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La tratta esiste ed è indipendente dalle politiche migratorie



di Maria Rossi


Il mio articolo su LauraAgustín ha sollecitato l'intervento critico di Pietro Saitta, ricercatore di sociologia generale all'Università di Messina. E' mia intenzione replicare.

Nel suo contributo Saitta espone con chiarezza il pensiero dell'antropologa, di cui mostra di condividere gli assunti. In primo luogo contesta l'attribuzione a Laura María Agustín della definizione di negazionista della tratta, per contraddirsi qualche riga dopo osservando che la ricercatrice opera la destrutturazione di questo concetto e di questo problema e che la sua analisi prevede il compimento di un’operazione linguistica, che consiste fondamentalmente nell’abolizione del termine tratta. Come volevasi appunto dimostrare. Saitta conferma in tal modo la validità della mia tesi.

Laura Agustín, osserva il ricercatore dell'Università di Messina, constata come la legittima aspirazione alla mobilità dei migranti, determinata da motivi di natura economica, sociale, culturale e consumistica, sia costantemente osteggiata dalle legislazioni migratorie repressive e da apparati polizieschi di controllo delle frontiere che rendono indispensabile il ricorso a reti informali di facilitazione dell’immigrazione clandestina. In questa prospettiva, la tratta si configura come un effetto collaterale dell'adozione di politiche di regolamentazione dei flussi migratori di carattere proibizionista.

Quest'analisi è imperniata su un concetto di tratta riduttivo e sostanzialmente sovrapponibile a quello di traffico illecito di migranti: due nozioni che risultano, invece, sia giuridicamente che semanticamente, rigorosamente distinte. Constatare e preservare questa differenza costituisce, invece, un'operazione di cruciale importanza, se si vuole pervenire ad una corretta comprensione del fenomeno della tratta. Il Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini, meglio noto come Protocollo di Palermo [1] all'art. 3, comma 1 offre una definizione del fenomeno incentrata sullo sfruttamento e sull'uso della violenza e della coercizione: “Tratta di persone” indica il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. La Relazione esplicativa della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, [2] a sua volta, precisa come quest'ultima si distingua nettamente dal traffico illecito di migranti (l'organizzazione di viaggi clandestini), perché persegue come fine lo sfruttamento delle persone e non comporta necessariamente il trasferimento fuori dai confini nazionali di chi ne è vittima. Al punto 8 dell'Introduzione della Relazione si legge, infatti: Il Protocollo di Palermo contiene la prima definizione comune (ripresa dalla Convenzione del Consiglio d’Europa) giuridicamente vincolante a livello internazionale dell’espressione “tratta di persone”. [...] E’ importante sottolineare a questo punto che la tratta di esseri umani deve essere distinta dal “traffico illecito di migranti”. [...] Mentre lo scopo del traffico illecito dei migranti è il trasporto illegale oltre i confini per ottenerne, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o un altro vantaggio materiale, il fine della tratta di esseri umani è lo sfruttamento. Inoltre, la tratta di esseri umani non comporta necessariamente un elemento transnazionale e può esistere a livello puramente nazionale.

Si tratta di precisazioni importanti per due motivi: in primo luogo perché la tratta non si può liquidare come un semplice affidamento del o della migrante a reti informali di facilitazione dell’immigrazione clandestina, in quanto essa comporta necessariamente lo sfruttamento e, inoltre, si sostanzia nel ricorso a forme di coercizione, di violenza, di inganno, di corruzione, di abuso di potere e della posizione di vulnerabilità della vittima. Quest'ultima, a sua volta, non può essere dipinta come un soggetto cosmopolita che vive inebrianti avventure in un ambiente chic, culturalmente stimolante, come afferma Agustín. Quest'operazione si configura come una risemantizzazione post-moderna dei vocaboli e dei concetti francamente discutibile e inevitabilmente destinata, che lo si voglia o meno, a consacrare la legittimità e l'accettabilità di ingiustizie che andrebbero invece combattute con estremo vigore. 

Il secondo motivo che rende indispensabile riconoscere e mantenere la differenza tra tratta e traffico illecito dei migranti è di carattere epistemologico e politico. Poiché la tratta non comporta necessariamente né il trasferimento al di fuori dei confini nazionali, né lo spostamento da e verso Paesi che non aderiscono agli accordi di Schengen che prevedono la libera circolazione dei cittadini degli Stati membri, ne consegue che essa può colpire anche le autoctone e le residenti nelle nazioni dell'Europa orientale che possono trasferirsi in Europa occidentale senza doversi procurare un permesso di soggiorno. Ciò significa che la tratta non costituisce un semplice epifenomeno delle politiche migratorie repressive che producono clandestinità, ma rappresenta invece una realtà che sussiste anche autonomamente, indipendentemente, cioè, dalle legislazioni di regolamentazione dei flussi migratori.

