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La cassazione e il carcere preventivo per gli stupratori



La corte di cassazione ha detto no al carcere preventivo per gli stupratori di gruppo. I giornali hanno tradotto "no al carcere per lo stupro di gruppo". Ne è seguita una reazione allarmata e indignata. I garantisti hanno avuto buon gioco nel difendere la sentenza dalle esagerazioni giornalistiche. Dopo lo stupro della Caffarella, nel 2009, la ministra Mara Carfagna, promosse la custodia cautelare obbligatoria per il reato di violenza sessuale. Nel 2010, la corte costituzionale bocciò la nuova norma perchè inconstituzionale, in quanto metteva gli imputati di violenza sessuale in una posizione di disparità rispetto agli imputati di altri reati. La cassazione ha ora ritenuto che questo principio sia valido anche per gli imputati degli stupri di gruppo. Di conseguenza, si ritorna a prima del 2009 e non indietro di cinquant'anni, come è stato erroneamente affermato da alcune dichiarazioni di protesta: adesso è di nuovo il giudice di volta in volta ad avere il compito valutare l'opportunità della custodia cautelare per l'imputato, in base alla sua pericolosità sociale: se può fuggire, inquinare le prove, reiterare il reato. La custodia cautelare obbligatoria rimane valida per un unico reato: l'associazione mafiosa. Non perchè il reato mafioso sia più grave di altri, incluso quello sessuale, ma perchè l'imputato mafioso è inserito in una situazione culturale e associativa di tale capillarità da determinarne una sua maggiore pericolosità. In conclusione, con questa sentenza le donne non hanno subito alcuna sconfitta, si è soltanto ripristinata l'autonomia del giudice.

Tuttavia, il non promuovere una nuova norma e l'annullare una norma già esistente, costituiscono due atti di valore diverso, comunicano un messaggio diverso. Anche facendo la tara delle esagerazioni giornalistiche, il messaggio che viene dalla sentenza della cassazione - istituzione già famosa per sentenze molto più infelici - è: meno protezione per le vittime, minore gravità del reato. Se non è nelle intenzioni, è negli effetti. Lo stesso travisamento dei giornali non è solo causa, è parte di questo effetto. Certo, le strategie di comunicazione non possono interferire nel giudizio sulla costituzionalità di una norma, fino al punto di determinarlo. Resta però il dubbio che l'eccezione prevista per i crimini mafiosi possa essere valida anche per i crimini sessuali. Se il criminale mafioso è un pesce che nuota nella sua acqua, il criminale sessuale non è un verme solitario. Prova ne sia che il più odioso dei reati (almeno a parole), la violenza contro le donne e i minori, è anche uno dei meno perseguiti: le vittime spesso non denunciano e i pochi denunciati spesso finiscono assolti o scontano pene irrisorie. A parte i pochi maniaci anonimi, preferibilmente stranieri, che agiscono nei parchi e nei vicoli ciechi, si tratta per lo più di parenti, amici, conoscenti e colleghi, che vivono a contatto con la vittima. La quale è vittima, non solo di singoli atti, ma di una situazione permanente di violenza privata. E di una strutturale disparità di potere. Nel quadro di una indulgente indifferenza ambientale.

Cosa è la violenza contro le donne? E' soltanto una violenza odiosa commessa da singoli deviati, che riguarda solo loro e le loro vittime, o è una violenza sessuata, endemica, la manifestazione di un rapporto di potere, uno dei meccanismi sociali decisivi che costringono le donne a una posizione subordinata agli uomini? Per la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull'eliminazione della violenza contro le donne del 1993, è la seconda che ho detto. Giuristi, commentatori, garantisti, se pure non vogliono riconoscere la violenza di genere, possono fare uno sforzo per confrontarsi con il suo significato. Come hanno saputo e voluto fare con la violenza mafiosa, che riguarda infatti chi comanda, chi controlla un territorio, di chi è il potere, di chi è l'autorità. Nei territori privati delle famiglie, degli ambienti di lavoro, cosa vale: i diritti umani e civili di uno stato democratico o l'autorità dei patriarchi? Diversamente essi dimostrano di saper leggere correttamente le sentenze, così come Don Abbondio sapeva parlare latino.

Tra questi, ovviamente, non colloco Barbara Spinelli, che non è la nota editorialista di Repubblica, ma una giovane avvocatessa femminista, curatrice del blog Femminicidio, su cui ha scritto in merito alla sentenza della cassazione un articolo che fa ordine sulla questione e rilancia gli obiettivi del movimento. Solo qualche appunto: 1) Provvedimenti restrittivi e securitari sono assunti a prescindere dalla legge sulla violenza sessuale. Di tanto in tanto prendono un notav e lo mettono in galera, dove ci passa una, due, tre settimane, senza che nessun processo lo abbia giudicato e condannato. Hanno deciso il reato di clandestinità, qualsiasi irregolare può essere privato della libertà, senza che abbia violato il bene di nessuno. Quale che fosse, quale che sia la legge sulla violenza sessuale. 2) Se cogliamo somiglianze tra la cultura dello stupro e la cultura mafiosa e ne deduciamo conseguenze sulle pene e le misure cautelari da infliggere ai rispettivi crimini e criminali, non credo che solo per questo siamo pronti per il fascismo. Anzi, credo siamo ancora più coerentemente antifascisti. 3) Gli obiettivi indicati nell'articolo sono assolutamente condivisibili, tra cui il il rendere i magistrati capaci di riconoscere il disvalore della violenza di genere e dunque in grado di adottare tutte le misure cautelari adeguate a proteggere le donne dalla rivittimizzazione (inclusa la custodia cautelare in carcere degli stupratori). E però, si tratta di una prospettiva lunga che contrasta con le esigenze di una tutela immediata. Questo per dire, in sintesi, che l'obbligo della custodia cautelare adesso è ancora necessario.


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