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Il dottore e l'infermiera

Una giornalista “femminista e di sinistra” posta su Facebook la seguente domanda: «A me piace tantissimo vestirmi da infermiera così come conosco tanti uomini a cui piace fare i dottori! Insomma che male c'è?». Evidentemente, per qualcuno deve esserci qualcosa di male, al punto da suscitare un interrogativo così provocatorio?. Ignoro se si tratti di una persona in particolare o di un archetipo pensato, percepito o proiettato.

La prima risposta che mi viene in mente è: la solita storia dove la divisione dei ruoli è sessuale e gerarchica insieme: il dottore e l'infermiera, il principale e la segretaria, il padrone e la cameriera, etc. Insomma, lui sopra e lei sotto, con il supplementare disappunto che dottori e infermiere invece di evocarmi i piaceri del sesso mi fanno pensare alle pene di una malattia o di un incidente traumatico. E' una risposta che riguarda una rappresentazione. O meglio, lo spazio illimitato che uno stereotipo dei ruoli ha nelle rappresentazioni. Ma pare che ciò sia ritenuto ipocrita: un prendersela tanto con questi giochi, mentre in privato li si gioca.

Allora, dovendo prendere la domanda alla lettera e cercando di dare una risposta puntuale, direi semplicemente che non c'è nulla di male. D'altra parte, se si resta nell'ambito di giochi e fantasie, non vi sarebbe nulla di male qualunque fosse il ruolo scelto, anche fosse estremo. Nell'immaginario intimo o ludico di una persona può starci di tutto, persino lo stupratore e la stuprata, il pedofilo e la bambina, l'incesto tra genitori, figli e fratelli. Finchè uno non fa del male a nessuno può sognare o giocare con tutti i ruoli che vuole.

Se racconta le sue fantasie in pubblico, però le espone al giudizio pubblico. E tale giudizio potrà essere inerente al proprio gusto privato o all'idea di quale dovrebbe essere la rappresentazione pubblica di una relazione umana, quale ad esempio la sessualità. Una idea che può voler avere valore normativo (la violenza e la pedofilia non devono mai essere rappresentate come relazioni lecite) o indicativo (occorre superare la divisione sessuale e gerarchica dei ruoli, o almeno la sua prevalenza).

L'immaginario o il gusto privato di una persona e la sua ideologia (intesa come visione del mondo, rappresentazione pubblica) sono due sfere distinte che non necessitano di essere conciliate, emendando una in funzione dell'altra. Posso amare la pipa ed essere contrario alla pubblicità del fumo. Possono adorare le macchine da corsa ed essere favorevole ai limiti di velocità. Posso essere ghiotto di carne e stimare i vegetariani. Posso essere contrario all'aborto e volere la sua legalizzazione. Posso detestare la droga e rivendicare le stanze del buco.

Allo stesso modo, posso sognare di essere un dottore o di avere a disposizione una infermiera e contemporaneamente trovare noiosa, banale, stereotipata, retrograda, sessista, una qualsiasi rappresentazione pubblica che narri di dottori seduttori o di infermiere destinate a far l'amore ai pazienti.

Perciò, va bene giocare, usare e poi buttare le proprie fantasie ancestrali senza pretendere di cambiarle con l'ideologia. Tuttavia non penso che gli stereotipi intorno ai ruoli sessuali siano leggi di natura e la loro critica siano ideologia. Al limite sono due ideologie. Certo lo è la presunzione che siano ruoli che tutti giochiamo ogni giorno. Io non li gioco. E se non mi sento rappresentato in una rappresentazione posso pure dirlo. A me l'infermiera non fa venire in mente il sesso, fa venire in mente l'esame del sangue. E in genere amo poco i travestimenti. In tutta la mia vita adulta non ho mai conosciuto una donna che volesse vestirsi da infermiera, senza con ciò escludere che ce ne siano.

Chi lavora nei giornali, nell'editoria, nella televisione, nella pubblicità, nella comunicazione, potrebbe fidarsi un po' meno della sua inventiva e della sua conoscenza, quando vuole presumere quello che ci piace giocare, immaginare, desiderare. L'immaginario, secondo la mia modesta pedanteria, è un campo in cui ciascuno fa bene a parlare per sè, senza generalizzare. E se generalizza l'ideologista è lui. O lei.

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