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La tratta viola i diritti umani, che sono diritti universali



di Maria Rossi


Pietro Saitta ha controreplicato al mio articolo, senza citarmi, neppure questa volta. Si sa mai che a qualcuno venga in mente di leggere quel che scrivo e di conoscere un punto di vista differente dal suo! Caro dottore, sarebbe opportuno citare chi si critica per rispetto nei suoi confronti e, soprattutto, delle lettrici e dei lettori, che hanno il diritto di sapere a che cosa ci si sta riferendo e di seguire, se lo desiderano, il dibattito che si sta svolgendo per formarsi un'opinione autonoma e informata attraverso il confronto tra differenti punti di vista.

Ciò detto, ritengo che la mia posizione non si possa liquidare sbrigativamente con la frase: la tratta esiste e non è connessa alle politiche migratorie, il cui significato meriterebbe di essere illustrato con maggior chiarezza e compiutezza. Reputo pertanto opportuno riportare i brani in cui l'ho esposta:

«Poiché la tratta non comporta necessariamente né il trasferimento al di fuori dei confini nazionali, né lo spostamento da e verso Paesi che non aderiscono agli accordi di Schengen che prevedono la libera circolazione dei cittadini degli Stati membri, ne consegue che essa può colpire anche le autoctone e le residenti nelle nazioni dell'Europa orientale che possono trasferirsi in Europa occidentale senza doversi procurare un permesso di soggiorno. Ciò significa che la tratta non costituisce un semplice epifenomeno delle politiche migratorie repressive che producono clandestinità, ma rappresenta invece una realtà che sussiste anche autonomamente, indipendentemente, cioè, dalle legislazioni di regolamentazione dei flussi migratori.
Sia chiaro. Sono assolutamente favorevole, per ragioni di giustizia sociale, all'applicazione del principio della libera circolazione di chiunque in qualsiasi regione del mondo, ma ritengo ingenuo e infondato ritenere che sia sufficiente abrogare le orrende legislazioni migratorie attuali per conseguire come effetto l'automatica abolizione della tratta che esiste anche laddove e nei casi in cui non vi sia immigrazione clandestina
Lungi da me, ovviamente, l'idea di negare l'influenza di queste ultime sul reclutamento in forma coercitiva delle cittadine africane, in quanto il costo del trasferimento negli Stati dell'Europa occidentale risulta proporzionale alle difficoltà di attraversamento delle frontiere»

Questa è la posizione che ho illustrato e che ho corredato di dati ed informazioni.

Nella sua replica, Saitta asserisce che affermare l'esistenza della tratta significa abbracciare la prospettiva dello Stato, differente da quella del migrante, per il quale quello che per alcuni è sfruttamento e alienazione [...] è – oltre che tutte queste cose – anche un’opportunità e un investimento. Nessuno disconosce l'aspirazione del migrante a veder realizzato il sogno di una vita migliore, ma senza essere assoggettato alle forme di coercizione e di violenza nelle quali si sostanzia la tratta. Quella che occorre adottare è la prospettiva del rispetto dei diritti umani che non possono essere violati. In nessun caso. O lei ritiene forse che l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento possano essere definite da chiunque come un'opportunità o un investimento? Una risposta di straordinario acume e di grande chiarezza a questo quesito, l'ha offerta Isoke Aikpitanyi, che è stata vittima di tratta.

«Ma il problema non è questo, è che nessuna sceglie liberamente e davvero consapevolmente, ed è che tutte arrivano con un debito da pagare e che questa è la catena della quale nessuna sa liberarsi, né praticamente, né psicologicamente: e questa è una condizione di schiavitù. Chiedersi se sanno o non sanno è sbagliato, è come insinuare che se scelgono liberamente non ci si deve porre il problema della loro schiavitù».

E' questo problema che dobbiamo porci. Tutti.