Sia chiaro. Sono assolutamente favorevole, per ragioni di giustizia sociale, all'applicazione del principio della libera circolazione di chiunque in qualsiasi regione del mondo, ma ritengo ingenuo e infondato ritenere che sia sufficiente abrogare le orrende legislazioni migratorie attuali per conseguire come effetto l'automatica abolizione della tratta che esiste anche laddove e nei casi in cui non vi sia immigrazione clandestina.

Quale utilità e validità empirica è possibile attribuire ai concetti che ho esposto? Per rispondere alla domanda è necessario analizzare la composizione etnica delle vittime della tratta almeno in qualche Stato europeo, per sapere quante di esse sono originarie dei Paesi che hanno aderito agli accordi di Schengen e occorre anche aggiungere qualche informazione sulla provenienza dei trafficanti.

In Francia, il 64% delle reti internazionali di tratta smantellate nel 2010 proveniva dall'Europa dell'Est e dai Balcani, come risulta dalle statistiche fornite dall'Ufficio Centrale per la Repressione della Tratta degli Esseri Umani (OCRTEH) [3]. Ciò corrisponde, del resto, alla composizione etnica prevalente delle prostitute in questo Paese in tutte le città, tranne Parigi, come viene più volte ribadito nel Rapporto d'informazione redatto dall'Assemblea Nazionale nel 2011, e come risulta dai dati dell'OCRTEH sulle prostitute accusate di aver commesso il reato di adescamento, introdotto dal governo Sarkozy nel 2003 [4].

In Spagna, secondo i dati forniti dalla polizia e da diverse ONG, il 70% delle vittime di tratta è originaria della Romania [5].

Nei Paesi Bassi il gruppo assoggettato al maggior sfruttamento da parte dei prosseneti e dei trafficanti proviene dall'Europa dell'Est, soprattutto dalla Bulgaria, ad Amsterdam. [6] A livello nazionale prevalgono invece, secondo i dati registrati dall'agenzia specializzata CoMensha, le vittime olandesi, seguite dalle donne nigeriane, bulgare, romene e cinesi [7]. I prosseneti ad Amsterdam sono prevalentemente di origine turca, nazionalità seguita da quella albanese, romena, bulgara e ungherese [8]. Nell'intero Paese invece essi sono prevalentemente olandesi, cui seguono marocchini, romeni, turchi e bulgari [9].

Potrei fornire altre informazioni, ma ritengo che quelle riportate siano sufficienti a dimostrare la presenza rilevante nei Paesi dell'Europa occidentale delle vittime di tratta autoctone e di origine est-europea e l'importanza assunta dalle reti di sfruttamento della prostituzione della medesima provenienza e reputo di aver quindi documentato l'esistenza e il radicamento della tratta, come realtà che esiste indipendentemente dalle politiche migratorie adottate.

Lungi da me, ovviamente, l'idea di negare l'influenza di queste ultime sul reclutamento in forma coercitiva delle cittadine africane, in quanto il costo del trasferimento negli Stati dell'Europa occidentale risulta proporzionale alle difficoltà di attraversamento delle frontiere e può raggiungere i 60.000 Euro, un prezzo esorbitante che procrastina il momento della restituzione del debito, estendendo pertanto la durata della condizione di sfruttamento sessuale. Il saldo di questo elevato importo rende peraltro pressoché obbligatorio il ricorso alla prostituzione decisamente più redditizia delle altre attività offerte solitamente alle donne, soprattutto migranti.

Questo tuttavia non giustifica, ai miei occhi, la posizione espressa da Agustín secondo cui il debito è sostanzialmente accettabile e rimborsarlo fa parte di un comune progetto di vita. Ciò si configura come normalizzazione di un reato odioso e di un'enorme ingiustizia sociale e politica. Lo sfruttamento della posizione vulnerabile delle donne africane mediante l'imposizione di un enorme costo di trasporto e l'intensità dell'estorsione di plusvalore dai loro corpi mediante la prostituzione non può certo essere riconfigurata semanticamente come una forma di resistenza razionale a un ordine sovranazionale. Lo ripeto. Si tratta di un'ingiustizia e di un crimine odioso e non c'è nessuno che costringa i magnaccia ad estorcere 60.000 Euro da ciascuna donna trasferita in Europa. 

Procedendo nell'analisi, osservo come la contrazione di un debito sia una condizione comune alla maggioranza delle vittime della tratta (circa l'80% delle prostitute straniere in Francia) [10] indipendentemente dal Paese d'origine e rilevo come l'importo non determina le condizioni di trattamento delle donne che vi sono assoggettate. Pur dovendo esborsare una somma non elevatissima (5000 euro) in proporzione a quella che devono restituire le cittadine africane, le donne dell'Europa dell'Est subiscono modalità di reclutamento particolarmente crudeli, ben documentate dal Rapporto dell'Assemblea Nazionale francese [11]. Versando generalmente in condizioni di vulnerabilità economica e psicologica, esse vengono sedotte da uomini, i lover boys che sovente le vendono come capi di bestiame alle reti di prosseneti per poche centinaia di euro. Successivamente sono condotte in Turchia, nei Balcani o a Cipro dove vengono addestrate con il ricorso sistematico agli stupri collettivi, alla privazione di cibo, alla reclusione e alla violenza fisica. Una volta "domate" sono trasferite in Francia o in altri Paesi dell'Europa occidentale dove vengono costrette ad esercitare la prostituzione. 

