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Mascolinismo, un movimento contro le donne



Un movimento contro le donne
Identificare e combattere il mascolinismo
I parte - 2010

a cura di Stop masculinisme - tradotto da Maria Rossi


INTRODUZIONE

Questa brochure si propone di descrivere in linea generale il movimento mascolinista, le sue origini, le sue posizioni, fondandosi particolarmente sulla situazione nel Québec. Il mascolinismo può essere definito come una reazione degli uomini ostili  al femminismo e all'emancipazione delle donne.
Così, per approcciare il mascolinismo, è necessario far riferimento al femminismo e alla sua ricezione da parte degli uomini. Il termine femminismo è apparso nel corso del XIX secolo per designare dei movimenti di liberazione delle donne. Più vicino ai nostri tempi, il femminismo detto della «seconda ondata» ha elaborato, alla fine degli anni '60, nuove teorie politiche, nuove rivendicazioni e ha condotto a nuove conquiste. Il patriarcato è esplicitamente nominato e designato come il nemico principale. Per mettere in luce l'oppressione delle donne, vengono teorizzati e descritti lo sfruttamento e l'appropriazione delle donne da parte degli uomini.
Sarebbe troppo lungo qui rendere concretamente conto delle differenti correnti del femminismo attuale. Noi ci soffermeremo sul femminismo radicale, materialista, perché è la corrente con la quale abbiamo maggiori affinità, quella che ci è servita a capire cos'è il patriarcato e a scrivere questa brochure.
Qualche anno dopo la rinascita del femminismo, alcuni uomini che si sono sentiti interpellati da questo movimento, hanno creato gruppi di autocoscienza e hanno inventato la parola mascolinismo, che designava inizialmente la versione maschile della liberazione delle donne. Si trattava allora di emanciparsi da un'educazione e da regole che costringevano i ragazzi a conformarsi al «ruolo» di uomini, ad appropriarsi degli attributi tradizionalmente associati al genere maschile come la forza fisica, il controllo della parola, l'occupazione dello spazio pubblico, l'eterosessualità definita attiva, con penetrazione vaginale...
Numerosi dibattiti hanno condotto questi gruppi ad affinare la propria posizione politica. La parola "mascolinista" era utilizzata sempre più spesso da uomini ostili al femminismo. Per distanziarsene e dichiararsi a favore del femminismo, altri uomini hanno creato, nel corso degli anni Novanta, i termini "antisessista", "profemminista" e anche "antimascolinista".
La parola "mascolinismo" designa oggi un discorso antifemminista elaborato a partire dagli anni Ottanta.  Gli uomini che si proclamano tali rispondono alle analisi e alle rivendicazioni femministe ponendo in primo piano gli uomini, negando attenzione ed interesse alle lotte delle donne, ignorandole volutamente, o addirittura, contestando l'esistenza delle violenze maschili e della struttura patriarcale.
Il mascolinismo è anche una forma di disprezzo, di odio delle donne in generale. Questa avversione non nasce dal nulla. Essa riflette il fatto che gli uomini sono coscienti di avere dei privilegi nelle nostre società patriarcali e sanno che difenderli comporta la denigrazione delle donne. Ciò spiega l'assenso massiccio degli uomini ai discorsi mascolinisti ed implica l'impossibilità di restringere il fenomeno mascolinista ai soli uomini che si proclamano tali.
Il discorso mascolinista fa parte delle ideologie reazionarie che, dopo gli anni Ottanta, si oppongono a ciò che è "politicamente corretto". «Il Politicamente Corretto nasce negli Stati Uniti, più precisamente negli ambienti universitari di sinistra. Il termine "politicamente" si riferisce al fatto che le relazioni personali si iscrivono in un contesto sociale generale e per questo diventano politiche». [Maries Pas Claires, « Le "Politiquement Correct" ? », http://1libertaire.free.fr/mariepasclaire1.html vu le 23 juin 2009].
La destra neoconservatrice statunitense sta contrastando ciò, mediante la deformazione del  significato del termine, tant'è che oggi l'espressione "politicamente corretto" è utilizzata soltanto in senso negativo, in quanto rinvia a una sorta di dittatura del pensiero. Le credenze propagate dagli anti-politicamente corretti possono riassumersi nell'idea che le minoranze oggi detengono il potere e che esse minacciano la coesione repubblicana o l'unità delle lotte. Peggio ancora, il gruppo dominante, quello degli uomini bianchi, borghesi, eterosessuali, sarebbe subordinato ai diktats dei gruppi dominati.
Considerata la propaganda «anti-politicamente corretta», non è sorprendente che il mito mascolinista, secondo il quale gli uomini sarebbero in crisi, si imponga con facilità. Secondo questa idea, gli uomini vivrebbero un malessere permanente, una profonda crisi di identità, di virilità, di ciò che farebbe di loro degli uomini.
E le donne, in primo luogo, le femministe, sarebbero le responsabili di questa «crisi».  Il mascolinismo presenta così la società occidentale come contraddistinta da una femminilizzazione pericolosa di tutta la società,  o addirittura come caratterizzata dal dominio delle donne sugli uomini in una o più sfere della società. Il mascolinismo si focalizza solo e soltanto sulla vita degli uomini nei suoi differenti aspetti.
Il mascolinismo è anche una rete di gruppi di uomini che si è sviluppata dopo l'inizio degli anni Ottanta come reazione ostile al femminismo e alle sue conquiste sociali. Queste conquiste sono, per esempio, in Francia, l'autorizzazione all'uso dei metodi contraccettivi (legge Neuwirth, 1967), il diritto all'Interruzione Volontaria di Gravidanza (legge Veil, 1975), o il diritto al divorzio consensuale (1975).
Il movimento mascolinista del Québec, in Canada, è particolarmente attivo e visibile. Vi è consacrata la terza parte della brochure, che deve molto all'opera collettiva Le mouvement mascoliniste au Québec.
La terza parte è dedicata, invece, all'analisi del mascolinismo in Francia.