Del resto l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, del rapimento, della frode, dell'inganno, dell' abuso di potere o della posizione di vulnerabilità del soggetto escludono per definizione la libera esplicazione della volontà della vittima. Intendo dire: se ti costringono a fare una cosa, non puoi affermare di essere libero di farla. Mi pare logico. E' impossibile definire tutto ciò un'opportunità. Essere ingannate, abusate, stuprate è forse un investimento o un'opportunità? I migranti e le migranti degli Stati cui non si applicano gli accordi di Schengen ricorrono semmai per necessità a una rete di organizzazione clandestina dei viaggi, ma non scelgono di essere vittime di tratta!

Lei riporta come esempio di opportunità e di investimento (oltre che di sfruttamento) il debito contratto da una nigeriana per poter emigrare in uno Stato occidentale e la paragona ad un imprenditore soggetto al debito bancario. Supponiamo pure che per ottenere la restituzione del denaro prestato non venga esercitata sulla donna in questione alcuna forma di ricatto e di violenza fisica o psicologica, il che mi pare alquanto improbabile. Anche in questo caso, tuttavia, il suo paragone, Saitta, non regge. Le nigeriane sono costrette a saldare debiti che oscillano tra i 50.000 e gli 80.000 euro per fruire del diritto di trasferirsi in un Paese occidentale: questo non è un prestito, ma un'estorsione, una forma di usura che non può certo essere definita un'opportunità. L'elevato importo del debito rende pressoché obbligatorio per la donna il ricorso alla prostituzione e la fa precipitare in una condizione di autentica schiavitù, come afferma appunto Isoke Aikpitanyi. Non si può poi, a mio parere, paragonare lo status di persone che vivono con pochi dollari al giorno a quello degli imprenditori che ricorrono ad un prestito bancario, neppure in senso paradossale, perché ciò finisce, lo si voglia o meno, con il comportare la rimozione delle profondissime disparità economiche e sociali che sussistono tra queste due categorie di soggetti. Gli imprenditori semmai sono i trafficanti, non certo le loro vittime!

Saitta prosegue il suo discorso con questa osservazione: La critica rivoltami sostiene inoltre che vittime della tratta non sono solo i migranti, ma tutti coloro che sono forzati a lavorare e vengono sfruttati, anche dentro i confini nazionali di appartenenza. Lo confermo. La tratta a fini di sfruttamento sessuale, ad esempio, può essere messa in atto anche da soggetti che operano all'interno dei confini nazionali. Si pensi agli olandesi che, secondo le statistiche dell'agenzia specializzata CoMensha, sono i principali responsabili dei reati di tratta commessi nel Paese, così come le vittime sono principalmente autoctone.

Qualche riga dopo Saitta scrive: temo che quest’ultimo termine [il vocabolo tratta] abbia finito col determinare politiche di polizia e discorsi a carico pressoché esclusivo dei migranti. Scusi, come va interpretata questa espressione: nel senso che dovrebbero essere perseguiti anche i trafficanti autoctoni? Se è così concordo con lei, così come condivido l'asserzione che gli apparati di polizia e la magistratura provvedano a sanzionare molto più pesantemente e frequentemente i reati anche di lievissima intensità commessi dagli stranieri, anziché quelli, magari molto più gravi, perpetrati dagli italiani o dagli occidentali in genere (dal momento che in tutto l'occidente vengono adottate le stesse politiche). Ovviamente disapprovo questa modalità di amministrazione razzista e classista della giustizia.

Temo però che la mia interpretazione della sua frase non sia corretta, perché subito dopo lei aggiunge che Finendo, anzi, col diventare [il termine tratta] strumento ausiliario di quelle politiche di “tolleranza zero” che hanno caratterizzato la gestione del disordine nelle città italiane ed europee negli ultimi vent’anni o giù di lì (per lo più a carico dei migranti irregolari, vale la pena ripeterlo). Che cosa si deve inferire, scusi, da questo periodo? Che la tratta, secondo la definizione che ne dà il Protocollo di Palermo, non debba essere perseguita, perché finisce con l'alimentare le politiche di tolleranza zero? Spero proprio di aver frainteso il corretto significato del suo pensiero.