Anche per questo ritengo inaccettabile e concettualmente scorretto collocare sullo stesso piano migranti e sfruttatori, entrambi concepiti da Agustín come vittime dell'ordine economico e legislativo mondiale, come risulta da questa frase:

In questa prospettiva, il concentrarsi sul basso, su migranti e sfruttatori, appare come un’operazione triviale e persino ipocrita, che scarica le responsabilità lì ove si annidano invece i bersagli (le vittime) di processi economici, sociali e legislativi di ordine globale, impegnati a trarre briciole di profitto in vario modo, con metodi moralmente esecrabili, ma pur sempre frutto di un ordine indipendente dalle loro volontà e subito (per quanto alcuni si adattino e riescono a ricavare benefici significativi.

Questa operazione comporta, tra l'altro, l'occultamento delle relazioni di dominio e di potere, anche di genere, che sussistono tra oppressi ed oppressori e che nella tratta assumono, per definizione, modalità coercitive e violente. 

Agustín auspica del resto persino il superamento del termine «tratta» in quanto produrrebbe e implicherebbe una «vittima» (il migrante inconsapevole), inducendo così lo sguardo a concentrarsi su quest’ultima, oltre che su figure criminali «minori» di contorno, come i passeur e tutti coloro che sono impegnati nel traffico o «contrabbando» di persone.

A prescindere dal fatto che il vocabolo vittima è qui impiegato in modo improprio, perché il concetto non presuppone affatto l'inconsapevolezza del migrante, quanto piuttosto il patimento di un danno e tralasciando pure la questione dell'applicabilità o meno della teoria degli atti linguistici di John Langshaw Austin in questo caso (sarebbe il lemma tratta a performare ossia a plasmare la realtà secondo Laura María Agustín. Senza quell'atto locutorio performativo la tratta non esisterebbe, il che per me è assurdo), resta il fatto che è assai grave, a mio modesto parere, che, per concentrarsi sulle politiche migratorie dello Stato, si decida di cancellare con un colpo di spugna lessicale la concreta realtà di vittime e sfruttatori, (ridotti - questi ultimi - a figure criminali minori), rendendola così invisibile e indicibile. Ma si è davvero convinti che rimuovendo dall'orizzonte visivo e mentale la realtà della tratta si riesca a combatterla meglio e a ottenere un mutamento delle politiche migratorie? Non è invece più probabile che il problema venga in tal modo trascurato?

Nel suo articolo il ricercatore Saitta cade poi in contraddizione quando afferma che Agustín rimarca l’importanza dell’autodeterminazione e della libera scelta nell’intraprendere percorsi migratori complicati e potenzialmente rischiosi, che appaiono tuttavia come una necessità in quadri economici, sociali e familiari che dipendono dalle rimesse dall’estero o che rendono l’immigrazione una scelta indifferibile per motivi politici o culturali. L'autodeterminazione e la libertà sono incompatibili con la necessità, le dipendenze, l'indifferibilità delle scelte (e già questa espressione pare un ossimoro). Una contraddizione che si ritrova pure in un altro brano dell'articolo:

"Giunti a questo punto dell’analisi, uno dei punti che più fanno infuriare i critici della studiosa argentina è la possibilità ammessa da questa che la prostituzione sia da annoverare tra i corsi d’azione razionali scelti da molte donne migranti. Persino da quelle che “scelgono” di affidarsi a quelle organizzazioni che finiranno magari con l’abusarne e sfruttarle. Il verbo “scegliere”, ovviamente, va messo tra virgolette perché la volontarietà è, in questa cornice, tutt’altro che libera; ma essa è tale non tanto perché vi siano delle organizzazioni che abusano di persone, quanto perché è il quadro delle politiche e la struttura economico-sociale che rende necessari questi percorsi tribolati".

Qui l'ossimoro è plateale: la volontarietà di un atto non può risultare non libera. Se si configura come tale si chiama coercizione, non libertà. Mi pare di cogliere nell'espressione impiegata dall'autore dell'articolo un ricorso alla circonlocuzione involuta allo scopo di eludere la necessità di nominare una realtà che dà fastidio e che si cerca dunque di seppellire sotto strati di perifrasi incoerenti. 

