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Il cesto sano della polizia

Roma, 12 aprile, manifestazione per il diritto alla casa. Un agente in borghese sale con il peso di tutto il suo corpo sul corpo di una ragazza ferita, stesa inerme per terra. Un video di Servizio Pubblico riprende la scena.

Il capo dela polizia dice che l'agente è solo un cretino da identificare e sanzionare, ma tutti gli altri si sono comportati in modo corretto, hanno lavorato bene e meritano applausi. Il questore di Roma, Mario Mazza, aggiunge: «Per tanti che hanno lavorato bene non è giusto perdere la faccia a causa di una persona che ha invece fatto un errore». Un errore.

Il capo della polizia e il questore di Roma interpretano il vecchio modulo della mela marcia nel cesto sano. Nonostante la mela marcia o il cretino calpesti la ragazza sotto gli occhi dei suoi colleghi, senza evidentemente temere di doversi vergognare. Dal cesto sano, nessuno si leva per fermare la mela marcia prima che calpesti la ragazza, nessuno lo redarguisce dopo che l’ha calpestata. Il cesto sano da solo non denuncia il caso, non avvia una inchiesta. Ha bisogno di essere incalzato da un video virale, il video di una autorevole testata giornalistica, ripreso da tutti i giornali. La mela marcia, solo quattro giorni dopo, si costituisce e ritiene di poter raccontare al cesto sano di aver confuso la ragazza con uno zaino.

Il prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, è in disaccordo con il capo della polizia: I poliziotti sono le «vere vittime». La mela marcia non è un cretino, bensì un frustrato. L'agente era in piazza per difendere i manifestanti. Quei manifestanti che lo ripagano prendendolo a bersaglio. Il suo lavoro è vano, lui è impotente, ha paura. Tutto questo per quattro soldi, è sottopagato, 1.200 euro al mese. Allora, il suo comportamento apparentemente inspiegabile diventa spiegabile.

In effetti, le violenze in piazza e negli stadi si sono sempre spiegate così. I violenti sono esseri umani rabbiosi e impotenti. Poveri, disoccupati, precari, senza un futuro, socialmente umiliati. Trovano uno sfogo nella violenza distruttiva. Ma erano i tifosi o i manifestanti. Per il prefetto di Roma, sembra che la spiegazione calzi a pennello anche per i poliziotti. Anzi, solo per loro. Dopo Pasolini, i poliziotti sono i proletari e i manifestanti i figli di papà. Eppure la rabbia e la frustrazione dei poliziotti si è abbattuta anche sui senzatetto della Montagnola.

Il prefetto di Roma rifiuta l’introduzione del codice identificativo, a meno che non si cambino le regole di ingaggio. Nel senso, si presume, di una più ampia licenza di comportamento. Ad essere contrario è anche il ministro dell’interno Angelino Alfano: rifiuta che sotto accusa finisca la polizia. Il codice identificativo vuol metterlo ai manifestanti. Minaccia di vietare l’accesso dei cortei al centro di Roma, per prevenire vandalismi e saccheggi.

Ignoro quale sia in merito il pensiero del premier Matteo Renzi e del Partito democratico. Al momento, non ho incontrato articoli che ne parlano, a parte una intervista di Filippo Bubbico, viceministro dell'interno: condanna gli abusi della polizia, ma esprime perplessità sull'introduzione del codice identificativo. Voluto invece da SEL, con una proposta di legge. Il capogruppo di SEL, Gennaro Migliore, chiede le dimissioni del prefetto di Roma.

Spesso si discute degli scontri tra polizia e manifestanti, come si trattasse degli scontri tra due bande di picchiatori, con la platea della pubblica opinione divisa in due tifoserie. Conta chi ha picchiato di più, chi ha cominciato per primo, chi ha commesso più fallì. Soprattutto i tifosi della polizia la mettono su questo piano e reputano che la correttezza della propria banda sia condizionata dalla correttezza della banda avversa. La quale deve essere la prima a rispettare la legge e, ad esempio, a non mettersi il casco in testa o a bardarsi il viso, altrimenti non si lamenti delle conseguenze, non pretenda codici identificativi.

Ma, non può essere così. Quello del manifestante non è un lavoro al quale si viene preparati e a cui si accede per concorso, superando un esame. Per i manifestanti non esistono corsi di aggiornamento o corsi di addestramento. I manifestanti non sono servitori dello stato. E’ normale che in mezzo ai disordini un manifestante non sappia cosa fare. Se stare fermo, se scappare. Se, e come difendersi. Non è preparato, non è tenuto ad esserlo. E’ tenuto solo a rispettare la legge, ma questo non lo garantisce dal trovarsi in una situazione di pericolo. Come abbiamo visto, di fronte ad un poliziotto arrabbiato e frustrato, anche un cittadino modello può assumere le sembianze di uno zainetto.

I manifestanti non possono fermare i poliziotti, non possono arrestarli. Non possono portarseli al centro sociale per identificarli. Non possono comportarsi così con nessuno di noi. Se uno di loro prova a fermarci, possiamo tirare diritto. Se uno di loro viene a bussare alla nostra porta, possiamo lasciarlo sul pianerottolo o persino cacciarlo via. Ma di fronte ad un poliziotto dobbiamo fermarci, mostrargli i documenti se li chiede. Seguirlo in questura, se vuole fare ulteriori accertamenti. Se la polizia si presenta a casa nostra, dobbiamo aprirgli la porta. A qualsiasi ora del giorno e della notte. Così, non è la stessa cosa avere fiducia nei manifestanti o avere fiducia nella polizia. Avere fiducia in chi deve rispettare l’ordine pubblico e in chi, oltre a rispettarlo, ha il dovere di garantirlo per tutti.

Un cittadino deve poter avere fiducia in chi detiene il monopolio della violenza. Fiducia nel fatto che per l’unico detentore legittimo della violenza, il rispetto della legge è assoluto e incondizionato, e non può certo dipendere dal fatto che tutti gli altri si comportino bene, poichè se così fosse polizia e carabinieri non avrebbero neanche ragione di esistere. Perciò, il comportamento delle forze dell’ordine non è confrontabile con quello di nessun altro gruppo.

Il simpatizzante destrorso che detesta i manifestanti, può non esserne consapevole. Possono non rendersene conto alcuni poliziotti, per via della storia del cretino. Ma il capo della polizia, il questore della città, il prefetto, il ministro dell'interno, non possono non saperlo. E' molto superficiale quel rinnovamento, quella rottamazione, che accantona qualche anziano politico, ma lascia ai veritici dello stato funzionari e dirigenti con idee tanto dubbie e confuse sul ruolo e sui limiti delle forze dell'ordine e, in definitiva, sullo stato di diritto.


Riferimenti:
Roma, nuove manganellate sui manifestanti a terra (Youreporte Corriere Tv)
Il calcio sul volto al manifestante caduto a terra (Servizio Pubblico - Repubblica Tv)
"Paura e dolore mentre ero a terra pestata dalla Polizia" (Deborah Angrisani)
Montagnola, scontri tra manifestanti e polizia: il video da un balcone (Repubblica TV)
I calci, il numero e lo sdegno gratis (Alessandro Gilioli)
Ci vuole un codice identificativo per le forze dell'ordine (Luigi Manconi)

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