FEMMINISMO, SFRUTTAMENTO ED APPROPRIAZIONE DELLE DONNE DA PARTE DEGLI UOMINI

E' possibile definire nel suo complesso il femminismo come il movimento di liberazione delle donne. A partire dalla fine del XVIII secolo, alcune donne tentano di occupare lo spazio pubblico politico, di promuovere rivendicazioni e di ottenere diritti che gli uomini hanno loro deliberatamente rifiutato, anche all'epoca della Rivoluzione Francese.
Esistono o sono esistite numerosi correnti femministe, particolarmente dopo il XIX secolo, diverse per la loro collocazione sullo scacchiere politico classico (sinistra-destra), la loro concezione della società e dell'individuo, dell'economia di mercato capitalista, dello Stato, del rapporto con l'ambiente, del riconoscimento o meno dell'esistenza di altri rapporti sociali antagonisti...L'idea che la liberazione delle donne non possa essere realizzata che dalle stesse donne, è propugnata dalla maggior parte dei gruppi femministi, che giustificano così la pratica politica del separatismo. Questa volontà di autonomia è riassunta da un famoso slogan: «Non mi libero, mi prendo carico di me!».

Un'analisi femminista radicale, materialista
Il femminismo radicale, corrente contemporanea del femminismo, si rivela particolarmente critico nei confronti del potere e si sforza di analizzarne accuratamente i meccanismi. Esso denuncia il patriarcato, cioè il sistema di leggi, di pratiche e di credenze messe in atto dagli uomini per asservire le donne. Esso lo descrive come un sistema di dominio particolare, mantenuto per e dagli uomini, contro il quale è necessario sviluppare un'autonoma battaglia delle donne. Questa concezione si oppone al femminismo «marxista», che considera il patriarcato come una semplice conseguenza del capitalismo, come una questione secondaria.
Benché sia caratterizzato anche da tensioni ed opposizioni interne, questa corrente del femminismo taglia i ponti con altre analisi, focalizzandosi sui rapporti sociali fra uomini e donne e sul sistema del patriarcato. La domanda cruciale che esso si pone potrebbe essere così formulata: che cosa fa sì che le nostre società «producano» uomini e donne e che i primi dominino le seconde? Questo femminismo si qualifica come «materialista» perché assume come punto di partenza le condizioni concrete (materiali) di esistenza delle persone e non una «natura», un'«essenza» biologica o psicologica che sarebbe propria di ciascun sesso. Si tratta qui di dire che esiste una costruzione sociale dei due gruppi, quella degli uomini e quella delle donne, che si realizza contemporaneamente alla subordinazione del gruppo delle donne a quello degli uomini.
Le femministe materialiste affermano che esiste un rapporto di sfruttamento di individui - le donne - da parte di altri individui - gli uomini-  e ciò costituisce due classi sessuali, poiché là dove esiste un rapporto di sfruttamento si formano due classi sociali antagoniste. E se c'è sfruttamento del lavoro delle donne, c'è ugualmente appropriazione di esso e più in generale appropriazione delle donne e del loro corpo. Nello stesso tempo, queste ricercatrici femministe hanno permesso di ridefinire il termine «politica»: esse hanno mostrato che nei luoghi pubblici, sul posto di lavoro, nelle scuole, nelle camere da letto, le relazioni tra uomini e donne sono politiche, perché inseparabili dai rapporti sociali di sesso.

Lo sfruttamento e l'appropriazione delle donne da parte degli uomini
Questo sfruttamento, da cui gli uomini traggono profitto - individualmente e collettivamente, che lo vogliano o meno, per il fatto stesso di appartenere alla classe degli uomini - permette loro di migliorare la propria qualità di vita. Studiato in particolare da Christine Delphy e da Colette Guillemin, questo rapporto si manifesta sotto il profilo economico, sessuale, relazionale ed affettivo.

Lo sfruttamento economico: l'appropriazione del lavoro domestico delle donne
Il lavoro domestico è qui quello che le donne effettuano nell'ambito della propria famiglia eterosessuale e che non è contabilizzato nel PIL. La specificità di questo lavoro è di essere non remunerato e di avvantaggiare gli uomini, anche se ciò che vi è prodotto giunge ed è scambiato sul mercato dei beni e dei servizi (produzioni artigianali, agricole, di servizi professionali come quella di segretaria del coniuge imprenditore). Il lavoro delle donne nella sfera domestica è anche specifico per ciò che indica: esso concerne la confezione dei pasti, la pulizia della casa, il bucato, la cura e l'educazione dei bambini, la gestione delle relazioni sociali, come le telefonate per intrattenere i rapporti con le amiche e con i famigliari.
Nel 1999, le donne consacravano in media 3 ore e 16 minuti del loro tempo quotidiano a questo lavoro, contro i 55 minuti degli uomini. Esse trascorrono quattro volte più tempo di loro a svolgere i lavori domestici e due volte di più ad occuparsi dei bambini.
Così, la convivenza, il matrimonio, la creazione di una famiglia sono basati sull'appropriazione della forza di lavoro delle donne da parte degli uomini. Attraverso questa appropriazione, attraverso la loro modesta o nulla partecipazione a questo lavoro, gli uomini conquistano tempo libero per sé, tempo di divertimento, di attività fuori di casa. Quando si tratta di lavoro di manutenzione dell'habitat, gli uomini scelgono il bricolage o il giardinaggio, lavori più visibili, più valorizzati e che richiedono meno tempo rispetto alle faccende domestiche svolte dalle donne. Possono anche essere più facilmente disponibili e impegnarsi in attività associative in rapporto con la vita della città,attività grazie alle quali si ottiene un riconoscimento pubblico.