Questo brano merita comunque un'esegesi più articolata. Presentare, sia pure con cautela, l'affidamento delle donne migranti ad organizzazioni che le abuseranno e le sfrutteranno come scelta appare discutibile proprio perché presuppone un'autodeterminazione che in questo caso è inesistente. Perché questa vi sia, secondo il filosofo di sinistra Josehp Raz, [12] il cui pensiero condivido, è necessario che si verifichino tre condizioni. La prima è la capacità di essere soggetti in grado di compiere scelte razionali e questa capacità, a differenza di quanto pensa Saitta, non è mai stata negata da nessuna femminista. La seconda condizione è la disponibilità di un'adeguata gamma di opzioni, ossia l'assenza di coercizioni esterne, la terza è l'indipendenza dell'individuo, che si traduce nell'assenza di oppressioni interne e di forti condizionamenti sociali (si pensi ad esempio all'introiezione delle norme che perpetuano i ruoli di genere). Prescindiamo pure dalla terza condizione, la cui assenza rende, a mio parere, la maggioranza di noi soggetti non autodeterminati. Concentriamoci invece sulla seconda. Dove sta la presenza di un opportuno ventaglio di scelte nella necessità in quadri economici, sociali e familiari che dipendono dalle rimesse dall’estero o che rendono l’immigrazione una scelta indifferibile per motivi politici o culturali, sottolineata dal ricercatore Saitta? Dove sta? Come si fa in queste condizioni a riferirsi, come Agustín, all’agency degli oppressi e definire la scelta di prostituirsi come una delle armi che compongono il repertorio delle forme di resistenza all’ordine globale? E' resistenza affidarsi ad organizzazioni che "magari ti sfrutteranno e ti abuseranno", per usare le parole di Saitta? E' resistenza essere assillati dalle necessità economiche proprie e dei famigliari che dipendono dalle rimesse all'estero od essere costrette ad emigrare per motivi culturali e politici? E' la necessità impellente di non morire di fame, altro che resistenza! A mio parere si attua qui un ribaltamento della realtà e si compiono innovazioni lessicali che fanno precipitare la dura materialità delle cose nel gorgo degli eufemismi minimizzanti. Mi chiedo se a nessuno venga in mente che questa edulcorazione di autentici drammi possa fare il gioco del capitalismo e del patriarcato. 

La prostituzione - osserva ancora Saitta - in questa prospettiva sembrerebbe fornire a molte donne la possibilità di accumulare rapidamente denaro. Dal momento che ci stiamo riferendo alla tratta e, poiché, in via generale, l'immigrazione è spesso connessa alla contrazione di un debito più o meno consistente, questo contante è in parte cospicua estorto dagli sfruttatori. Inoltre i ricavi della prostituzione si stanno riducendo. In Italia - osservano i clienti di Escortforum - i prezzi praticati dalle donne prostituite in strada (dove esercitano soprattutto le straniere) si aggirano tra i 20 e i 50 euro, ma le africane riducono il costo di una prestazione sessuale a 10 euro [13]. Nel celebre quartiere a luci rosse di Amsterdam l'affitto di una vetrina costa 100 euro al giorno e rende difficile realizzare guadagni decenti [14]. Nel Pascha, il più grande bordello d'Europa, a Colonia, in Germania, i costi delle prestazioni sessuali sono stati recentemente ridotti. Per 30 euro viene praticato un rapporto sessuale convenzionale od orale della durata di 15 minuti. Dalle 9 alle 15 la prestazione è gratuita e lo è anche per i pensionati, per chi festeggia il compleanno o, di venerdì, l'addio al celibato. In compenso l'affitto della stanza ove prostituirsi ha un costo di 160 euro al giorno e la fellatio deve essere praticata obbligatoriamente senza l'uso del preservativo, con il rischio di esporsi al contagio del virus dell'HIV [15].

Vorrei poi osservare come il fatto che spesso per le donne migranti o per quelle povere la prostituzione costituisca l'unica fonte di guadagno relativamente decente rappresenta la conseguenza del carattere sessista, razzista e capitalista della divisione tradizionale e di quella internazionale del lavoro, della diseguaglianza salariale e dell'appropriazione prevalente delle risorse da parte degli uomini, ossia della femminilizzazione della povertà. La prostituzione non costituisce una forma di resistenza, ma, piuttosto, di inevitabile adattamento al vigente ordine economico e sociale. 

Vorrei riportare, a questo proposito, le parole di Silvia Federici, femminista marxista:

"(...) la nuova divisione internazionale del lavoro veicola un progetto politico ferocemente antifemminista e, lungi dal costituire uno strumento di emancipazione delle donne, l'espansione delle relazioni capitaliste intensifica lo sfruttamento delle donne. In primo luogo essa ripropone l'immagine della donna come oggetto sessuale e come riproduttrice (...) La nuova divisione internazionale del lavoro significa che numerose donne del terzo mondo devono lavorare come domestiche o come prostitute, nel loro Paese o all'estero, perché non hanno altra scelta (...) Il carattere antifemminista della nuova divisione internazionale del lavoro è così evidente che viene da chiedersi in che misura essa sia il prodotto della «mano invisibile» del mercato o invece di una pianificazione deliberata come risposta alle lotte che le donne hanno combattuto sia nel Terzo mondo che nelle metropoli [occidentali] contro la discriminazione, il lavoro non retribuito e il «sottosviluppo» in tutte le sue forme. Comunque sia, è evidente che in Europa e negli Stati Uniti le femministe devono organizzarsi contro le soluzioni coercitive che la nuova divisione internazionale del lavoro impone alle donne (...)". [16].

