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La prostituzione è un contratto sessuale



di Maria Rossi


C'è chi accosta il movimento antiabortista a quello per l'abolizione della prostituzione, in quanto entrambi lederebbero il diritto all'autodeterminazione delle donne e si configurerebbero come rivendicazioni di proprietà dei loro corpi. Si tratta di un'equiparazione di cui è possibile dimostrare l'arbitrarietà e la fallacia.

Ho già sostenuto in articoli precedenti come l'applicazione del concetto di autodeterminazione all'esercizio della prostituzione sia assai poco pertinente. Non ripeterò qui le considerazioni già svolte.

Osservo invece che si ricorre all'aborto per sottrarsi ad una gravidanza indesiderata. Gli Stati che riconoscono questo diritto ne garantiscono l'esercizio sancendone la gratuità e mettendo a disposizione il personale e le strutture nelle quali l'interruzione della gravidanza viene praticata. Vediamo invece cosa accade nel caso della prostituzione. Secondo uno studio di Melissa Farley, l'89% delle donne prostituite vorrebbe abbandonare la pratica dei rapporti mercenari, ma non può farlo per mancanza di alternative. Nei Paesi Bassi soltanto il 6% dei Comuni ha apprestato servizi di sostegno sociale e professionale per chi desidera fuoriuscire dalla prostituzione, ostacolando così l'esercizio del diritto all'autodeterminazione. Il dato, assai esiguo e comune ad altri Stati che si conformano ai medesimi principi, non dovrebbe destare alcuno stupore. Se la prostituzione viene concepita come una pratica banale, come un lavoro qualsiasi, non si comprende per quale motivo un governo dovrebbe erogare fondi destinati al finanziamento di servizi che offrano alternative a chi la esercita. La banalizzazione della prostituzione impedisce, dunque, la libera esplicazione della volontà di abbandonarla. 

La depenalizzazione o la legalizzazione dell'aborto evita i gravi rischi che derivano dalla sua pratica clandestina e, dunque, garantisce la tutela della salute della donna. Lo stesso effetto di salvaguardia dell'integrità psico-fisica della donna genera l'abolizione della prostituzione, in quanto la violenza è ad essa consustanziale. Ridurne la pratica, come è avvenuto in Svezia, produce un decremento dell'elevato tasso di mortalità, di stupri, di aggressioni fisiche e psicologiche, di disturbi e malattie connesse al suo esercizio. Né vale l'obiezione secondo la quale l'abolizione della prostituzione ne incrementerebbe la pratica clandestina e i rischi connessi. Questo non è accaduto in Svezia. Al contrario, nei Paesi Bassi la stragrande maggioranza della prostituzione è irregolare. Non solo. Le sopravvissute osservano giustamente come questa attività sia per natura sommersa, in quanto, com'è ovvio, i rapporti sessuali si consumano lontano dagli sguardi altrui, rendendo impossibile la prevenzione degli atti di violenza di cui si rende responsabile un certo numero di clienti. Neppure l'installazione di dispositivi come i pulsanti di emergenza nelle stanze ove si esercita la prostituzione garantiscono la sicurezza delle persone che la praticano. Nei Paesi Bassi, dove, teoricamente, tutte le camere dei bordelli e delle vetrine dovrebbero esserne provviste, il 70% delle donne prostituite confessa di aver subito uno stupro nell'esercizio della propria attività.  

Il ricorso all'aborto si configura come atto di sottrazione a una maternità imposta come ineluttabile destino femminile e tutela contemporaneamente il diritto della donna di non accollarsi controvoglia la responsabilità e l'impegno emotivo, pratico ed economico di accudire un bimbo non desiderato e il diritto di quest'ultimo a ricevere cure e affetto. Nessuno di questi interessi ovviamente è tutelato dal mantenimento della prostituzione. 

Gli aderenti al movimento pro-life sostengono che lo zigote sia già un essere umano con piena dignità. Per questo rivendicano il diritto a rifiutare la somministrazione della pillola del giorno dopo. Secondo la Chiesa Cattolica, dal momento che l'ontogenesi umana ha inizio nell'istante della fecondazione e che, una volta che il processo è iniziato, non vi è una particolare fase del suo sviluppo che sia più importante dell'altra, essendo tutte parte di un'evoluzione continua, sin dal concepimento l'embrione è da considerarsi vita umana che deve godere degli stessi diritti riservati ai nati. Ciò significa non solo attribuire la qualifica e la dignità di soggetto a un semplice ovulo fecondato o a un'aggregazione di poche cellule, ma implica anche una concezione della donna come mera incubatrice, come contenitore di un individuo che si sviluppa autonomamente, ossia indipendentemente da qualsiasi interazione con il corpo della futura madre, che è invece, come sappiamo, la condizione necessaria alla nascita di un bambino Ora: com'è trattata la donna prostituta dai clienti se non come una merce, un mero contenitore delle loro voglie? L'abolizionismo mira appunto ad eliminare questa condizione. 