Ad alimentare le mie forti perplessità è poi questo ulteriore periodo: Con questo vorrei chiarire che nessuno – né Agustìn, né io – si sogna di giustificare lo sfruttamento. Quel che sostengo è soltanto che, nei termini di questa critica, la definizione di sfruttamento appare come un enunciato profondamente etnocentrico, che non tiene in nessuna considerazione la prospettiva dell’attore. Stiamo parlando di tratta, signor Saitta, un reato che viola diritti umani fondamentali, la cui applicazione deve essere universalmente garantita. Alle persone africane, est-europee, asiatiche e latinoamericane deve essere assicurato il godimento degli stessi diritti di cui fruiscono le occidentali. Non si può sostenere, ad esempio, che un prestito a tasso di usura si configuri come un reato se concesso ad una donna italiana e come un normale credito se erogato ad una donna africana. Né si può attribuire un significato diverso ai concetti di violenza, di frode, di inganno, a seconda che essi siano commessi o subiti da cittadini italiani o stranieri. Le norme giuridiche inoltre non possono avere un'applicazione differenziata a seconda delle nazionalità degli attori.

Saitta cita poi, per criticarla, la lettera b dell'art. 3 del Protocollo di Palermo: Il consenso di una vittima della tratta di persone allo sfruttamento di cui alla lettera (a) del presente articolo è irrilevante nei casi in cui qualsivoglia dei mezzi di cui alla lettera (a) è stato utilizzato. La lettera (a) dell'articolo, che ho già ripetutamente citata, è quella che definisce la tratta come l'impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. E' chiaro come il consenso prestato in queste circostanze risulti viziato ed invalido. Per me la lettera (b) dell'art. 3 può contribuire a tutelare la vittima della tratta dai ricatti ed impedire che l'autore del reato possa invocare il presunto consenso di quest'ultima per sfuggire all'applicazione della sanzione. Occorre tener conto della condizione di soggezione in cui versa la vittima del reato e dei rapporti di potere fortemente squilibrati che sussistono tra questa e il trafficante. In linea generale, è importante poi osservare come il consenso non muti la natura oggettiva di un reato.

Il dottor Saitta illustra poi la sua posizione sul termine tratta, che a suo parere, andrebbe abolito per ripensare il fenomeno. In che senso? Perché la definizione del Protocollo di Palermo, così completa e chiara, dovrebbe essere superata? Quali altre fattispecie criminali dovrebbe contemplare o, al contrario, non prevedere il fenomeno?

Perché mai punire poi i trafficanti dovrebbe configurarsi come un provvedimento che concorre a produrre le stragi nel Mediterraneo, il sovraffollamento carcerario e i rimpatri forzati? Ho già osservato nel precedente articolo come la tratta sia una nozione nettamente distinta da quella di traffico illecito dei migranti, ossia di organizzazione clandestina dei viaggi verso Occidente. Perseguirla, quindi, non concorre a produrre le stragi nel Mediterraneo. Lo stesso discorso vale per i rimpatri forzati. Quanto al sovraffollamento carcerario, caro Saitta, lei, che è sociologo, sa benissimo che le principali cause della detenzione degli stranieri nelle prigioni italiane sono la violazione del testo unico sugli stupefacenti e la commissione di reati contro il patrimonio (piccoli furti, in sostanza) e non la tratta. Che cosa propone lei? Di non sanzionare i trafficanti per non aggravare il fenomeno del sovraffollamento? Non sarebbe più opportuno procedere alla depenalizzazione di altri reati meno gravi?

Lei sostiene, poi, che i discorsi degli abolizionisti non affrontino mai il problema della ridistribuzione del reddito a livello globale e gli effetti delle politiche neoliberiste nei rapporti tra il centro e la periferia. Accusa totalmente infondata. Le analisi del marxista Richard Poulin ad esempio si incentrano con lodevole insistenza sui caratteri e sulle conseguenze devastanti della globalizzazione neoliberista sulle economie dei Paesi periferici. Le stesse attenzioni hanno riservato al rapporto tra prostituzione e capitalismo Jacqueline Pénit-Soria e Claudine Blasco, della commissione Genere di Attac France nel libro Mondialisation de la prostitution.