Ritiene il professor Saitta che anche Silvia Federici meriti gli epiteti di "reazionaria e sessuofoba"?

Nell'articolo che sto commentando leggo poi che secondo Laura Agustín le statistiche prodotte da Ong attive nel campo e riprese spesso da organismi come le Nazioni Unite, presentino gravi carenze metodologiche e siano trattate con tecniche statistiche povere e difettose. L'accusa mi pare così generica da risultare priva di valore informativo. Soprattutto è contestabile l'affermazione secondo cui queste statistiche influenzerebbero le scelte dei legislatori e degli organi sovranazionali. L'azione di questi ultimi mi pare invece fortemente condizionata dalle posizioni espresse da Ong favorevoli alla prostituzione. Basti pensare che il direttore esecutivo dell'UN AIDS Organisation Michel Sidibe ha recentemente proposto di legalizzare la prostituzione per combattere l'AIDS, come già aveva fatto l'OMS nel 2001. Potrei dimostrare (magari lo farò in un altro articolo) come la regolamentazione dei rapporti mercenari non comporti affatto la tutela della salute delle persone che la praticano. La stessa distinzione tra prostituzione e tratta (che non era contemplata dalla Convenzione Onu del 1949) è stata proposta da ONG regolamentariste, ma pare che Laura Agustín non ne sia soddisfatta, dal momento che propone la destrutturazione di questo concetto e di questo problema, nonché l'abolizione del termine tratta

Le ONG favorevoli alla prostituzione hanno esercitato una forte influenza sulle politiche adottate da Paesi regolamentaristi come la Germania e i Paesi Bassi. Non solo. Quest'ultimo Stato finanzia numerose organizzazioni sui diritti delle donne, ma il suo sostegno è condizionato all'adozione delle posizioni politiche governative in materia di prostituzione [17].

E' importante soprattutto osservare come le statistiche nazionali sulle vittime di tratta siano raccolte ed elaborate, a cura dei Ministeri degli Interni dei vari Stati, dagli apparati di polizia e da agenzie specializzate come CoMensha nei Paesi Bassi. Il caso olandese meriterebbe di essere approfondito perché illustra in modo esemplare dinamiche e problemi connessi alla tratta. Non vorrei però tediare troppo lettrici e lettori.

Nell'ultima parte del suo articolo Pietro Saitta lancia una serie di accuse offensive alle femministe abolizioniste che sarebbero reazionarie, sessuofobe e patriarcali, oltre che privilegiate e incapaci di compiere esperienze emiche. Io e molti dei miei amici e delle mie amiche, signor Saitta, siamo precari e di estrazione proletaria. Ho vissuto per anni in condizioni di povertà, anche se certo la mia condizione e quella delle mie amiche non può essere paragonata a quella di donne che vivono con 1 o 2 dollari al giorno. Si figuri, poi, se sono incapace di compiere un'esperienza emica! Frequento molti più sottoproletari di quanti Lei possa immaginare e non per ragioni di lavoro, ma per pura amicizia. Fra di loro vi sono anche persone che si sono prostituite e che mi hanno raccontato esperienze sconvolgenti.

Le femministe abolizioniste appartengono a molte correnti: radicale, radicale materialista, della differenza, marxista ed anarchica, ma nel suo personale schema di classificazione, sono tutte collocabili nel campo reazionario. Ciò significa forse che marxismo, materialismo ed anarchia costituiscono ideologie reazionarie? Mi parrebbe una valutazione alquanto bizzarra! 

Quanto alla sessuofobia e al patriarcato che si estrinsecherebbero nel rifiuto della prostituzione, potrei confutare le sue affermazioni con diverse argomentazioni più o meno convincenti, (l'ho già fatto altrove), ma ritengo più efficace presentarle le opinioni di alcuni clienti sulle donne in genere e su quelle prostituite in particolare e sui motivi che li inducono a ricorrere a rapporti mercenari. Le ho trovate sul sito Gnoccatravels.

