanziarie. E’ tutto quello che manca nel decreto, perchè possa essere davvero una buona legge.

Manca anche una disposizione che preveda il risarcimento delle vittime.

Se il decreto apre la strada ad un piano straordinario, potrà essere considerato un primo passo, se invece si risolve in una toppa emergenziale al lavoro avviato dalla ministra Josepha Idem, prima del suo defenestramento, senza avere le idee chiare e la volontà reale di proseguire, il cambiamento radicale proclamato da Enrico Letta rimarrà solo simbolico, ma sarà una volta di più il simbolo di una politica che proclama senza costruire. Il decreto già oggi non interviene su tutto l’essenziale. Proprio sul piano dell’emergenza, manca la necessità più immediata, più importante: il rafforzamento della rete di protezione: portare i posti dei centri antiviolenza dai 500 attuali ai 5.700 raccomandato dall’ONU (un posto ogni diecimila abitanti). Per contrastare la violenza sulle donne, bisogna fare quello che si fa per le cose ritenute davvero importanti: spendere soldi e anche tanti. Ecco cosa poteva c’entrare la Tav con il femminicidio: l’opportunità di realizzare un bello storno di fondi.


Riferimenti:
Decreto legge 14 agosto 2013, n.93 
Bene il decreto, segno di nuova consapevolezza (Laura Boldrini su Twitter)
Decreto antifemminicidio, come le nuove regole garantiranno le donne (Luisa Pronzato, Marta Serafini)
Quel passo avanti che può aiutarci a cambiare (Gian Antonio Stella)
Non lasciare sole le donne. I passi da compiere dopo il decreto (27esima Ora)
Si parla di “misure speciali” per stalking e femminicidi. (Enrica UAGDC)
Decreto antiviolenza: grazie. Ma si può fare meglio (Marina Terragni)
Non basta un decreto (Michela Marzano)
Femminicidio, i punti deboli del decreto (Nadia Somma)
Prevenire e rieducare (Concita De Gregorio)
Perchè il DL sul femminicidio non mi piace (Loredana Lipperini)
Aggravanti (Il Ricciocorno Schiattoso)
Interventi di Susanna Zaccaria, Loredana Lipperini, Barbara Spinelli (Radio del Capo)
Prevenire il femminicidio è possibile (Lucina Meco)
Diritti da testimoniare (Chiara Saraceno)
Il femminicidio delle larghissime intese (Imma Barbarossa)
Maria Cristina Guido sul dl contro il femminicidio: poco coraggio da parte del Governo
Un grande passo avanti, ma le donne siano libere anche di cambiare idea (Michela Murgia)
Quella non è una legge contro il femminicidio (Michela Murgia)
Decreto antifemminicidio: ecco il testo completo (Femminile Plurale)
Le camere penali sul decreto femminicidio
La propaganda genera mostri (Camere penali)
Femminicidio - Raccomandazioni dell'Onu all'Italia
Convenzione di Istanbul del Consiglio d'Europa
Misure inadeguate. Il governo riconosca i centri antiviolenza (Titti Carrano - Di.Re.)
Comunicato 27 agosto 2013 - NO MORE sul decreto legge femminicidio

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