Lo sfruttamento sessuale: l'appropriazione del corpo delle donne
I servizi sessuali sono i servizi resi, venduti o estorti alle donne dagli uomini, che ciò avvenga nell'ambito di una relazione di coppia eterosessuale, dell'incontro di una sera o di una relazione tra un cliente e una prostituta. Parlare di sfruttamento sessuale, significa che gli uomini impiegano diverse strategie al fine di ottenere un servizio sessuale da parte di una donna: ella è sia appropriata individualmente - in quanto fidanzata, convivente, sposa-, sia collettivamente, che ciò avvenga in uno spazio chiuso, privato o pubblico, in strada, sul luogo di lavoro, ecc.
Come mostra Paola Tabet «la sottomissione (l'assoggettamento) alla volontà sessuale del marito è ottenuta in numerosissime popolazioni non soltanto attraverso mezzi di pressione psichica, di ricatto economico ed affettivo, ma anche, e ciò è considerato come perfettamente legittimo - è un diritto del marito - con le percosse». «La "liberazione sessuale" conduce più ad un uso multiplo ed accelerato delle ragazze, secondo le modalità obbligatorie di una sessualità di consumo maschile [...] che a una pienezza erotica multiforme» (Paola Tabet, La construction sociale de l'inégalité des sexes, Editions L'Harmattan, coll. Bibliothèque du féminisme, 1998, pp. 102 et 132.) Da qui una sessualità esclusivamente centrata sul pene e sulla penetrazione (fellatio, sodomia, coito), l'erotizzazione del corpo e di parti del corpo delle donne, lo scambismo, o ancora, l'erotizzazione del dominio maschile.
L'assenza di piacere delle donne nei rapporti sessuali, così come l'interdizione al godimento fuori dalla relazione (fuori dalla coppia) sono forme di appropriazione sessuale. E' solo di recente che lo sfruttamento e le violenze sessuali nelle coppie eterosessuali sono state giuridicamente riconosciute: per esempio, fino al 1992, la legislazione francese non riconosceva lo stupro del marito sulla moglie.
La psicologa sociale italiana Patrizia Romito analizza questo tipo di meccanismo ne Un silenzio assordante (p.40):
« Da questa analisi non consegue che tutti gli uomini sono violenti. Ne consegue invece che tutti gli uomini, anche coloro che non sono violenti, ricavano dalla violenza esercitata da alcuni: facilità di accesso a rapporti sessuali, servizi domestici gratuiti, accesso privilegiato a posizioni lavorative più elevate e meglio retribuite».
Gli uomini sviluppano anche delle strategie al fine di ottenere un servizio sessuale da parte di una donna, come l'invito a una cena, il regalo di un bijou o di un mazzo di fiori. Un altra forma di sfruttamento sessuale è l'attività del prosseneta che si appropria delle donne e del loro corpo per ottenerne un beneficio attraverso la prostituzione. Quest'ultima può assumere anche la forma della tratta delle donne e dei bambini. Questo sfruttamento illustra la presa di possesso del corpo delle donne da parte degli uomini, che rivendicano l'accesso al corpo delle donne, considerate come non proprietarie di se stesse.

Lo sfruttamento relazionale ed affettivo: l'obbligo di essere empatiche, comprensive e di occuparsi degli altri
Che si verifichi nell'ambito della coppia e della famiglia eterosessuale, oppure nell'ambito del lavoro salariato, le donne sono oggetto di uno sfruttamento delle competenze associate al loro sesso. In quanto madri, spose, conviventi o fidanzate, le donne sono utilizzate dagli uomini per beneficiare della loro attenzione, del loro sostegno, del loro affetto.
Per esempio, in una conversazione, sono generalmente gli uomini al centro delle discussioni, sono loro che propongono un argomento, orientano e dirigono la discussione, le donne servono a rassicurare e confermare, sostenere, rilanciare lo scambio discorsivo. Per il fatto di interrompere, di parlare a voce alta, di usare il tono affermativo della certezza, molti uomini impongono il loro punto di vista in ciò che appare come uno spazio di lotta per il potere. [Corinne Monnet, « La répartition des tâches entre les femmes et les hommes dans le travail de la conversation », in Nouvelles Questions Féministes, vol.19, n°1, 1998, pp. 9-34]. Un uomo può anche beneficiare dell'attenzione e del sostegno di una o più donne quando soffre fisicamente o psicologicamente.
Generalmente reticenti sui propri stati emotivi, soprattutto fra di loro, gli uomini sanno, nondimeno, sollecitare l'ascolto di certe donne per essere consolati, sostenuti, consigliati, valorizzati.
Questo sfruttamento è generalmente abbinato a quello del lavoro domestico e tutte due possono manifestarsi attraverso un carico mentale. Questo concetto designa la preoccupazione permanente risultante dal fatto di essere e di sentirsi responsabili del buon andamento di una relazione e del buon compimento di una mansione. Per numerose donne, il doppio lavoro (lavoro salariato/lavoro domestico), affiancato all'attenzione ai bisogni degli altri (bambini, coniuge) che è loro richiesta, produce un continuo lavoro di organizzazione, particolarmente pesante.
Questo lavoro  non è mai fissato interamente in anticipo ed è suscettibile di essere modificato continuamente. Questo carico, invisibile, pesa sulle donne in misura via via maggiore con l'accumularsi delle responsabilità (per esempio, bambini da allevare, appuntamenti dal pediatra, permessi  da chiedere per assentarsi dal lavoro se  i bambini sono ammalati), delle costrizioni (problemi di trasporto, orari di lavoro flessibili e con turni nelle professioni poco o per nulla qualificate, occupate per l'80% dalle donne), degli ostacoli (un reddito modesto, l'assenza di asili nido)  e della scarsa o nulla partecipazione del coniuge. [NOTA: Secondo dati del 2008, le donne francesi occupano l'80% degli impieghi a tempo parziale, il 58%  di quelli a tempo determinato e rappresentano il 62,5% delle stagiste]

