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Il sessismo nel linguaggio



Le correzioni e le critiche antisessiste al linguaggio comune sono spesso avvertite come fossero artificiose e irrilevanti, come se si volesse modificare in modo intellettualistico qualcosa che si è formato in modo del tutto naturale. Ma c'è pure gente abituata a dire "negro" e sorride, fa un'alzata di spalle o persino si ribella, se le si suggerisce di dire "nero". Credo sia in fondo la stessa cosa. Cambiare le parole è difficile, e sembra inutile, se non si sa cosa si sta dicendo e perchè. Se si applica il senso critico al linguaggio invece può diventare più semplice. Quando ho compreso che dire "negro" significava disprezzare, non ho più voluto dirlo e oggi mi è diventato innaturale dirlo.

Il linguaggio comunica e trasmette una cultura, una logica e lo fa in modo subliminale. Gramsci diceva che l'egemonia si fa anche con la toponomastica. Allora, ancora di più si fa con l'uso delle parole. Il fatto che dire "Luca, Sara e Paola sono simpatiche" significhi che Luca è una donna, mentre il dire "Luca, Sara e Paola" sono simpatici non significhi che Sara e Paola sono uomini, ha un significato molto preciso: il maschile è l'universale, il femminile una particolare specificazione.

Questo è linguaggio, è cultura, è sistema di rapporti sociali. Nel momento in cui, uno di questi elementi cambia, anche gli altri traballano. Cercare di tener immobile un elmento, significa cercare di preservare tutto il resto. Non è tanto importante applicare alla lettera i suggerimenti di nuovi modi di dire, quanto iniziare a vedere e mettere in discussione i significati delle parole e delle espressioni che usiamo.

Suggerimenti sul modo di parlare arrivano, non per mero intellettualismo, ma perchè ormai i dubbi sul modo di esprimersi esistono realmente. Se possono sembrare artificiosi nuovi modi di esprimersi, iniziano a sembrare inadeguati i modi vecchi. Chi è che non è stato in dubbio tra ministro, ministra, signora ministro? O avvocato, avvocata, avvocatessa? Tante volte nel qualificare un gruppo misto (di persone o di concetti) prevalentemente femminile mi sono trovato in dubbio su come declinare gli aggettivi. Il più delle volte l'ho risolto declinando secondo il "sesso" dell'ultimo citato, magari facendo in modo che fosse "maschio", così la declinazione sembrava più assonante.


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Qualsiasi linguaggio in qualsiasi tempo assume significato nell'ambito di un contesto. Non è mai linguaggio puro. L'associazione con le immagini aggrava la questione. Un secolo fa, una personalità femminile poteva essere solo un nome scritto su un documento, la sua femminilità solo un concetto nella tua mente. Oggi è una immagine che si muove in televisione e su internet. L'incongruenza tra il nome e la cosa è ancora più evidente. E' visibile. Come dice Beppe Severgnini, si vede che ha la gonna a fiori, non può essere il ministro. 

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Ci sono persone che parlano con sicurezza confortate dall'imperativo di una convinzione o da una abitudine, esprimendosi in un ambiente culturalmente omogeneo. Altri, con o senza convinzioni imperative, hanno genuinamente dei dubbi. A me è successo di avere prima il dubbio, poi di iniziare a pensarci su e a maturare anche alcune convinzioni "politicamente corrette".

Esistono da tempo termini come avvocatessa e dottoressa e non come ministra, perchè le donne sono entrate in quelle professioni da più lungo tempo, mentre solo recentemente sono andate al governo. E per la prima volta nell'attuale governo occupano pure ministeri pesanti, così che siamo costretti a citarle o sentirle citare tutti i giorni.

Tuttavia, anche quando le donne iniziarono a entrare in quelle professioni, si pose il problema di come adeguare il nome della professione alla nuova presenza femminile. Anche all'epoca saranno esistite persone che trovavano ridicolo declinare il nome della professione al femminiile, quello stesso nome che oggi ci sembra "normale". O peggio sarà sembrato ridicolo che quella professione fosse esercitata anche da donne.

Da notare che quando il nome di una professione appartiene alla parte bassa o medio bassa della gerarchia sociale, la declinazione al femminile avviene in modo semplice, diretto, immediato, come fosse naturale, senza nessun problema, anche nel caso di attività particolarmente virili. Cosa c'è di più maschio di un operaio? Lavoro duro, pesante, usurante, sporco. Eppure fin da subito la donna in frabbrica è stata chiamata operaia. La A ha soltanto sostituito la O. Lo stesso per impiegato/ impiegata, segretario/ segretaria, bidello/ bidella, maestro/ maestra, panettiere/ panettiera, fruttivendolo/ fruttivendola, verduriere/ verduriera, imbianchino/ imbianchina, spazzino/ spazzina, etc.

Appena si sale nella gerarchia, la declinazione al femminile diventa un problema. Che viene risolto in modo non più immediato e diretto, come se dovesse proprio passare per una digestione. L'avvocato non diventa l'avvocata, ma l'avvocatessa, il dottore la dottoressa, il professore, la professoressa, etc. Non basta la A, ci vuole proprio il suffisso -essa. Che in origine aveva  un significato ironico e dispregiativo e si confondeva con il modo in cui venivano chiamate le mogli dei professionisti. -essa indica la "moglie di". Si tratta di nomi nati nell'ottocento.

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Un'altra possibilità è che le parole che risultano incorreggibili cadano. Professore può essere superato con Insegnante o Docente. Anche Ministro, se non è declinabile al femminile si può archiviare, si troverà una nuova parola: responsabile, delegata/o, commissaria/o, segretaria/o, etc. 


Riferimenti:

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