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La parità di genere nella legge elettorale

L'Italicum, la nuova proposta di legge elettorale, dispone l'uguaglianza uomo-donna nella composizione delle liste, ma nell'anomala alternanza di due candidate e due candidati. Così alla parità tra i candidati non potrà corrispondere la parità tra gli eletti, perché prevedibilmente nei collegi i primi due eletti, a volte gli unici due, saranno uomini. Perciò, esiste una petizione, una proposta bipartisan di modifica della legge elettorale, e una lettera aperta al premier e ai segretari di partito, per la introduzione della seemplice alternanza un una donna, un uomo sia nelle liste bloccate, sia nelle teste di lista.

A questa proposta di modifica sono contrari il M5S e la Lega Nord (che non ha deputate), Forza Italia e il Nuovo Centrodestra. Il Partito democratico sarebbe favorevole, ma per garantire l'approvazione della legge, subordina l'appoggio a qualsiasi proposta di modifica al consenso di Forza Italia. Le donne del partito di Berlusconi sono divise. Le deputate (FI) favorevoli sono Stefania Prestigiacomo, Mara Carfagna, Renata Polverini, Micaela Biancofiore, Gabriella Giammanco, Anna Grazia Calabria. Contrarie invece Maria Grazia Gelmini e Daniela Santanché le quali si dicono d'accordo con Renato Brunetta, secondo cui l'elezione deve dipendere dal merito e non dalle quote. Idem Maurizio Gasparri: A me piace essere sincero e netto: io sono assolutamente contrario alle quote rosa. In politica come in tutte le altre attività della vita, bisogna dimostrare le proprie qualità sul campo.

L'implicazione di un tale principio meritocratico, è che in tutte le elezioni del mondo gli uomini prevalgono nettamente sulle donne, perchè più meritevoli. Secondo l'Unione interparlamentare (IPU), sono donne meno del 19% dei parlamentari del mondo. 42,1 nei paesi nordici; 22,7% nelle Americhe; 21,4% in Europa; 18,8% in Africa; 18,5 in Asia; 9,7% nei paesi arabi.

Se il motivo formale che si oppone alla parità di genere è il merito, il motivo sostanziale è la difesa maschile dello status quo. Una difesa che alterna apertà ostilità e sottile paternalismo. Per gli uomini è più facile, naturale, rassicurante, parlare e agire di politica in un club maschile, dove si conoscono regole esplicite o implicite basate sulla condivisione di genere. Inoltre, proprio a parità di merito, gli uomini sanno di essere favoriti rispetto alle donne, perchè i circoli di potere dove si selezionano le candidature sono prevalentemente maschili e perchè sulle donne continua a pesare la gran parte delle responsabilità familiari e del lavoro domestico. Infatti, quando riescono a superare gli ostacoli iniziali della carriera politica, una volta elette, le donne si rivelano spesso più attive e meritevoli dei loro colleghi maschi, come se ne ricava calcolando la presenza tra i firmatari di legge, tra i relatori di progetti di legge, e dal numero di interventi nel dibattito in aula (Osservatorio civico del parlamento italiano, 2009). Il merito, dunque, non andrebbe contrapposto alle quote rosa – espressione erronea che si continua ad usare sui giornali per definire, dal punto di vista maschile, le quote paritarie – ma alle quote blu di una selezione parziale che continuano a garantire agli uomini una rappresentanza sproporzionata.

Nel dibattito pubblico, alla parità di genere viene spesso opposta la questione sociale. Per esempio, Costanza Miriano scrive che le quote rosa riguardano solo poche donne privilegiate e non i diritti degli ultimi. Lei è circondata da amici e conoscenti che hanno perso il lavoro o che lavorano senza prospettive e sono sottopagati. Per nessuno di loro sono importanti le quote rosa, né le nozze omosessuali. Costanza Miriano ha di certo ragione a vedere il privilegio nell'elite politica e istituzionale, ma il suo è soltanto un diversivo se non ci spiega perchè anche in quella sfera gli uomini devono comunque essere i più privilegiati e in che modo la discriminazione politica delle donne possa costituire un risarcimento per disoccupati e sottopagati. In verità, le donne sono mediamente più disoccupate e più sottopagate degli uomini, più escluse dal mondo del lavoro e questo si riflette nella sottorappresentanza politica femminile. Si riflette e al tempo stesso ne costituisce un rinforzo.

Un diversivo analogo è quello di contrapporre le quote sociali alle quote rosa. Dire che le donne non sono una categoria protetta. Chiedere di smetterla di usare la questione di genere per rimuovere il conflitto di classe.
Contorta la logica per cui il superamento di una discriminazione trasformerebbe la categoria discriminata in una categoria protetta. Le quote di genere non possono rimuovere alcun conflitto, compreso il conflitto di classe. Lo possono invece proprio le quote sociali che significherebbero infatti stabilire per legge l'esistenza esclusiva di liste elettorali e partiti interclassisti.