STORIA DEGLI UOMINI STIMOLATI DAL FEMMINISMO, DELLE LORO POSIZIONI POLITICHE

Evoluzione della parola mascolinismo
La prima comparsa del termine «mascolinismo» è contemporanea alla seconda ondata del femminismo degli anni Settanta, periodo nel quale alcuni uomini, compagni di strada delle femministe, cominciarono a riflettere collettivamente sulla socializzazione degli uomini nelle società patriarcali occidentali. La parola, benché poco diffusa, appariva come il parallelo maschile della liberazione delle donne: si trattava allora della volontà di emanciparsi da un'educazione e da regole sociali che costringevano i ragazzi ad assumere il «ruolo» di uomini, ad appropriarsi degli attributi tradizionalmente associati al genere maschile (come la forza fisica, il possesso, la determinazione, il controllo della parola, l'occupazione dello spazio pubblico, l'eterosessualità attiva con penetrazione vaginale ecc.) Questo «ruolo» tradizionale è quello di colui che provvede al sostentamento della famiglia eterosessuale e monogama, che beneficia del lavoro gratuito di una donna nella sfera domestica, donna che si occupa dell'allevamento e della cura dei bambini.
L'idea è allora quella di decifrare gli effetti del patriarcato sugli uomini. Vale a dire di comprendere dove conduce l'attribuzione, l'apprendimento e l'interiorizzazione dei modi di pensare, di dire, di fare dei «veri uomini», indispensabile per far parte del gruppo degli uomini. Parlare di gruppo è molto diverso che parlare di classe: il primo termine non implica necessariamente l'esistenza di un rapporto di sfruttamento né di appropriazione. Esso si riferisce piuttosto a una popolazione relativamente omogenea, alle sue rappresentazioni, norme, valori, codici, pratiche e, a partire da lì, a processi di integrazione, di riproduzione, di esclusione, di gerarchizzazione, di lotta per il potere, di riconoscimento, all'interno di questa popolazione. Le riflessioni prodotte da questi uomini, che sono in maggioranza eterosessuali, costituiscono allora essenzialmente una critica della «virilità obbligatoria», del virilismo, così come dell'omofobia.
La virilità è definita come:
«Gli attributi sociali associati agli uomini e al maschile: la forza, il coraggio, la capacità di lottare, il "diritto" alla violenza e ai privilegi associati al dominio di quelle e  di quelli che non sono, e non possono essere virili: donne, bambini...
La forma erettile e penetrante della sessualità maschile».[Pascale Molinier et Daniel WelzerLang, « Féminité, masculinité, virilité », in Helena Hirata et alii, Dictionnaire critique du féminisme, PUF, coll. Politique d'aujourd'hui, 2000, p. 71.]
Le persone che condividono questo discorso vogliono essenzialmente combattere la costrizione che sarebbe imposta ai giovani e agli uomini di comportarsi in modo virile, di svolgere il ruolo di uomini. L'idea è, dunque, quella di godere della libertà di comportarsi come si desidera, non necessariamente quella di criticare la virilità e la mascolinità in quanto tali. Quindi il virilismo, che è un neologismo, designerebbe l'esacerbazione, la dimostrazione ostentata e dannosa per le donne, i bambini e gli altri uomini, della virilità. Il virilismo sarebbe allora una sorta di «malattia infantile» della virilità, qualcosa di anormale. Parallelamente, è espressa una critica, se non addirittura un rifiuto, del servizio militare- essendo l'esercito fondato su valori, pratiche e rappresentazioni maschili tradizionali - così come delle violenze sulle donne e alcuni uomini si impegnano nella ricerca e nell'uso di metodi contraccettivi maschili.
Questi uomini si presentano come amici delle femministe e si concentrano anche sull'omofobia che partecipa alla costruzione del maschile e all'appartenenza al gruppo dei dominanti. Le violenze omofobe formano un continuum: le leggi discriminatorie, i discorsi ostili e le aggressioni fisiche. Omofobia è un termine spesso utilizzato come sinonimo di gayfobia (ostilità verso l'omosessualità maschile), ciò che testimonia dell'occultamento della lesbofobia, ossia dell'insieme di violenze che colpiscono specificamente le lesbiche (invisibilità, sessualità negata, ecc.). L'omofobia può essere anche interiorizzata dalle persone omosessuali attraverso il disprezzo di sé e la difficoltà ad accettare il fatto di non iscriversi nella norma eterosessuale.
Il rifiuto dell'omosessualità maschile salda, fra gli uomini, la definizione tradizionale di ciò che devono essere (eterosessuali, attivi, forti) con il rifiuto di ciò che si ritiene essere l'opposto: il femminile e tutti gli attributi che gli sono associati. Per creare e consolidare una solidarietà tra gli uomini, vi è l'esclusione delle donne e di ogni carattere assimilato al genere femminile. Abbiamo così, chiaramente, una forte costrizione all'eterosessualità, vista come superiore a qualsiasi altra forma di sessualità: essa sola è legittima e non ha bisogno di giustificazioni.
Così, partendo da una riflessione sull'educazione dei ragazzi, sulla socializzazione maschile, sul loro modo di pensare e di comportarsi, sollecitati dagli scritti e dalle rivendicazioni femministe, alcuni uomini cominciano a riunirsi, a discutere, a produrre testi, riviste, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta.

Una questione di collocazione politica
Queste riflessioni sono fondate sul concetto di «ruolo sessuale», che deriva da una concezione antisessista della società, piuttosto che da una concezione femminista. I militanti antisessisti vogliono combattere il sessismo. Si tratta della discriminazione basata sul sesso, in questo caso quello femminile, che implica il disprezzo, oppure una «valorizzazione» alienante, che valorizza  le donne solo alla condizione di corrispondere a un modello rigido e inaccessibile, quello della Donna Ideale, molto presente soprattutto in Femme Actuelle (= è una rivista femminile francese) e nelle canzoni romantiche.
Se la nozione di sessismo esprime una delle conseguenze del patriarcato, essa non permette necessariamente di pensare all'esistenza di questo sistema, di risalire alle radici dell'oppressione. A causa del rischio che comporta di concepire come simmetrici i rapporti sociali fra i sessi, la concezione antisessista è molto meno esigente nei confronti degli uomini: essa non li individua esplicitamente come beneficiari di un sistema di sfruttamento economico e sessuale. Gli uomini sono considerati, in base all'antisessismo, come potenzialmente vittime di una costrizione di genere.
La parola "sessismo" individua originariamente come vittime il gruppo delle donne. Tuttavia, è intesa da alcuni uomini come discriminazione nei confronti delle persone in base alla loro appartenenza a un gruppo sessuale, qualunque esso sia. Secondo questa concezione, anche un uomo potrebbe essere vittima di sessismo. Per esempio, in quanto escluso dalle donne da un luogo in quanto uomo.
E' soltanto  obliando l'esistenza del sistema patriarcale, che è possibile rendere le cose simmetriche. Allo stesso modo, parlare di razzismo anti-bianchi è un non senso che non prende in considerazione il fatto che certi subiscono le conseguenze del sistema coloniale e altri ne ricavano, al contrario, dei privilegi. La nozione di sessismo, così come quella di razzismo, hanno un senso solo se le si riferisce ai sistemi di dominio che le producono. Così, un atto che, a prima vista, può sembrare identico (il «rifiuto dell'altro») acquisterà un senso diverso a seconda del contesto e dell'appartenenza sociale di colui o di colei che lo realizza.