- Quando un uomo ha bisogno di figa in qualche modo la figa se la prende, o con una donna free con la speranza che duri, o una donna a pagamento oppure con la violenza sessuale... di qui non ci si scappa.
- Io ritengo che una donna non debba risiedere in parlamento, una donna non deve legiferare perché fa danni. Il femminismo sta uccidendo la civiltà. [...]Le donne devono tornare a cucinare, stirare, lavare i panni e far bambini.
- ...il giro sta quasi per terminare si trovano ora come ora,tossiche,rumene,moldave russe, ucraine, negre,ecc.ecc. Una volta potevi trovare perle dipinte da Dio, adesso le perle sono rarissime e più che altro trovi solo spazzatura.
- ma ora diventa si difficile scopare merce buona a sti prezzi, quindi bisogna cambiare location.
- Purtroppo in troppi preferiscono pagare e queste si puttane non sono costrette ad imparare a lavorare. Bene fanno quindi a ripulire le strade e a spedirle,possibilmente a calci in culo, a casa loro, dove se il padreterno aiuta magari muoiono pure di fame insieme ai loro papponi.
- Caro [..], senza nulla togliere al tuo nick che capisco essere soprattutto una filosofia, se vai al mercato ci vai per vendere o comprare qualcosa, dal momento che è lì che domanda e offerta si danno appuntamento: chi compra porta i soldi, chi vende porta la merce. Ma se vuoi procurarti ciò che ti serve senza un esborso in danaro, eviti il mercato (anche se a volte vi si fanno incontri interessanti) e bazzichi direttamente campi, frutteti, pollai ecc. insomma quei posti dove le cose si trovano in natura. Certo, non è proprio free perché devi comunque sbatterti, ma il concetto che voglio far passare è che se vai dove vanno tutti gli altri, contribuisci a creare "mercato" che è proprio il luogo deputato al pay.
- Le italiane erano brave a cucinare ed a badare alla famiglia quando erano piu' umili e meno "donne in carriera" come ora!!. Adesso pensano solo ai soldi ed al potere, hanno perso semplicita' e sensualita'. Che vadano a prenderlo dove piu' gli garba; a me sinceramente non mancano: preferisco Cuba!!"
- Io vado a puttane perché non mi piacciono le donne!!!!! a me piace la figa!!!!!! tutto quello che sta al di fuori dell' atto sessuale con una donna non mi interessa! "
- Quoto tutti in particolare le contro questioni acute di [..] che invito a porre alle fanciulle melanzane che vomitano sempre le stesse stronzate da scuola media...inoltre propongo che si va a mignotte anche per vivere tutto il rapporto allo stato di natura... insomma loro che fanno tutto cio' il maschio vuole e che spesso piace molto anche a loro a prescindere da tutti i giusti teatrini. [...] O mia cara e adorata schiava puttana!!!
- Io vado a puttane perché è chiaro da subito il sinallagma. Io ti pago perché voglio godere, tu ti pieghi perché ti do dei soldi!!

Non mancano, poi, i clienti sadici che si eccitano se la ragazza manifesta segni di sofferenza e che percepiscono il rapporto sessuale come una forma di violenza, di umiliazione, di coercizione, di sfogo rabbioso, avvalorando l'idea, espressa da femministe, ma anche da survivors, che la prostituzione si traduca in una serie di stupri mascherati, o meglio, resi possibili dalla dazione di denaro. Riporto alcune dichiarazioni di clienti individuate sul sito Escortforum.

- Timbrata oggi foto autentiche palazzina puzzolente di viso niente di che molto alta (senza tacchi sfiora 1.80) 1 ora 3 sorkuzze rai1 rai2 fk passiva quasi triste, ma stì cazzi ero andato per puntellare di brutto un ano, e il goal della missione è stato segnato, anche se sofferente lo ha preso per tutto il tempo che mi è garbato, e nonostante  si lamentasse (con garbo) se i colpi erano troppo duri, se non te la cachi subisce senza bloccare l'operazione.
- La furbetta non lo infila tutto e tenta di farmi venire subito, ma io affondo un paio di colpi con lei che si lamenta per il dolore (senza esagerare, solo dei gridolini che mi hanno eccitato ancor di più); la metto a pecora e comincio a scoparmela da dietro mentre le infilo il POLLICE nel culo... anche qui gridolini di dolore ai miei affondi: a quel punto le puntello il culo, lei se lo inumidisce (no crema) e continuando a sentire i suoi strilletti, pian piano lo infilo nel secondo canale, cominciando a tampinarla per bene! le chiedo se posso venirle in faccia e rifiuta, lo chiedo ancora, e rifiuta e ad ogni rifiuto do un colpo più forte, finchè accetta...
- Ho levato [il nome della ragazza] dal palmares delle inchiappettate, ho notato che traeva in inganno altri colleghi, è un mezzo missile, buono solo per martellate d'ano in quelle giornate in cui spaccheresti la testa al primo che incontri.. e decidi che è meglio scaricarsi trombando..".
- In definitiva   buona    solo  per martellarle  lo sfintere  con cattiveria .....svuotare ....e togliere il disturbo.

Credo che sia chiaro a tutt* ora perché definire la prostituzione un'istituzione patriarcale non sia il prodotto di una sessuofobia latente o manifesta. Ritengo anche di aver dimostrato perché non si possa affermare che chi rifiuta tutto ciò "abbia introiettato la sostanza del discorso patriarcale", come afferma il ricercatore Saitta.

Quanto alla concezione della prostituzione come atto autodeterminato, in particolare nel caso delle migranti, mi pare, signor Saitta, che sia Lei stesso a dubitarne, dal momento che il suo testo è costellato di riferimenti alle necessità economiche, sociali e famigliari, alle dipendenze dalle rimesse dall'estero alle scelte indifferibili, tutti vincoli e coercizioni che mal si conciliano con l'autonomia delle decisioni.

Concludo osservando che, convinta come sono che il femminismo, come il comunismo, sia il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente mi sento impegnata a combattere contro le soluzioni coercitive che la nuova divisione internazionale del lavoro impone alle donne, come ci invita a fare Silvia Federici, femminista marxista.