Se invece si riferisce a me, le ricordo che ho più volte accennato nei miei articoli al tema della femminilizzazione della prostituzione e alle conseguenze del capitalismo sulla diffusione e sull’industrializzazione della prostituzione. Nel precedente articolo, inoltre, ho scritto:

«Vorrei poi osservare come il fatto che spesso per le donne migranti o per quelle povere la prostituzione costituisca l'unica fonte di guadagno relativamente decente rappresenta la conseguenza del carattere sessista, razzista e capitalista della divisione tradizionale e di quella internazionale del lavoro, della diseguaglianza salariale e dell'appropriazione prevalente delle risorse da parte degli uomini, ossia della femminilizzazione della povertà».

Né accetto l’accusa di riecheggiare il pensiero della Lega Nord solo perché sostengo la necessità di lottare strenuamente contro la tratta. La Lega per altro auspica la riapertura delle case chiuse e l’abrogazione della legge Merlin. Non so cosa ne pensi lei, ma io le assicuro di non condividere affatto questa proposta.

Alle altre accuse che rivolge alle femministe abolizioniste ho già risposto nel precedente articolo.

5 Responses to “La tratta viola i diritti umani, che sono diritti universali”

  1. Cara Maria,

    Sfruttamenti e abusi non piacciono a nessuno. Quello che però piace ancora meno, è il fatto che le politiche contro la "tratta" diventino, empiricamente, parte di un dispositivo contro l'immigrazione (non solo le prostitute; ma i lavoratori e le lavoratrici migranti).

    Per lo meno virtualmente, magnaccia e sfruttatori (anche gli sfruttatori del lavoro non-sessuale) sono sempre stati perseguiti. Il problema è l'oggettiva confluenza della lotta contro la tratta nella lotta contro l'immigrazione: un problema su cui esiste una abbondante letteratura giuridica, abbastanza indifferente ad elementi come il genere e totalmente concentrata sugli aspetti tecnici del procedimento d'indagine e sulle sanzioni.

    L'altro aspetto problematico è che l'abolizionismo propone, in generale, un'affermazione di principio universalista e assoluta: quella per cui il corpo non può essere oggetto di scambio economico. Se è istantaneo l'essere d'accordo in termini astratti con questo principio, è molto complicato non pensare agli effetti sociologici di una tale affermazione. Anche perché questi effetti non sono in potenza, ma sono attuali. E, soprattutto, perché non distinguono affatto tra persone "costrette" e "libere".

    In primo luogo, gli enunciati teorici e di principio "abolizionista" non tengono affatto presenti le pratiche degli attori "liberi". Il fatto, cioè, che gli attori hanno prospettive proprie, frutto di una definizione e di particolari contingenze (non necessariamente drammatiche). In questo caso, come dimostra la storia di tutti gli abolizionismi (stupefacenti, alcol, etc.), si mettono normalmente in moto meccanismi di "resistenza" alla normativa, che spingono nell'invisibilità i comportamenti e producono effetti collaterali (la lotta alla tossicodipendenza ha peggiorato le condizioni igieniche, alzato il costo delle sostanze, reso più difficile l'equilibrio tra vita normale e vita "tossica"; l'abolizionismo alcolico ha determinato l'espansione delle mafie, etc.).