...e di attaccamento al maschile
E' a partire dalla creazione di gruppi di uomini antisessisti, alcuni dei quali si fanno chiamare «mascolinisti», che si va sviluppando questa idea che anche gli uomini soffrano, a causa dell'organizzazione attuale della società e dei rapporti fra uomini e donne. Alcuni, come Waren Farrell, scrivono libri come The liberated Man, pubblicato negli Stati Uniti nel 1974. Essi tentano allora di analizzare ciò che costituisce l'identità maschile nei suoi diversi aspetti (psicologico, relazionale, sessuale, ecc.), partendo dalla soggettività maschile.
In un primo tempo queste iniziative sono relativamente ben accolte dalle femministe che vi scorgono un serio impegno di messa in discussione del potere maschile, una volontà di aiutare la battaglia femminista. Ma assai rapidamente un certo discorso, distaccandosi dal pensiero femminista, si sviluppa sul fondamento della teoria funzionalista dei «ruoli sessuali».
Il funzionalismo, nella sociologia, considera che, in base al sesso, noi occupiamo un ruolo specifico nelle differenti sfere della società e che l'articolazione dei differenti ruoli, la loro complementarietà permette il buon funzionamento della società. Per il suo equilibrio, ciascuno dovrà restare nel posto che la «società» gli ha assegnato, in una complementarietà egalitaria fantasmatica: la realtà è che rispetto a 10 anni fa gli uomini consacrano solamente 8 minuti in più al giorno al lavoro domestico e di cura!. (Manière de voir n°68, « Femmes rebelles », 2003, p.79).
Parlare della «società» in modo astratto come di un'entità inafferrabile e potentissima serve a mascherare i rapporti di potere. Perché ciò che è astratto non si materializza né nelle strutture, né nelle istituzioni e ancor meno nei gruppi sociali o in persone ben identificate. La nozione di ruolo, oltre al fatto che rinvia al teatro, alla recitazione di attori e di attrici, ma anche in parte per questo, tende a deresponsabilizzare la persona che lo occupa, poiché essa non è se stessa - essa recita -, essa è dunque alienata.
Allora, inizialmente in un movimento che si voleva progressista, in rapporto con i movimenti femministi, alcuni uomini hanno espresso la loro volontà di non occupare o di non occupare più questo «ruolo» di uomo. Ma è successo che le motivazioni fossero spesso egoiste - uscire da una costrizione, allacciare un nuovo tipo di rapporto con le donne, gli uomini, i bambini -  più che  offrire un sostegno alla battaglia femminista.

Lo sviluppo di un movimento mascolinista
Negli anni Ottanta, in pieno «backlash»> antifemminista, gli uomini impegnati a realizzare l'uguaglianza con le donne abbandonano il termine "mascolinista" per quello più chiaro, benché insoddisfacente,  di "antisessista", oppure per quello di "femminista", non scorgendo l'antinomia che deriva dal fatto di occupare una posizione sociale dominante. Nei paesi anglosassoni emerge il termine "profemminista" per risolvere questo problema ed indicare più chiaramente il loro appoggio alla causa femminista. La parola "mascolinista" è , a sua volta, ripresa dagli uomini che si oppongono al femminismo e che difendono esplicitamente i «diritti degli uomini».
Warren Farrell, nelle sue riflessioni e nei suoi progetti destinati agli uomini, si è sempre più focalizzato sull'alienazione e sui «costi»  del ruolo maschile, in una prospettiva individualista, fino al punto di considerare le donne responsabili di questa alienazione. 
Herb Goldberg, in The hazard of being male : Surviving the myth of masculine privilege, apparso negli Stati Uniti nel 1976,  procede ampiamente nella stessa direzione, affermando che la posizione sociale maschile ha conseguenze disastrose per gli uomini, in termini di salute mentale e fisica.
Chiaramente, questi attivisti del movimento di liberazione degli uomini si impegnano ad ampliare la gamma delle loro emozioni e a favorire l'espressione dei propri sentimenti, a moltiplicare le scelte di vita degli uomini e a rendere l'esistenza di questi ultimi più piacevole, tutto ciò allo scopo di conservare, ritrovare o cambiare l'identità maschile. Ora, non esiste identità maschile senza dominio.
Per esempio, quando l'identità maschile incorpora l'idea che un uomo deve continuamente affermarsi, parlare a voce alta e aver sempre ragione, la conseguenza è il dominio dello spazio della parola, la riduzione del diritto di espressione delle altre persone e il disprezzo delle loro opinioni.
Certi uomini hanno preso atto delle questioni e delle critiche sollevate dalle femministe e delle loro implicazioni per gli uomini, che consistono nel riflettere sulle proprie responsabilità di dominanti, mettere in discussione i propri privilegi, sostenere le lotte femministe nella misura in cui lo le donne lo desiderano. Tuttavia, in un secondo momento, ponendo l'accento sulle difficoltà degli uomini di mantenere il proprio «ruolo», sui «costi» di questo esercizio, questi uomini hanno analizzato questi problemi come una conseguenza dell'evoluzione dei rapporti tra uomini e donne. Insomma, è nel punto di partenza della loro riflessione che risiede il rischio di un rovesciamento antifemminista: una riflessione condotta dai dominanti su se stessi, sul loro vissuto, si allontana dalle teorie e dal movimento femminista.
Se il termine "femminismo" designa il movimento delle donne che si attivano per la propria emancipazione, allora il vocabolo che designa il movimento degli uomini sarà «mascolinismo»: la parola, in se stessa, è rivelatrice di una delle pratiche di questi attivisti: il recupero del discorso femminista che viene ritorto contro le donne. Il termine è anche politicamente dannoso per il femminismo, perché può indurre a credere che femminismo e mascolinismo siano i due pendants simmetrici della lotta per l'uguaglianza tra uomini e donne, due battaglie affini nelle loro rivendicazioni, entrambe giuste.
Dall'inizio degli anni Novanta, il mascolinismo diventa aggressivo verso le donne, passando dalla retorica del lamento a quella della «crisi della mascolinità», fino ad elaborare un discorso sul dominio globale delle donne sugli uomini. Questi militanti della liberazione degli uomini hanno rivendicato diritti specifici per gli uomini, scontrandosi così con le rivendicazioni e con il discorso del movimento femminista e il termine di mascolinismo ha cominciato ad affermarsi fra l'opinione pubblica.
In reazione ai diritti sociali, limitati e precari, conquistati, attraverso la lotta, dalle donne, si è realizzato un ritorno all'antifemminismo e alla misoginia, sostenuto da personaggi dei media che denunciano gli «eccessi», i «guasti» prodotti dall'evoluzione dei rapporti tra gli uomini e le donne. Questo movimento si è sviluppato soprattutto nell'Europa Occidentale e nell'America del Nord, in particolare in Québec, dove le battaglie delle donne hanno portato ad una certa istituzionalizzazione del femminismo.