Esistono donne conservatrici e reazionarie, specie quando si tratta di singole donne poste a capo di strutture maschili, ma tali diversivi sono smentiti dalla realtà, se valutiamo l'impatto complessivo dell'ingresso delle donne ai vertici della politica e delle istituzioni. La parità di genere è una questione di giustizia, perché le donne sono la metà del genere umano, non possono essere solo un quinto, un sesto della politica che governa il genere umano, perché le leggi riguardano tanto gli uomini quanto le donne, e alcune leggi hanno particolare rilevanza per le donne. Dunque, una questione di giustizia, di civiltà, che non richiede contropartite e tornaconti. E tuttavia, proprio dal punto di vista del progresso sociale, la parità comporta vantaggi in tutti i campi.

Come spiega Chiara Volpato, a causa della loro storia, le donne portano in politica una prospettiva valoriale diversa da quella maschile. Mediamente le donne danno maggiore importanza a valori quali l’eguaglianza, la responsabilità sociale, l’accoglienza, la protezione dell’ambiente e sono meno propense ad accettare una struttura sociale gerarchica in cui un gruppo domina su di un altro e in cui le minoranze non vengono rispettate. Le donne sono meno sessiste, hanno minori pregiudizi verso minoranze e immigrati, più favorevoli nei confronti della società multiculturale, appoggiano più degli uomini misure contro la discriminazione.

Un political gender gap esiste tra gli elettori statunitensi. In media, gli uomini sono più favorevoli alla pena di morte, alla spesa per armamenti, all’uso privato delle armi, all’uso della forza sia nella politica interna sia nelle relazioni internazionali, e risultano più razzisti e conservatori, tolleranti verso programmi televisivi violenti, mentre le donne sono più propense a stanziare fondi pubblici a favore di programmi educativi, sanitari e di welfare.  

Secondo uno studio condotto su 70 nazioni, i due generi privilegiano valori diversi. Per gli uomini sono prioritari: l’invidualismo, la competitività, la ricerca del successo e del potere, mentre per le donne sono più importanti i valori comunitari, relazionali, universalistici (Schwartz, Rubel 2005).

Così, quando le donne sono presenti in percentuale rilevante nelle istituzioni (più del 30%) cambia l’agenda politica. In Svezia, le parlamentari donne dedicano maggiore attenzione all’eguaglianza di genere e alle politiche sociali (Lena Wangnerud, 2009). Nelle regioni rurali dell’India, all’aumento delle donne nelle municipalità locali corrisponde l’aumento della spesa pubblica per servizi rilevanti per tutti la comunità, infrastrutture e impianti per l’acqua. (Beaman, 2007). Anche in Italia ad una più elevata presenza di donne nelle amministrazioni pubbliche corrisponde un’allocazione delle risorse più orientata verso la spesa sanitaria e i servizi di cura e di istruzione (Banca d’Italia 2012).

Le idee migliori e più innovative nascono in ambienti eterogenei, la presenza delle donne migliora la qualità delle soluzioni proposte. Proprio perchè nuove alla politica, le donne possono favorire scelte più originali. Nello stile di lavoro, le donne introducono uno stile cooperativo, adottano un approccio più democratico e privilegiano la concretezza nella soluzione (IPU 2008).

La presenza femminile innalza lo standard morale. Nei crimini di tipo economico, truffe, frodi informatiche, solo il 22% è commesso da mani femminili. Il barometro annuale sulla corruzione, misurato da Transparency International, indica che le donne si macchiano di questi reati in un numero molto inferiore a quello dei loro colleghi maschi. Più vi sono donne tra gli amministratori pubblici minori sono i livelli di corruzione (Franke 1997). Per uno studio della Banca Mondiale, le donne sono risultate più degne di fiducia e più interessate al bene comune in 150 paesi (Francescato e Mebane, 2011). Gli scandali sessuali in Italia e all’estero coinvolgono quasi esclusivamente politici uomini, a riprova del fatto che lo sfruttamento sessuale non fa parte della cultura femminile. Infine, la presenza di donne candidate ed elette stimola sia la partecipazione politica di altre donne, in particolare delle adolescenti, sia la loro conoscenza di questioni politiche, aumentando la fiducia nelle istituzioni e nella possibilità di incidere sulle pubbliche decisioni (Mansbridge 1999).

Questi studi possono riassumersi in una citazione della presidente socialista del Cile Michelle Bachellet. «Quando una donna fa politica, cambia la donna. Quando tante donne fanno politica, cambia la politica».


Cfr. Chiara Volpato, Psicosociologia del maschilismo, 2013, pagg 110-114

One Response to “La parità di genere nella legge elettorale”

  1. Io mi chiedo perché non si pensi ad una soluzione del genere: http://archive.is/WHfIb

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