Note:
1. http://www.fondazionefalcone.it/falcone/TESTIDEFAPPR/1Protocolloit.pdf
2.http://www.coe.int/t/dghl/monitoring/trafficking/Source/CETS197_%20Italian%20_exp%20report.pdf
3. Assemblée Nationale, Rapport d'information...sur la prostitution en France, n.3334, 2011, http://www.assemblee-nationale.fr/13/pdf/rap-info/i3334.pdf, p.40.
4. Ibidem, pp.47-48.
5. Maria Rossi, La prostituzione in Spagna, http://www.scribd.com/doc/138056886/La-Prostituzione-in-Spagna. Chiedo scusa per l'autocitazione.
6. Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep Een onderzoek naar de prostitutiebranche in Amsterdam (Una professione vulnerabile. Un'indagine sul settore della prostituzione ad Amsterdam), 2010, pp.38, 48, 166-167, 173. http://www.beke.nl/doc/2010/Kwetsbaar_beroep_download.pdf
7. National Rapporteur on Trafficking in Human Beings, Trafficking in Human Beings. Ten years of independent monitoring, 2010, p.112. www.dutchrapporteur.nl/.../8e%20rapportage%20NRM-ENG-web_tcm64-...
8. Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep..., cit. p.170.
9. National Rapporteur on Trafficking in Human Beings, Trafficking in Human Beings., cit. p.132-133. 
10. Assemblée Nationale, Rapport d'information...sur la prostitution en France, n.3334, cit., p.41.
11. Ibidem, p.44.
12. Joseph Raz, The Morality of Freedom, Oxford, Clarendon Press, 1986
13. http://forum.escortforumit.xxx/index.php?/topic/105260-prezzi-in-cadura-libera-finalmente-ne/
14. Anton van Wijk et al., Kwetsbaar beroep..., cit, p.33.
15. http://www.prostitutionetsociete.fr/IMG/pdf/178dossierbordelsenversdecor.pdf
16. Silvia Federici, Reproduction et lutte féministe dans la nouvelle division internationale du travail in «Cahiers Genre et développement» diretti da Christine Verschuur e Fenneke Reysoo, ed. l’Harmattan, Ginevra, , n.3, 2002, p.60. http://ccsi.ch/images/stories/pdf/federici_article.pdf Saggio originariamente pubblicato con il titolo di "Riproduzione e lotta femminista nella nuova divisione internazionale del lavoro» in Maria Rosa Dalla Costa e Giovanna Franca Dalla Costa (a cura di), Donne, sviluppo e lavoro di riproduzione: questioni delle lotte e dei movimenti, Franco Angeli, Milano, 1996.
17. Malka Marcovich, « La traite des femmes dans le monde », dans Christine Ockrent (dir.), Le livre noir de la condition des femmes, Paris, XO, 2006, p.470. Citata da Richard Poulin, Prostitution et traite des êtres humains, controverses et enjeux, in « Cahiers de recherche sociologique», n° 45, janvier 2008», pp.133-152. http://sisyphe.org/IMG/pdf/Prost.traitePoulin.pdf, p.14.

5 Responses to “La tratta esiste ed è indipendente dalle politiche migratorie”

  1. Cara Maria Rossi,

    no, purtroppo non mi convinci affatto. E, peraltro, te lo dico da anarchico.

    Ma quella Federici di cui parli è forse la stessa che appena un anno fa, nel 2012, pubblicò, nella veste di curatrice di un numero speciale della rivista The Commoner, un articolo di Laura María Agustín intitolato “Sex as Work and Sex Work”?

    Cordiali saluti,

    Pietro Saitta

  2. Finora non mi era mai capitato di leggere una difesa, come quella contenuta nell'intervento di Pietro Saitta, che offrisse così tanti spunti di ulteriore critica da superare di gran lunga le critiche iniziali mosse a Laura Augustín. In effetti le frasi di Laura Augustín, estrapolate dal suo sito internet e riportate in "Negazioniste della tratta e attori porno smemorati", potevano sembrare decontestualizzate: grazie alla panoramica del pensiero di Laura Augustín, offertaci da Pietro Saitta, quelle parole assumono un significato più completo nonché illuminante.