I fondamenti teorici e le implicazioni pratiche di queste posizioni
In funzione del rapporto con il femminismo e con le donne, si sviluppano dunque differenti posizioni politiche.

Posizione mascolinista
I militanti a favore dei diritti degli uomini affermano la loro opposizione al movimento femminista.  Così connotato il termine "mascolinismo", alcuni uomini scelgono di ribattezzarsi "uoministi". Tuttavia, che si denominino mascolinisti, uoministi oppure mascolinisti egalitari, questi uomini mantengono una posizione ostile al femminismo, che accusano di essere andato troppo oltre, di aver instaurato una situazione in cui gli uomini sarebbero discriminati, ciò che li conduce, logicamente, a rivendicare diritti specifici per gli uomini.
La teoria mascolinista riposa sull'idea centrale che le società occidentali debbano far fronte ad una femminilizzazione generale, sia in certi settori professionali che nell'ambito dei valori collettivi. Ciò avrebbe prodotto conseguenze disastrose per gli uomini, in termini di salute, di stima di sé, di percorsi scolastici, di carriera professionale, di relazioni di coppia (eterosessuale) e di famiglia ecc. Questa idea generale riposa particolarmente sul concetto di identità maschile (o mascolinità), che avrebbe subito profondi mutamenti dopo gli anni Settanta, sfociando in autentica crisi di una identità maschile che si sarebbe svuotata di contenuto.
E' per questo che i mascolinisti difendono l'idea che la mascolinità comporti  molti più costi che benefici. Gli uomini soffrirebbero perché dovrebbero sopportare il fardello rappresentato dai ruoli maschili, che implicherebbero la partecipazione alle guerre, la violenza, la fatica, l'angoscia, la solitudine, la repressione delle emozioni. Insistendo su questi aspetti, questi militanti tentano di far dimenticare il fatto che la posizione di oppressore offre più benefici e vantaggi che costi.
La femminilizzazione della società si accompagnerebbe anche alla svalutazione dei caratteri maschili tradizionali, detti «virili», e alla discriminazione degli uomini.
I mascolinisti forgiano un discorso e pratiche misogine, violente e sprezzanti nei confronti delle donne, nell'intento di difendere e riaffermare il patriarcato. Essi si oppongono al femminismo e lo considerano un movimento diretto contro gli uomini e la causa principale degli sconvolgimenti che caratterizzano le società occidentali.

Posizione antisessista
Quando si presentano come progressisti, gli uomini sollecitati dalle femministe possono adottare una posizione antisessista. Questi uomini possono ugualmente definirsi «femministi». Ciò riduce implicitamente il femminismo ad una corrente politica tradizionale che si rivolge ad individui astratti. Ci si definisce femministi come ci si definirebbe socialisti.
Ora, il femminismo si indirizza ad individui collocati in una precisa classe sociale. La classe delle donne è il soggetto di questa lotta.
Definirsi femminista, per un uomo, significa che  anch'egli sarebbe un soggetto del femminismo,  e dunque sarebbe oppresso dal patriarcato e soprattutto non occuperebbe la posizione di oppressore. 
Analogamente, l'antisessismo individua come nemico il sessismo, un nemico molto spesso considerato come esterno. Ciò non  rende così esplicito il fatto che sono proprio gli uomini  a comportarsi in modo sessista con le donne.
I rapporti sociali tra i sessi sono presentati in modo astratto:
 - sia individuando come responsabile del sessismo la «società» in generale, una cultura nella quale tutti e tutte siamo immersi e di cui noi non siamo veramente responsabili (teoria «culturalista» che deriva dall'antropologia);
- sia individuando come responsabili figure mitiche (lo stupratore nel vicolo buio, il tipo macho dal brutto ceffo, l'uomo violento) che possono essere costruite avvalendosi di stereotipi razzisti o classisti (il ragazzo arabo o l'operaio, per esempio).
Queste astrazioni possono allora sfociare nella designazione, da parte degli antisessisti, di altri uomini come responsabili e beneficiari del sessismo e del patriarcato  e, dunque, nel considerarsi come non partecipanti a queste violenze, limitando così il lavoro di riflessione, di messa in discussione di se stessi.
La concezione del nemico come soggetto esterno al proprio ambiente non è specifica degli antisessisti. E' piuttosto un modo di sottrarsi alla critica piuttosto frequente nei milieux militanti. Due esempi: pochi militanti di sinistra mettono in discussione la propria partecipazione all'economia capitalista e pochi militanti bianchi si interrogano sul proprio razzismo interiorizzato e sui privilegi connessi alla propria posizione sociale.
La posizione antisessista comporta inoltre il rischio di concepire come simmetrici i rapporti sociali tra i sessi. Particolarmente attraverso l'utilizzazione di nozioni come quella di «ruolo sessuale» o di «stereotipo di genere» che distolgono l'attenzione dal fatto che gli uomini partecipano attivamente al patriarcato e non si limitano ad occupare un «posto» nel «sistema». Benché sia utile per presentare in modo semplice i rapporti tra gli uomini e le donne, la nozione di «ruolo sessuale» ha rivelato molto rapidamente i suoi limiti ed è stata criticata da alcune ricercatrici, perché rinvia al funzionalismo e all'idea della complementarietà tra i sessi (poiché ad un sesso o ad un genere sarebbe associato uno o più ruoli che l'altro sesso non potrebbe esercitare).
La nozione di ruolo sessuale è semplicemente un effetto [del patriarcato].
Analogamente, esistono stereotipi associati ai generi maschile o femminile, che sono imposti ai bambini, sono propri di ciascuna cultura e sono prodotti socialmente. Ma per gli uomini antisessisti, il fatto stesso di partire da queste conseguenze ha per corollario l'affermazione che anche gli uomini sono vittime del sessismo, del patriarcato, ciò che fa dimenticare, per esempio, che i ragazzi beneficiano, in ragione del proprio sesso, di margini di libertà maggiori rispetto alle ragazze.
Vediamo qui che esiste una possibile continuità con la posizione mascolinista: da un lato, con il ricorso alle nozioni di ruolo sessuale, di alienazione, e di costrizioni di genere, e dall'altro lato con l'uso che si fa del termine "sessismo", che i mascolinisti e gli antisessisti impiegano per designare fenomeni che colpirebbero gli uomini sia come individui che come  gruppo sessuale e di cui sarebbero responsabili le donne o alcune di loro, accusate di praticare il «sessismo contro gli uomini». Dall'uno come dall'altro lato, si tratta di pratiche relativiste (o liberali) che nascondono la realtà delle posizioni diseguali nelle strutture sociali e che rimuovono il fatto della partecipazione attiva degli uomini al dominio maschile.