Esso e il riconoscimento del diritto di aborto sono accomunati dalla volontà di assicurare alle donne la liberazione da un ordine patriarcale che assegna loro il ruolo di strumenti sessuali a disposizione degli uomini.
Non vi è, dunque, alcuna ragione per accostare il movimento pro-life all'abolizionismo, né si può affermare che quest'ultimo si proponga di riprodurre la famiglia eterosessuale.

Quanto alla rivendicazione di proprietà dei corpi delle donne, cosa implica l'esercizio della prostituzione se non l'appropriazione di chi la pratica da parte di qualunque uomo lo desideri ? 

In merito a questa questione, l'articolo che sto commentando riporta un periodo di un libro di Melinda Cooper: La vita come plusvalore che mi sento di sottoscrivere:

In questo risiede la novità del neofondamentalismo ai tempi dell’economia neoliberale: a fronte di una politica che opera in modo speculativo, il fondamentalismo diventa la battaglia che ripropone la forma della proprietà dentro e oltre l’incertezza del futuro. Questa forma di proprietà, come mostra evidentemente il movimento per la vita, è al contempo sessuale ed economica, produttiva e riproduttiva. E’, in ultima analisi, una rivendicazione di proprietà dei corpi delle donne.

Concepire e rivendicare il corpo come forma di proprietà che, in quanto tale, può essere ceduta, anziché come essere inalienabile significa aderire ai principi del capitalismo che trova un fondamento nell'esistenza della proprietà privata. Se il corpo si configura come soggettività incarnata, secondo la condivisibile definizione proposta dalla nostra blogger, non può appartenere a nessuno, ma può soltanto essere: dunque non può costituire oggetto di alienazione. Non è neppure possibile separare gli organi sessuali dal corpo e quest'ultimo dalla persona.

L'autrice dell'articolo che sto commentando, dopo aver liquidato in modo frettoloso e caricaturale le argomentazioni delle femministe abolizioniste, le quali, secondo lei, si limiterebbero a riproporre ossessivamente l'immagine della nigeriana violentata e sfruttata (non comprendo, sinceramente, a chi si riferisca), le accusa di occultare, appuntando esclusivamente l'attenzione sulle donne prostituite, lo sfruttamento e la violenza consustanziali a qualsiasi altro lavoro. A prescindere dal fatto che la prostituzione è un'istituzione patriarcale che presenta caratteri che la distinguono da qualsiasi occupazione, come ho già argomentato altrove, all'abolizionismo aderiscono femministe di qualsiasi corrente, incluse l'anarchica, la marxista e la materialista, interessate a denunciare la subordinazione e lo sfruttamento impliciti nei rapporti di produzione capitalisti. Basterebbe leggersi Il Contratto sessuale di Carole Pateman per rendersene conto. Al contrario, mi pare che molte persone che ritengono la prostituzione un lavoro riconoscano i caratteri alienanti ed oppressivi di tutte le occupazioni, ma tendano a minimizzare, quando non a negare, quelle connaturate alla pratica dei rapporti mercenari, contribuendo in tal modo, paradossalmente, ad espungerli dalla categoria del lavoro o, quanto meno, a collocarli in una zona privilegiata assieme alla professione di attore e attrice pornografica, a discapito della realtà documentata da parecchi studi. Il privilegio della sex worker migrante, sembrerebbe potersi arguire dall'articolo che sto criticando, consisterebbe nel fatto di non essere assoggettata ad alcuna forma di contratto. Immagino che l'affermazione desti perplessità in molte lettrici e lettori che considerano il contratto di lavoro come la fissazione per iscritto dei diritti esigibili dei lavoratori dipendenti e, dunque, come una fondamentale tutela. L'asserzione della blogger in questione, tuttavia, è molto interessante e merita attenta considerazione. Ne Il Contratto sessuale la femminista marxista Carole Pateman scrive: 

Il contratto genera sempre il diritto politico nella forma di rapporti di dominio e di subordinazione. Nel 1919 G.D.H Cole affermò che, quando la gente provava a rispondere alla domanda su cosa non andasse nell'organizzazione capitalistica della produzione, di solito dava la risposta sbagliata: rispondono la povertà (ineguaglianza), quando dovrebbero rispondere la schiavitù.