  3. Cos'è che non la convince del mio articolo, dottor Saitta? L'esistenza della tratta indipendentemente dalle politiche migratorie adottate? Eppure l'evidenza empirica di questa affermazione balza agli occhi, considerando la composizione etnica delle vittime di tratta e dei magnaccia! Quanto alla distinzione tra tratta e traffico illecito dei migranti, essa è sancita dal Protocollo di Palermo ed è giuridicamente vincolante, oltre a risultare intuitiva. Non vedo cosa ci sia da contestare.
    Sì, è la stessa Silvia Federici di cui parla lei e io mi attengo rigorosamente a quel che ha scritto in "Riproduzione e lotta femminista nella nuova divisione internazionale del lavoro" che è quel che ho riportato nel testo. Del resto anche nel saggio introduttivo al testo che lei cita, Federici scrive : a proposito del sex work " There are several reasons for these developments, not least the reorganisation of work, gender relations and sexuality that neo-liberal policies have produced"
    Comunque, sì, avrei potuto riportare le parole di un'altra femminista marxista, Carole Pateman, ad esempio, che in Contratto sessuale scrive: " Quando i corpi delle donne vengono messi in vendita come merci sul mercato capitalistico, i termini del contratto originario non possono essere dimenticati; la legge del diritto sessuale maschile viene affermata pubblicamente e gli uomini vengono pubblicamente riconosciuti come padroni sessuali delle donne. Ecco cosa c’è che non va nella prostituzione”. Oppure, visto che lei è anarchico, avrei potuto citare un brano di qualche anarco femminista: Irène Pereira, ad esempio, che scrive: " In linea generale, mi sembra che le persone che cercano di fare della prostituzione un lavoro giuridicamente riconosciuto conducano una battaglia doppiamente sbagliata. Da una parte fanno, senza accorgersene, il gioco del capitalismo, permettendo a questo sistema economico di occupare ancora di più questo mercato ( sviluppo degli Eros Center). Dall’altra parte, esse lottano per la colonizzazione, da parte del lavoro, di ambiti dell’attività umana che non rientrano nel campo del lavoro". http://it.paperblog.com/la-biblioteca-di-fp-capitolo-3-1698043/
    Ah, per favore, Saitta, lasci perdere le formalità. Sta impiegando espressioni cortesi dopo aver definito sprezzantemente me ed altre femministe "reazionarie, insensibili, privilegiate, patriarcali, sessuofobe, parareligiose". Mi scusi se glielo ricordo.




    .




  4. Cara Maria,

    francamente del diritto possiamo fare a meno di preoccuparcene quando provoca più effetti collaterali che benefici. Da realista giuridico, ho pochissimi dubbi circa il fatto che il diritto esiste, ma la realtà segue logiche proprie. Potremmo dire, anzi, che la realtà del diritto se ne sbatte, malgrado gli sforzi del secondo per affermare la propria supremazia sulla prima (è la vecchia polemica tra Ehrlich e Kelsen, dopo tutto).

    Poi, giusto per limitare la conversazione a un paio di cose che spiccano, con la prostituzione maschile come la mettiamo? E con quella omosessuale, lesbica, etc,? Non occupano nessuno spazio nella tua riflessione. Il problema per te riguarda solo la popolazione femminile, mi sembra. Ecco che oltre che etnocentrica, la tua riflessione è anche sessuo-centrica o genere-centrica, non saprei bene come dire...

    Quanto a Pateman o Pereira come si fa a non vedere che il corpo può benissimo essere una forma di capitale e che, alienazione o meno, la gente decide di usare questa risorsa a prescindere da quello che noi possiamo pensare, desiderare o ritenere giusto? E allora cosa rimane, l'opzione "pastorale"? O quella legale (manette per tutti, polizia, carcere, case-famiglia...Evviva!)? O anche, decidere e affermare che noi sappiamo meglio cosa è bene per gli altri?

    Cara Maria, possiamo farlo, certo. Ma questo non ha assolutamente nulla a che vedere col conoscere. Si tratta di un'opzione ideologica e para-religiosa ("il corpo è sacro per me e per tutti! E se per qualcuno non lo è, dannazione su di lei!"). Libera di crederlo; ma non pensare che questo abbia nulla a che vedere col comprendere le motivazioni degli attori sociali. Non ha nulla di sociologico, ma è normatività pura.

    Infine, sono cortese? Mica ti odio. Ho profondo sprezzo di una certa postura intellettuale, che pretende di dire la verità del mondo, ma non si sforza minimamente di comprendere l'altro. Una postura che immagina il mondo a tavolino... Tuttavia non ho certamente sprezzo di te. Mettiamola così, ho profondissimo sprezzo per un universo di pensiero, non certo per le persone che lo esprimono. Ma se preferisci, Maria, posso anche essere irreverente e sboccato... Magari la prossima volta, se lo desideri.

    Per ora continua a prenderti i miei più cordiali saluti,

    Pietro Saitta

  5. Mi sembra di cogliere nell'ultimo intervento, un certo disprezzo nei confronti di chi si permette di "decidere e affermare che noi sappiamo meglio cosa è bene per gli altri".
    A mio avviso non è possibile sostenere una conversazione costruttiva su qualsiasi argomento, se ci si arrocca sulla posizione "chi ti dà il diritto di affermare cosa è meglio per chiunque sia altro da te?", una posizione che paradossalmente delegittima anche la persona che la pronuncia...
    Sulla base di un simile presupposto, neanche il Dott. Saitta avrebbe il diritto di esprimersi sull'argomento "tratta", non essendo un migrante. Sulla base di un simile presupposto, nessuno di noi potrebbe esprimere una opinione su nulla, ma dovrebbe limitarsi a parlare di sé.

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