Posizioni profemministe e antimascoliniste
Sempre fra i progressisti, si trovano degli uomini che, coscienti della contraddizione costituita dal fatto di presentarsi come femministi, scelgono di definirsi profemministi, denominazione apparsa in America del Nord negli anni Novanta e diffusasi in seguito negli ambienti progressisti europei ed anglosassoni. Questi uomini hanno voluto rimuovere le ambiguità del termine "antisessista", considerato troppo liberale e assai poco chiaro in rapporto al femminismo. Si tratterebbe di prendere seriamente in considerazione il proprio posto nella gerarchia sociale e di offrire un sostegno alle lotte femministe.
L'impegno profemminista caratterizza soprattutto intellettuali della classe media superiore. Tra di essi si trovano docenti universitari coinvolti nelle lotte femministe ed impegnati in studi sui rapporti sociali tra i sessi, o sugli uomini e la o le mascolinità (i gender's e i men' studies). I men's studies sono spesso collegati all'orientamento non eterosessuale di questi uomini.
La maggioranza di essi ha operato uno spostamento della riflessione dai rapporti sociali tra gli uomini e le donne ai rapporti di genere, manifestando il rifiuto di qualsiasi discriminazione basata sul genere, piuttosto che la volontà di abolire i generi.
E succede che, benché profemministi, essi restino nondimeno dei dominanti nell'ambito della struttura patriarcale e nelle loro interazioni con le donne dotate di una cultura nata dallo svolgimento di ricerche femministe. Ciò che ha dato luogo a comportamenti sprezzanti e paternalisti, all'appropriazione, all'occultamento o alla strumentalizzazione dei lavori femministi (mai citati), all'uso del potere sulle donne, a violenze praticate nel corso di incontri misti sul patriarcato, a molestie sessuali, sia negli squats che nelle Università. [NOTA MIA:  Questo  periodo allude anzitutto al comportamento di Pierre Bourdieu, che, secondo le accuse rivoltegli dalla femminista Nicole-Claude Mathieu di cui è stato allievo, e da Léo Thiers Vidal, nel libro Il dominio maschile avrebbe mutuato, distorcendone o fraintendendone parzialmente il significato, parecchi concetti dal femminismo, evitando accuratamente di citare le fonti. Di molestie sessuali e di altre forme di violenza nei confronti delle proprie studentesse, è stato invece accusato il sociologo e docente universitario Daniel Welzer-Lang, originariamente profemminista. Di lui si ritorna a parlare nella terza parte di questa brochure].
Peraltro, alcuni di questi uomini hanno manifestato la volontà di sviluppare il profemminsimo. Questo termine è stato spesso sinonimo della volontà di costruire un movimento autonomo di uomini e ciò è problematico. Per «autonomo» non dobbiamo qui intendere l'opposto di «istituzionale», ma piuttosto il fatto di distaccarsi dal pensiero e dal movimento femminista, esplicitamente rivendicato da certi uomini:
«La grande maggioranza delle tematiche e delle lotte femministe non mi riguarda. E' normale. Io sono un uomo. Ho anch'io la mia lotta da combattere, indipendente da quella delle femministe. E i miei problemi non riguardano le femministe. Sta a noi uomini assumerci le nostre responsabilità e impegnarci attivamente per le cause che ci riguardano».
Non conoscendo direttamente gli effetti dell'oppressione che esercitano, avendo interesse a mantenerla, questi uomini sono, isolatamente o insieme, poco efficaci nella lotta contro questa oppressione, o, nel peggiore dei casi, contro-produttivi. Malgrado la buona volontà che può essere presente nel momento della fondazione di questi movimenti autonomi di uomini, la distanza presa dalle teorie femministe, l'assenza di resoconti di questi incontri alle femministe che lo desidererebbero li rende propizi a produrre una dinamica mascolinista.

