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Perchè Ingroia non può criticare la consulta?

Esiste un dibattito pubblico sulle controversie giuridiche e di opportunità in merito alla trattativa stato-mafia e sulle relative inchieste delle procure, in particolare quella di Palermo. Il presidente della repubblica ha sollevato presso la corte costituzione un conflitto di attribuzione per ciò che concerne le sue conversazioni telefoniche con Nicola Mancino, indagato per falsa testimonianza. La consulta gli ha dato ragione. 

A questo dibattito pubblico però sembra che Antonio Ingroia non debba partecipare, neanche dal confino in Guatemala. Le sue critiche alla sentenza sono paragonate alla infuriate berlusconiane e Forza Italia vuole intentare una causa contro di lui, raccogliendo le firme sul web. Motivo per cui è già partita una petizione a favore: www.iostoconingroia.it

Tutte le sentenze possono essere criticate. Bisogna poi vedere se la critica ha fondamento, come è argomentata e se proposta in modo tale da non delegittimare i giudici. Di solito, quelli che criticano le sentenze sono parte in causa come imputati e inquisiti e anche come legislatori di proposte di legge che limitano l'indipendenza dei giudici o il principio di uguaglianza di fronte alla legge. Non mi sembra questo il caso. Ingroia è accusato di aver violato la legge. Anche nel dibattito pubblico. Perchè non può difendersi?

La consulta ha emesso la sua sentenza (le cui motivazioni sono ancora ignote). Ma l'ex pm dissente. E con lui non solo Marco Travaglio, ma anche eminenti giuristi come Gustavo Zagrebelsky e Franco Cordero dissentono. Perchè non possono dirlo? Peraltro gran parte della contesa si fonda sulla confusione tra intercettazioni dirette e intercettazioni accidentali, poichè nessuno ha deciso di intercettare il presidente della repubblica. Intercettato era Nicola Mancino, che ha telefonato a Giorgio Napolitano.

Le sentenze non si mettono in discussione nel senso che non si possono non applicare (ma è da vedere se questa sentenza può essere di chiara applicazione). Tuttavia si possano criticare. Inoltre, dal luglio 2012, Ingroia non è più un pm della procura di Palermo, l'inchiesta oggetto della sentenza non è più sua. L'altra parte in causa, il presidente della repubblica, non si è astenuto dal dire quello che pensa. Come anche il capo del governo, parlando a proposito delle intercettazioni di violazioni e abusi «sotto gli occhi di tutti», ben prima che la consulta si pronunciasse, e quindi obiettivamente condizionandola. Tutti possono parlare contro il pm, ma il pm non può rispondere.

L'intercettazione indiretta, essendo indiretta, non è il frutto di una decisione della procura. Intercettato è un indagato per falsa testimonianza che telefona al presidente. La procura, senza volerlo, ha in mano una intercettazione del presidente. Ciò non c'entra nulla con il fatto che il presidente non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle proprie funzioni (ammesso che accettando di interloquire con le richieste di un indagato, stesse esercitando le proprie funzioni). Il presidente infatti non è stato accusato di nulla, appunto le intercettazioni sono state ritenute irrilevanti. Peraltro se dalle intercettazioni fosse possibile (teoricamente) ricavare il fondato indizio di alto tradimento o di attentato alla costituzione - per esempio, per passare informazioni che sono sotto segreto di stato - le intercettazioni sarebbero utilizzabili. Escludere invece che lo siano, presuppone una valutazione.

Ha poco senso dire che le intercettazioni del presidente non devono neanche essere ascoltate: sono state registrate in automatico. Esistono. Secondo l'interpretazione favorevole al diritto alla riservatezza del presidente, vanno distrutte con una procedura che le sottragga al contraddittorio, altrimenti diventano pubbliche. Secondo invece una interpretazione favorevole al diritto alla difesa le intercettazioni vanno sottoposte alla valutazione delle parti. Il punto è: prevale il diritto alla difesa degli indagati o il diritto alla riservatezza del capo dello stato? Il diritto alla difesa è un diritto costituzionale.

Una intecettazione può essere usata anche come prova o documento utile per difendersi. Perciò, il GIP non può distruggere le intercettazioni senza il consenso della difesa. L'indagato ha il diritto di avere a disposizione tutti gli atti prodotti dall'istruttoria. Sta a lui valutare se possono servirgli o meno. Se il GIP distrugge un atto, un qualsiasi atto, senza il suo consenso, viola la costituzione e lui può denunciarlo. Questo principio non vale più se nell'atto è accidentalmente registrata una conversazione del presidente della repubblica? Sarà interessante leggere nelle motivazioni della sentenza, come la consulta spiega la precedenza di questo principio ipergarantista a tutela del presidente.

Ciò detto, le polemiche, le controversie, i conflitti di attribuzioni relativi all'inchiesta, finiscono per oscurare i contenuti della stessa. Così, in tema di domande ultime, valgono quelle poste da Alfonso Gianni: (...) Ma ciò che è più importante, al di là di disquisizioni causidiche, è che rimangono senza risposta alcune fondamentali domande. Andando dalla più lieve alla più grave: perché Mancino telefonava al Quirinale? Cosa successe e perché ci fu la trattativa Stato-Mafia agli inizi degli anni Novanta? Forse qualcuno allora volle applicare misure da "stato d'eccezione" per dirla con Agamben e qualcun altro oggi vuole coprire quella pagina? Che relazione c’è tra quest’ultima e l’uccisione in particolare di Paolo Borsellino? Le "ragioni del diritto" di cui vaneggia oggi Scalfari nel suo editoriale non saranno mai ristabilite finchè non si darà risposta esauriente e convincente a queste domande.

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