    Poi c'è un aspetto più generale e, forse, semplice. Nel caso di una persona che intendesse deliberatamente vendersi perché questo non comporta per lei alti costi morali ed è anzi preferibile rispetto all'opzione di lavorare in ufficio o come cameriera per lungo tempo e bassi salari, quello abolizionista appare come un'imposizione morale. Ecco allora che nasce spontanea la domanda se i comportamenti che non producono vittime (non ledono nessuno) e sono deliberati, possano essere guidati dalla morale. E, soprattutto, se le normative fondate sulla morale ed emanate in assenza di costi sociali, possano davvero sdradicare le pratiche e fare a meno di produrre effetti collaterali inattesi, basati sull'improvvisa rivalutazione economica del "bene" proibito e sui meccanismi di "neutralizzazione" morale degli attori. Da Matza in poi, sappiamo infatti che gli attori sociali neutralizzano le responsabilità attribuite loro dalla legge e che lo fanno ancora di più quando la legge è percepita come fondata su una morale errata, che contraddice la loro. In questo modo, le leggi non possono essere altro che leggi "manifesto", oppure leggi che peggiorano il quadro esistente [continua]

  2. [continua da sopra ] Se volete fare una campagna di rieducazione, fatela pure. Ma i progetti "morali" hanno per lo più partorito autentici mostri -- specie in ambiti come quello di cui parliamo. Forse un certo specialismo incentrato sul genere ha finito col fare perdere di vista ai sostenitori di certe tesi l'intreccio complesso che il genere intrattiene con la realtà e, soprattutto, il fatto che le policy generano effetti le cui implicazioni finiscono con l'andare ben oltre il genere o, comunque, la questione inziale.

    E ad ogni modo, le speculazioni teoriche -- anche quelle di qualità elevata delle filosofe che amiamo -- hanno il difetto di non tenere conto le molteplici configurazioni e riconfigurazioni delle pratiche "in carne e ossa". Quelle mostrate da analisi condotte per lungo tempo, che tengono conto di tutte le variabili in campo, tengono insieme i livelli macro e micro e che, infine, lavorano sui processi di significazione degli attori sociali presi nel loro insieme. Dico questo perché è importante ribadire che le gradazioni e le oscillazioni tra status e condizione sono fondamentali per una comprensione del reale e la produzione di politiche congruenti -- possibilmente non fondate su visioni "moralistiche" come sono essenzialmente le tue.

    Pietro Saitta

  3. Caro Pietro Saitta,
    scusa se ti rispondo in ritardo e se ti do del tu.
    A differenza tua, ritengo che, per evitare ogni possibile confluenza empirica tra lotta alla tratta e lotta all'immigrazione, dovremmo mantenere in vigore il primo reato ed abrogare quello relativo al "traffico illecito dei migranti" attraverso la promulgazione di leggi che consentano la libera circolazione di tutti in ogni parte del mondo. Ti rammento di nuovo che responsabili della tratta possono essere anche cittadini autoctoni. Secondo i dati del Ministero dell'interno del 2007, ad esempio la maggioranza delle persone denunciate per tratta è di origine italiana. Seguono albanesi e romeni (la Romania è uno Stato membro della UE). Non vi è dunque sovrapposizione tra i due reati.
    Non assimilerei l'abolizionismo nei confronti della prostituzione al proibizionismo in materia di consumo di sostanze psicotrope, che avverso per le ragioni che hai indicato tu. Il consumo di sostanze stupefacenti non è equiparabile a quello delle persone o, meglio ancora, in molti casi, alla violenza perpetrata nei confronti di individui ridotti a merci. Sono Isoke e molte sopravvissute (sono loro stesse ad assumere questa denominazione) a definire i rapporti sessuali mercenari "stupri a pagamento" e vi sono studi che confermano l'elevata incidenza delle violenze fisiche, psichiche, sessuali sulle donne prostituite, nonché gli effetti psicologici negativi prodotti da reiterati atti sessuali non desiderati su un notevole numero di donne. Si tratta soprattutto degli studi di Melissa Farley, ma anche di Trinquart. Lo so. A questo punto vorresti dimostrarmi l'infondatezza dei risultati cui sono pervenute Farley e colleghe citandomi l'articolo di Ronald Weitzer intitolato Flawed Theory and Method in Studies of Prostitution. L'ho letto. Alle critiche formulate dal tutt'altro che neutrale, come lascia intendere, sociologo della George Washington University, Farley ha replicato in modo convincente in Prostitution Harms Women Even if Indoors. Reply to Weitzer. Per altro, le critiche di Weitzer si riferiscono ad uno studio di Farley del 1998 e non a quello del 2003, anche se il suo saggio risale al 2005. Lo so che non tutte le donne prostituite percepiscono i rapporti mercenari allo stesso modo e risentono dei medesimi effetti, ma siamo disposti ad accettare che una qualsiasi percentuale di donne si senta assoggettata e costretta al compimento di atti che considera stupri? Analogamente è molto elevata l'incidenza di violenze nel mondo della prostituzione sia indoor che outdoor. Questo non significa, naturalmente, che tutti i clienti siano sadici o assumano comportamenti criminali nei confronti delle donne prostituite. Ritengo anzi che la percentuale di questi ultimi sia molto bassa. Fossero pure lo 0,1% quanti ne potrebbe incontrare, tuttavia, ciascuna prostituta nel corso della sua "carriera professionale"? La questione è che tu sembri escludere la possibilità che il rapporto sessuale possa configurarsi come una relazione di dominio sulla donna che si prostituisce. La mediazione del denaro conferisce, invece, al cliente lo status di padrone sessuale temporaneo della donna-merce acquistata, come rivela uno di loro: "Io vado a puttane perché è chiaro da subito il sinallagma. Io ti pago perché voglio godere, tu ti pieghi perché ti do dei soldi". Questa concezione del rapporto sessuale si presta potenzialmente alla commissione di abusi.[continua]