Per ultimo, all'inizio del nuovo millennio, è apparso il termine "antimascolinista" per indicare chi si oppone all'ideologia, ai discorsi e alle pratiche mascoliniste, siano le proprie o quelle altrui. Poco impiegato, frutto delle riflessioni di uomini che hanno familiarità con le teorie femministe, il termine permette di prendere di mira il mascolinismo e la posizione sociale degli uomini come origine dell'oppressione delle donne.
L'interesse del termine «antimascolinista» è apparso chiaro ad alcuni (come Leo Thiers-Vidal) che desideravano smarcarsi dalle pratiche violente di uomini che si definivano profemministi. Utilizzare la denominazione «antimascolinista» ha potuto allora sembrare un modo di presentarsi come «migliori», mentre, fondamentalmente, non è il nome che fa di uomini impegnati dei validi compagni di strada delle femministe, ma i loro atti.

Riassumendo
Léo Thiers-Vidal, nella sua ultima ricerca, [Léo ThiersVidal, De « L'Ennemi Principal » aux principaux ennemis. Position vécue, subjectivité et conscience masculine de domination, thèse de doctorat en sociologie, sous la direction de Christine Delphy, Ecole Normale Supérieure – Lettres Sciences Humaines, Lyon, 2007] propone una tipologia che riguarda le posizioni etiche degli uomini.

Mascolinismo esplicito
Gli uomini che esprimono questa posizione pensano che vi sia una differenza e una gerarchia tra i sessi, in base alla quale le donne risultano inferiori agli uomini. Essi affermano il carattere politico di questa gerarchia e dello sfruttamento delle donne e lo giustificano ricorrendo ad un discorso naturalista («l'ordine naturale e il giusto posto degli uomini e delle donne»). Questi uomini sono coscienti del loro interesse a perpetuare questo ordine sociopolitico.

Mascolinismo implicito
In questo caso gli uomini ritengono giusto trattare le donne in modo diverso dagli uomini. Essi rifiutano di vedervi un rapporto di dominio e avanzano il pretesto di voler promuovere «l'uguaglianza nella diversità». Questa differenza di trattamento è giustificata, come nel caso del mascolinismo esplicito, ricorrendo all'idea di natura e/o a quella della complementarietà tra i sessi. Essi offrono una lettura psicologizzante del loro vissuto nei rapporti di genere e rifiutano di riconoscere il  carattere sociale e politico di questi rapporti.

Anti-mascolinismo disincarnato
Gli uomini che si conformano a questo modello di pensiero hanno adottato un'etica egalitaria di tipo liberale che può essere fondata sulle teorie dei ruoli sessuali: essi fanno un'analisi  dall'esterno dei rapporti di genere (l'oppressione delle donne esiste malgrado loro) e si pensano innanzitutto come vittime di certe conseguenze del dominio maschile (un virilità alienante), evitando di criticare le proprie concrete pratiche.
Questi uomini effettuano una lettura selettiva delle analisi femministe, compatibile con il loro desiderio di conservare almeno in parte i vantaggi delle pratiche oppressive e un'immagine positiva di se stessi.
Essi mostrano un profondo attaccamento all'eterosessualità.
Questi uomini ignorano e o squalificano il punto di vista femminista lesbico e/o lesbico radicale che interroga in modo molto acuminato l'eterosessualità. Quest'ultima è concepita dalle femministe lesbiche come un sistema di norme e di pratiche (individuali e collettive) che consolidano i privilegi degli uomini eterosessuali attraverso l'oppressione di altri gruppi, classi ed individui. Insomma, l'eterosessualità rinforza la posizione di potere degli uomini sulle donne.

Anti mascolinismo incarnato
Questa posizione, rara, è il frutto delle interazioni con le femministe materialiste e con le lesbiche radicali e della lettura e della comprensione delle analisi femministe materialiste. L'impegno di questi uomini è motivato dal desiderio di giustizia e dal rifiuto dell'ingiustizia. Dalle relazioni e  dalle letture femministe, deriva la consapevolezza di trarre attivamente profitto dall'oppressione delle donne. Questi uomini sono ugualmente coscienti che la loro posizione  di oppressori li limita nell'analisi e nella lotta contro l'oppressione delle donne: essi conoscono dall'interno il versante privilegiato dei rapporti patriarcali e non possono tirarsene fuori, per poter pensare i rapporti di genere nella loro totalità. Questa posizione vissuta di oppressori implica la necessità di riflettere attentamente sulle forme del sostegno al femminismo. Sulla scia di John Stoltenberg (autore di Refusing to be a man. Essays on sex and justice, Portland, Meridian, 1990), questi uomini propugnano l'abolizione della mascolinità. Vi è dunque la volontà di posare uno sguardo critico su di sé e di creare dei modelli non oppressivi di rapporto con le donne.


Vedi anche:
Mascolinismo, un movimento contro le donne
Il movimento mascolinista del Quebec
Quebec, Italia... una faccia e una razza
Il mascolinismo in Francia
Difendersi dal mascolinismo

4 Responses to “Mascolinismo, un movimento contro le donne”

  1. mi rifiuto di credere che i rapporti eterosessuali siano di per sè oppressivi e mi rifiuto di pensare che l'invito a cena sia una forma di sfruttamento sessuale. o credo che il romanticismo non sia una schifezza patriarcale e niente mi farà cambiare idea. Desiderare sessualmente una donna non è violenza e non c'è nulla di male. E non voglio assolutamente abolire la mascolinità che non è oppressiva di per sè e può essere vissuta ed è vissuta in molte maniere, maniere che non contemplano la violenza contro le donne, in particolare verso la donna che sta al proprio fianco. Voglio che tutti vivano la mascolinità e la femminilità se la sentono dentro di sè nel rispetto del prossimo. Mi spiace ma l'immagine del femminismo "lesbico-radicale-materialista" che esce da quesro non mi convince per niente

  2. e una donna che desidera un uomo (solo per il sesso o per una relazione stabile e lo stesso vale per un uomo) , ovviamente non è per questo una schiava inconsapevole del patriarcato

  3. e chi si oppone al politicamente corretto o a certi eccessi non è di per sè un mascolinista..far coincidere le critiche al politically correct col mascolinismo o col razzismo è un grosso errore

  4. Molto interessante... Purtroppo esistono uomini ultra-mascolinisti che creano siti sconcertanti come questo

    http://www.uomini3000.it/

    che cosa si può fare contro certe mentalità?

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