La questione per Cole è che i critici del capitalismo e del contratto guardano esclusivamente allo sfruttamento (diseguaglianza), trascurando in questo modo la subordinazione, ovvero la misura in cui le istituzioni sociali non sono il risultato di libere relazioni, ma di rapporti che somigliano a quello tra schiavo e padrone.
Anziché minare la subordinazione, i teorici del contratto giustificarono la moderna soggezione civile.

Il libro di Pateman è stato scritto negli anni Ottanta. Benché non lo dica apertamente, si può agevolmente supporre, considerato il suo orientamento politico, che l'autrice immagini un modello di organizzazione del lavoro fondato sull' autogestione della produzione e dunque sull'abolizione dei rapporti di subordinazione. Oggi potremmo parlare di cooperazione produttiva autonoma. Inoltre, Pateman auspica l'instaurarsi di relazioni di genere egalitarie, non imperniate cioè sul binomio dominio-subalternità. 

La blogger il cui articolo sto criticando auspica appunto la soppressione del disciplinamento dei corpi e della subordinazione codificata nei contratti e tipica del lavoro salariato. Sono d'accordo con lei. L'errore grave che commette, però, nell'individuare nella sex worker migrante il paradigma della lavoratrice autonoma libera dalla sottomissione ad un padrone, è, a mio parere, quello di confondere forma e contenuto, cioè di identificare il contratto con la stipula di un accordo scritto. Per lei la sex worker migrante ne è svincolata perché non ne ha sottoscritto alcuno. Ma nella teoria di Pateman , che condivido, è il rapporto di subordinazione ad istituire il contratto, non la forma scritta. Quest'ultima, anzi, assieme al carattere collettivo della contrattazione, elimina l'arbitrio assoluto del padrone, ne circoscrive il dominio, attribuisce al dipendente una serie di diritti esigibili. Non a caso nell'Ottocento i liberisti, che definivano, mistificandolo, il rapporto di lavoro come un accordo tra due contraenti in posizione di uguaglianza, si opposero strenuamente al riconoscimento dei sindacati e della loro titolarità a stipulare contratti collettivi. L'assenza di forma scritta non esclude dunque la sussistenza di un rapporto di dominio e di subordinazione, ma gli conferisce, anzi, un carattere più arbitrario ed oppressivo. Il lavoro nero comporta livelli di sfruttamento molto più intensi di quello regolare. Inoltre, come giustamente osserva la nostra blogger, il contratto non è soltanto quello di lavoro, ma anche quello sessuale, ad esempio. Ecco perché ritengo errato definire la migrante che si prostituisce una lavoratrice autonoma non subalterna ad un padrone. In realtà, le forme di assoggettamento e di coercizione cui è sottoposta sono molteplici e raggiungono un'intensità senza pari. In primo luogo, nella maggioranza dei casi, per approdare in un Paese occidentale, la migrante ha contratto un debito, il cui ammontare spesso la costringe ad esercitare la prostituzione. Non a caso si parla di schiavitù per debito. In secondo luogo, il 90% delle donne che praticano rapporti mercenari nel mondo è sottomessa ad un singolo pappone o ad una rete di prosseneti, http://www.csf.gouv.qc.ca/modules/fichierspublications/fichier-29-1655.pdf che estorcono loro, ricorrendo a forme di coercizione più o meno violente, una parte consistente di guadagni. Una migrante può essere assunta dal proprietario di un locale (di lap dance, ad esempio) dove si praticano clandestinamente rapporti mercenari. Inoltre, ed è la considerazione più importante, è la prostituzione stessa a configurarsi come un contratto sessuale, ossia come un rapporto di subordinazione ai clienti. Con essa, osserva Carole Pateman, "gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne". La migrante che si prostituisce subisce, dunque, una pluralità stratificata e oppressiva di rapporti di dominio non formalizzati da accordi scritti. Tra questi rapporti vi è anche quello dettato dal desiderio del cliente di praticare una forma di colonizzazione razzista inferiorizzante e non di rado violenta del corpo della straniera. Osserva a questo proposito, con un linguaggio peraltro sconvolgente, a tratti impregnato di agghiacciante realismo cinico, un operatore di strada intervistato da Emilio Quadrelli nel saggio Corpi a perdere, incluso in La città e le ombre, libro scritto in collaborazione con Alessandro Dal Lago:

L'arrivo delle straniere [...] ha modificato i comportamenti dell'utenza [...] Con l'arrivo sul mercato di un "prodotto" estero ho assistito a un mutamento radicale del rapporto tra merce e acquirente e una scoperta dei tratti italiani molto significativi. Il maschio medio italiano [...] tende a frequentare con insistenza questa nuova prostituzione. Le molle scatenanti: il dominio e l'inferiorizzazione. Nei racconti che raccolgo prevale un desiderio e un diritto di praticare violenza senza che questa venga neppure in qualche modo contrattata. Non ci troviamo pertanto di fronte a degli amanti particolari del genere sado-maso, non ci troviamo di fronte a delle richieste tecniche, ci troviamo di fronte a un sentirsi padroni completi e totali di un altro corpo, un corpo da poter utilizzare e martirizzare perché per sua natura sottomesso. 

