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Femminicidi annunciati e denunce ignorate



di Christine Rama


Antonella Russo, assassinata dal marito con un fucile a canne mozze detenuto illegalmente, dinnanzi al figlio di quattro anni, rappresenta l'ennesima vittima di un femminicidio annunciato

Antonio Mensa avrebbe in precedenza minacciato la moglie di spararle dinanzi ai figli, mostrando di concepire questi ultimi come mero strumento di realizzazione di una vendetta esemplare nei confronti di una donna che, valutando la possibilità di separarsi, aveva manifestato la volontà di sottrarsi al dominio e al controllo di quest'uomo possessivo e il desiderio di rivendicare  il proprio statuto di persona libera, anziché di oggetto di proprietà del marito. Diritto di proprietà esteso anche ai figli, strumentalizzati da Antonio Mensa, usati come semplice pretesto per riprendere contatto e commettere violenza nei confronti della moglie, colpevole di aver posto in discussione il potere che il marito riteneva di aver acquisito definitivamente  sui propri familiari.

Non è difficile immaginare  il grave impatto traumatico e gli effetti psicologici che questo duplice atto di violenza estrema (omicidio-suicidio) produrrà sui figli dell'assassino, soprattutto sui più piccoli, più vulnerabili perché dotati di sistemi meno complessi di comprensione e di inquadramento degli eventi: dalla depressione, all'ansia, a un incolmabile senso di perdita, alla paura dell'abbandono.

Come molti altri femminicidi, anche questo si poteva evitare. Una settimana prima di essere assassinata, Antonella Russo aveva presentato denuncia per stalking contro il marito, dal quale si era allontanata, stabilendosi nella casa della madre. Ancora una volta, una donna minacciata di morte dal marito si è scontrata con la totale inerzia delle forze dell'ordine, ben altrimenti solerti nella repressione dei movimenti sociali anticapitalisti. Del resto, è ancora in vigore il Testo Unico di Pubblica Sicurezza,  che risale al 1931 e, dunque, all'epoca fascista, e che all'art.1 stabilisce che le forze di polizia, a richiesta delle parti, debbano provvedere "alla bonaria composizione dei dissidi privati", ossia alla tutela della sacralità e dell'indissolubilità della famiglia, o meglio, alla difesa dell'intangibilità del potere del pater familias e alla tacita legittimazione ad esercitarlo con la violenza.  Proporre la "riconciliazione" tra i coniugi o i conviventi significa, infatti,  rimandare a casa la denunciante, anche se reca sul proprio corpo i segni visibili della violenza subita, sollecitandola a riappacificarsi con il compagno aggressore, come sottolinea giustamente Stefania Cantatore dell'UDI di Napoli, che prosegue, osservando: «Se poi è persino ancora tutta intera [le forze dell'ordine] non registrano manco la denuncia! [...] Continueremo a morire come le mosche e ad essere massacrate con la più grande soddisfazione di governi che hanno tutto l'interesse a mantenere le donne in stato di terrore e inferiorità sociale "fattuale", allo scopo di fare di loro il cuscinetto assorbi-frustrazioni e il capro espiatorio di tutto il sistema malato».

E' pertanto inutile, in queste circostanze, proporre un discutibile decreto anti-femminicidio, che, fra l'altro, non prevede finanziamenti ai centri anti-violenza, non contempla misure preventive e di formazione delle autorità di giustizia e di pubblica sicurezza ed associa arbitrariamente la repressione della violenza domestica sulle donne a quella contro il movimento No Tav. Questa presunta volontà di lotta governativa contro il femminicidio è contraddetta, infatti, nella prassi dalla sorda indifferenza nei confronti di reati che perpetuano la condizione di subalternità della donna nelle relazioni intime, un'inerzia che si risolve nella mancata ricezione delle denunce o nell'astensione dall'adozione di misure cautelari a protezione della vittima, nella predisposizione di dannosi provvedimenti di mediazione familiare da parte delle forze dell'ordine o nell'emanazione di sentenze che confondono  il conflitto con la violenza, minimizzandola. «Il problema principale - osservava un anno fa la giurista Barbara Spinelli -  che caratterizza l’inadeguatezza delle risposte istituzionali alla violenza maschile sulle donne in Italia, è rappresentato dal mancato riconoscimento da parte delle Istituzioni della persistente esistenza di pregiudizi di genere, e dell’influenza che questi esercitano sull’adeguatezza delle risposte istituzionali in materia. C’è infatti una vera e propria tendenza alla rimozione, del fatto che fino a ieri il sistema giuridico italiano era profondamente patriarcale [..] Il fatto è che quella stessa mentalità ancora oggi è profondamente radicata nel pensiero degli operatori del diritto». 

Ciò che va innanzitutto combattuto e sradicato è, dunque,  questo atteggiamento di strenua difesa del patriarcato, che si traduce nella mancata tutela della vita e dell'integrità fisica e psicologica delle donne, ma anche nel loro mantenimento in condizione di inferiorità sociale ed economica, di vulnerabilità, di dipendenza dal marito, una mentalità che si combina perfettamente con la salvaguardia del sistema capitalista che si  esprime nella repressione dei movimenti  che ne contestano i principi.

One Response to “Femminicidi annunciati e denunce ignorate”

  1. Il patriarcato maschilista è radicato anche in quelle organizzazioni che si fanno vanto di tutelare le differenze di genere.
    E penso alla mia sigla sindacale.

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