  4. Del resto il linguaggio impiegato in molte recensioni che ho rintracciato su un sito di Escort (e non di prostitute di strada) risulta estremamente aggressivo. Si parla di "sfondare di brutto il culo o la fregna",di "puntellare di brutto un ano", di "martellate d'ano". Potrai anche sostenere che si tratta di enfatizzazioni metaforiche, ma a me questo linguaggio violento evoca un modo di concepire il rapporto con una donna prostituita tutt'altro che rispettoso; foriero anzi di potenziali soprusi. Per non parlare dei clienti intervistati da Emilio Quadrelli, che motivano il proprio ricorso alla prostituzione in questo modo : "Non mi interessa tanto la cosa di per sé, è l'idea di possedere un animale, di poterlo usare come ti pare che rende la cosa particolarmente eccitante". Usare come pare, appunto. E' evidente come il ricorso alla prostituzione non si possa definire in modo pacifico un comportamento privo di vittime. [continua]

  5. Anche le teorie più solide vengono talvolta smentite dai fatti o, comunque, non si rivelano applicabili a tutti i fenomeni. La teoria sulle tecniche di neutralizzazione morale degli attori sociali elaborata da Matza e da Sykes pare non aver ricevuto conferme nel caso svedese. Sono stati compiuti inoltre diversi studi che hanno rivelato come i clienti sarebbero disposti a rinunciare a rapporti mercenari solo nel caso di inflizione di sanzioni (anche pecuniarie). Anche senza giungere alla promulgazione di provvedimenti di questo tipo, sarebbe opportuno, comunque, svolgere un'opera di sensibilizzazione sulla concreta realtà della prostituzione. Iniziamo da qui. Poi si vedrà.
    Asserisci, infine, che la prospettiva abolizionista appare come un'imposizione morale nei confronti delle persone che desiderano deliberatamente vendersi. Il mio commento costituisce già una risposta a questa tua affermazione, ma lo integro con un'ulteriore considerazione. Percepisco la banalizzazione della prostituzione come una potenziale imposizione morale a tante donne e ragazze disoccupate o precarie che potrebbero vedersi prospettare dal mercato, tra le pochissime opzioni realistiche, quella di vendere il proprio corpo, come accade appunto alle migranti. Se è così facile e senza conseguenze per le donne prostituirsi, perché creare per loro opportunità di lavoro, perché introdurre un reddito garantito...?
    Cordiali saluti.


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