E ancora: 

La molla attrattiva delle prostitute straniere non è dovuta né al prezzo, né alla bellezza, piuttosto e in maniera decisiva all'idea del diritto di conquista, del diritto alla dominazione che queste ragazze suscitano nell'utente. Va detto che l'utenza non ha né particolari connotazioni sociali, è pertanto decisamente interclassista, né connotazioni culturali. Può essere un operaio, un commerciante o un manager o un libero professionista.

Le osservazioni di questo operatore, per altro confermate da altri ricercatori e ricercatrici come Bridget Anderson e Julia O' Connell Davidson che si sono interrogate sulle motivazioni che inducono i clienti a ricorrere alle donne prostituite straniere, (pp.32-33), sono così commentate da Emilio Quadrelli:

I corpi delle donne straniere possono essere insultati, irrisi, colpiti, violati, usati sessualmente. [...] La brutalità non è estranea a un codice culturale di sottomissione degli stranieri, tollerabili solo [..] se in una posizione servile. La brutalità, dunque, sembra discendere più che da anomalie del comportamento, da una cultura ormai istituzionalizzata che assegna in partenza agli stranieri una posizione subordinata e strumentale [...] A noi sembra che questa cultura della sottomissione possa essere definita, senza esagerazioni, coloniale. Tipicamente coloniali sono l'ambivalente percezione (un misto di attrazione e repulsione) del corpo del nativo come lascivo, la sua rappresentazione come carne indifferente, priva di "anima" e di individualità, la sorridente indifferenza con cui il cliente umilia o brutalizza la donna - un comportamento analogo a quello del colonizzatore che spia le contorsioni di un nativo sotto la sferza

Lungi dal configurarsi come corpi pericolosi, come ritiene l'autrice dell'articolo in questione, le migranti prostituite sono, dunque, percepite dai clienti occidentali come corpi esotici da sottomettere e colonizzare. Perché la blogger li reputa invece pericolosi? Anzitutto perché rischiano di compromettere l'identità dello stato nazione contaminandone la purezza del colore della pelle. Ma non aveva in precedenza accusato le femministe abolizioniste di riprodurre ossessivamente l'immagine della migrante nigeriana? In effetti, la maggioranza delle donne prostituite straniere nell'Europa occidentale è costituita da donne di pelle bianca, se non diafana, originarie dell'Europa centrale ed orientale. Chi ha mai sostenuto il contrario? Qui mi pare che sia la blogger a riprodurre uno stereotipo.

La pericolosità della migrante prostituita deriverebbe anche dal fatto che la sua presenza metterebbe in crisi "la validità assoluta di un contratto come strumento d'accesso alla cittadinanza, attraverso l'esercizio del diritto alla libera ed esclusiva proprietà del corpo". Ho già osservato come la migrante sia in realtà sottomessa ad una molteplicità di rapporti di subordinazione. Vorrei qui notare come la normativa italiana sull'immigrazione condiziona il godimento dei diritti civili e sociali al possesso del permesso di soggiorno rilasciato in genere (ma non solo) per motivi di lavoro dipendente o autonomo. Dunque è la disponibilità o meno di questo documento a decidere della fruizione o meno dei diritti civili e sociali, non il tipo di lavoro che si svolge e non è affatto pericoloso per l'identità dello stato nazione richiedere un permesso di soggiorno per lavoro autonomo, anziché dipendente. Semmai è ingiusto e scandaloso che sia necessario possedere un documento per poter fruire di un minimo di diritti. 

La nostra blogger si dilunga poi sul concetto di empowerment che dovremmo promuovere, offrendocene, verso la conclusione del suo articolo, una definizione bellissima, ma, al contempo, sorprendente.

Emporwement significa sottrarre i corpi  tanto al disciplinamento dei contratti, siano essi di lavoro, matrimoniali o sessuali, quanto alle retoriche, tanto in voga, del bene comune, che di nuovo fanno dei corpi un bene a disposizione della comunità, a suo uso e consumo.

