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Fornero e il «non» diritto al lavoro

La ministra Fornero ha dichiarato che il lavoro non è un diritto, ma una conquista. Con ciò, ha sollevato molte critiche. Quindi si è corretta. O ha corretto la traduzione: il lavoro è un diritto, non lo è il posto di lavoro. Distinzione un po' bizantina, se si pensa che la frase incriminata è stata pronunciata a commento di una riorganizzazione del lavoro che permette ai datori di sbarazzarsi più facilmente dei loro dipendenti. Fornero ha ricevuto anche apprezzamenti. I radicali su Facebook e molte persone di fede liberista, l'hanno difesa a spada tratta. Pure contro la Costituzione. Definita un brutto compromesso tra democristiani e comunisti. Come se il fatto che la Costituzione non piaccia, autorizzasse a non riconoscerla, a violarla. Addirittura da parte di un ministro. Come fosse chiaro che il lavoro non è competenza della politica e dunque, gli articoli costituzionali che lo riguardano siano solo una ipocrita copertura verbale ad un lassismo obbligato.

Il discorso della ministra può sembrare di buon senso: «Non aspettatevi il lavoro per diritto, preparatevi ad agire per conquistarlo». Qualsiasi genitore o insegnante lo direbbe ai suoi ragazzi. Ma un ministro non è un genitore, un insegnante, un maestro di vita, un autore di self-help, tipo i best-seller che spiegano come conquistare un amico, una ragazza, un cliente e, appunto, un lavoro. Il compito di un ministro non concerne la saggezza individuale, ma la saggezza collettiva: cosa deve fare un governo per creare o per favorire la creazione di lavoro. Altrimenti, un ministro responsabilizza i cittadini, deresponsabilizzando se stesso.

La dichiarazione della ministra risulta irritante, perchè troppo congruente con la sua politica. La riforma del mercato del lavoro è infatti indirizzata ad affermare, non il diritto al lavoro, bensì il diritto a licenziare anche senza giusta causa. La ministra del lavoro non è riuscita a manomettere l'articolo 18 come voleva, ma è comunque riuscita a ridurre le tutele contro i licenziamenti. Fornero afferma che «Resta illegale licenziare per motivi discriminatori. Ma i motivi economici ora possono essere citati». Ciò concretamente vorrà dire che sarà possibile giustificare i licenziamenti discriminatori con motivi economici e sarà molto difficile per i licenziati provare che i motivi economici non sussistono. La filosofia della riforma dice che è più facile assumere se è più facile licenziare. Ma non è dimostrato che il saldo tra assunti e licenziati diventi così più positivo. Questo dipende dall'andamento del ciclo. E adesso siamo in recessione: Confindustria prevede per il prossimo anno un tasso di disoccupazione al 12,4% e calcola in un milione e mezzo i posti di lavoro persi dal 2008 al 2013. Presupposto di una tale filosofia è che il lavoro sia subordinato alla libertà di impresa e solo di conseguenza possa trarne eventualmente dei benefici.

Il compromesso sociale scritto nella Costituzione invece mette il lavoro e l'impresa sullo stesso piano, afferma parimenti il diritto dell'uno e il diritto dell'altra. Vincola lo stato alla conciliazione dei rispettivi interessi. Negare il diritto al lavoro, significa scardinare il compromesso. Di fatto è quello che è tendenzialmente successo nell'ultimo ventennio. Da quando le politiche economiche di integrazione europea sono state vincolate esclusivamente a parametri finanziari, a scapito di qualsiasi parametro sociale. Uno stato deve avere deficit e inflazione sotto controllo, conti pubblici in ordine a garanzia del pagamento del debito e poco importa con quale tasso di disoccupazione si presenta ai vertici con i suoi partner. L'assoluto monetarista del pareggio di bilancio è stato elevato al rango di norma costituzionale e a quanto sembra mal sopporta di convivere anche solo sulla Carta con i diritti del lavoro.


Riferimenti:
Il 36,2% dei giovani è disoccupato: il dato peggiore di sempre (Redattore Sociale 2.07.2012)

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