Sottoscrivo. Poiché la prostituzione è un contratto sessuale (definizione della marxista Pateman) che fa del corpo delle persone che la esercitano un bene a disposizione della comunità dei clienti, a loro uso e consumo, questa frase basta a contraddire l'intero impianto argomentativo dell'articolo della blogger e ad annoverarla di diritto tra le femministe abolizioniste. Benvenuta tra noi!

3 Responses to “La prostituzione è un contratto sessuale”

  1. ed è bene dire che specie oggi matrimonio non significa per forza sottomissione e avvilimento. E' un desiderio legittimo così come lo è non volersi sposare

  2. In tutto questo gran parlare della prostituzione, in questo ultimo periodo, e forse come sempre, si parla solo e unicamente delle prostitute, si sentono concetti tipo decoro, autodeterminazione, basta che il profitto non venga mai alterato. Il problema non stà nelle prostitute, ma nella prostituzione. Io sono anarchica, e come anarchica combatto ogni forma di dominio e il suo conseguente sfruttamento. Combatto la prostituzione ma non le prostitute. Ora io non voglio dare la patente a nessuno, o negarla, non esistono anarchici buoni o cattivi, al di la degli aggettivi che si possono attribuire; anarco-sindacalista, comunista, individualista, femminista ecc.. però tutti sono uniti da quei pochi valori e principi. In Pratica voglio dire, che tutti possono definirsi anarchici, ma non è detto che lo siano. Detto questo arriviamo al tema: Emma Goldman assimila il matrimonio alla prostituzione, entrambi conseguenza del patriarcato, per cui le donne possono liberarsi mediante il controllo della propria sessualità e delle funzioni riproduttive, fino alla libera pratica delle loro inclinazioni sessuali naturali, dal poliamore all’omosessualità. Matrimonio e prostituzione sono legate in maniera indissolubile con il dominio. Ad esempio l’ideologia fascista che fa della donna-madre, serva sentimentale e sessuale dell’ordine e della patria, contemporaneamente esaltava il “bordello”. All’inizio del XIX secolo, il capitalismo riordina il modello della famiglia borghese e contemporaneamente la prostituzione femminile viene quasi interamente istituzionalizzata, pur rimanendo nell’ombra e nella marginalità, e la prostituzione entra nel ciclo produttivo dell’economia, attualmente, il commercio della donna è uno dei più fiorenti mercati mondiali.. perché la prostituzione cammina parallela allo sviluppo del capitalismo. E questo come donna e anarchica non lo posso accettare, nemmeno con falsi pretesti tipo autodeterminazione. Il capitalismo, produce categorie morali e ideologiche per poterle trasformare in merce, la presunta autodeterminazione è una di queste, perché l’”autodeterminazione” è un mito borghese, non esiste, come il “merito”. Servono solo a giustificare lo sfruttamento e colpevolizzare lo sfruttato. Nel movimento anarchico, fin dalla sua origine, ha avuto una nutrita presenza femminile, allora vediamo alcune di esse: Federica Montseny, In qualità di Ministro della Sanità (rimarrà in carica sino al maggio 1937, quando gli anarchici usciranno dal governo…) presenta, numerose proposte di legge: l'istituzione di asili nido e per l'infanzia abbandonata, inserimento sociale per le persone dotate di handicap e la legalizzazione dell'aborto e soprattutto, normative per liberare le donne dalla schiavitù della prostituzione. Nessuna delle sue proposte di legge, a causa dell'opposizione degli altri Ministri sarà attuata.
    Louise Michel: intraprese battaglie antisessiste: soppressione della distinzione tra donne sposate e concubine, tra bambini legittimi e naturali, richiesero l'abolizione della prostituzione, considerata come una forma di sfruttamento commerciale dell’essere umano sull’essere umano.
    Chiudo, mi sono prolungata troppo, ma chiudo con una frase di Louise Michel: “Gli uomini più progressisti applaudono all'idea di uguaglianza dei sessi. Ho potuto constatare che come prima e come sempre ancora gli uomini, senza volerlo, vuoi per abitudini o vecchi pregiudizi, vogliono sì aiutarci, però si accontentano solo di sembrarlo. Donne, prendiamoci il nostro posto e non aspettiamo d'averlo.” Questa non è autodeterminazione, ma azione diretta, che va sempre ricavata dalla solidarietà e mutualismo.

  3. Ottimo intervento, Ida Becchi. Lo condivido integralmente. Non ho null'altro da aggiungere alle tue pertinenti osservazioni. Grazie!

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