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Élisabeth Badinter: «Vendersi si, velarsi no»

«Sì alla prostituzione, no al velo. Élisabeth Badinter, ancora una volta, non manca di coraggio». Così conclude la 27esima Ora, un articolo/intervista dedicato alla filosofa francese.

Ammesso sia coraggioso compiacere il popolo dei clienti e quello degli islamofobi, c’è da chiedersi quanto sia coerente riconoscere l'autodeterminazione della donna quando si prostituisce e disconoscerla quando si mette il velo.

Sulla prostituzione, Elisabeth Badinter afferma che: «Esiste la prostituzione libera, praticata da persone che decidono consapevolmente e senza costrizione di disporre del proprio corpo. Io, da vecchia femminista degli anni Settanta, penso che una donna abbia il diritto di usarlo come vuole. O lo Stato vuole promuovere l’ideale di una sessualità sempre e solo legata all’amore? E chi gliene dà il diritto?». «La visione prevalente oggi prevede che la donna sia vittima e l’uomo mascalzone. Lo vediamo in tutti i contesti, ma è falso. Dall’America degli anni Ottanta in poi, ha finito per prendere piede questo strano discorso femminista che vuole per esempio proibire la prostituzione, o la pornografia, perché necessariamente strumenti dell’oppressione delle donne. A me sembra un passo indietro». «Gli sfruttatori non vengono toccati», «nessuno ascolta il parere delle prostitute».

E’ singolare che, nel ragionamento di Badinter, l’alternativa alla prostituzione sia una sessualità sempre e solo legata all’amore. Eppure gli uomini dissociano spesso sesso e sentimento, ma non per questo si prostituiscono se non in percentuali irrilevanti. Semmai fanno i clienti. Il motivo per cui cliente e prostituta corrispondano di fatto a due ruoli sessuali, non sembra interessare la celebre filosofa. La prostituta non solo slega la sessualità dall’amore, la slega dal piacere, quindi la nega - non esiste sessualità senza piacere sessuale - per mettere il proprio corpo al servizio della sessualità del cliente. Alcune donne, per educazione e cultura, hanno interiorizzato la propria oggettivazione e scelgono spontaneamente di prostituirsi, anche perchè ritengono sbarrata o perdente ogni altra strada. Se durante la loro vita cambiano idea, difficilmente possono anche cambiare strada e reinserirsi in una attività socialmente accettata. La gran parte di esse, tuttavia, è costretta dal bisogno economico o dalla violenza e imprigionata in un sistema alimentato dalla domanda dei clienti. Perciò il governo svedese ha promulgato una legge contro i clienti e il governo francese si accinge a fare altrettanto.

Badinter nega che prostituzione e pornografia siano necessariamente strumenti dell’oppressione delle donne e con ciò rimuove il sistema del l’industria del sesso. Anche il lavoro operaio non è necessariamente sfruttamento. Ma lo diventa nel sistema industriale del modo di produzione capitalistico. E tuttavia, mentre si può concepire un lavoro operaio libero dallo sfruttamento capitalistico, quindi creativo e autodeterminato, come può essere il lavoro di alcuni artigiani o il nostro lavoro volontario, non si può concepire una prostituzione libera dallo sfruttamento che affermi la propria sessualtà anzichè negarla al servizio del cliente. Nel lavoro manuale, lo sfruttamento è un dato introdotto e divenuto prevalente. Nella prostituzione è un dato costitutivo. Perciò è considerato giusto che lo sfruttamento della prostituzione continui ad essere illegale, persino da parte di chi vorrebbe una regolamentazione.

La regolamentazione, comunque, pone due problemi. Uno di principio: definisce per legge che il corpo e la sessualità femminili sono merce. Questo ha una ricaduta su tutte le donne, non solo su quelle che individualmente scelgono di prostituirsi. Uno pratico: nei paesi dove è stata attuata, non ha migliorato la condizione delle prostitute, ma solo quella dei clienti e degli sfruttatori, oltre che dei benpensanti che hanno voluto ripulire le strade e ghettizzare la schiavitù sessuale, in genere ai margini o fuori città. Mentre in un sistema depenalizzato tutte le prostitute sono legali, in un sistema regolamentato vengono costrette alla clandestinità tutte le prostitute che rifiutano di regolarizzarsi. Nei paesi regolamentaristi come la Germania sono la maggioranza.

La grande maggioranza delle prostitute non ha voce. Quando chiede che siano ascoltate, Badinter si riferisce alle cosiddette sex worker, che manifestano contro la nuova legge francese. Esse tuttavia rappresentano una quota irrisoria della prostituzione.

Elisabeth Badinter non è invece disposta ad ascoltare le donne, le lavoratrici di fede musulmana. Al contrario sostiene persino il licenziamento di una maestra o di una tata se insegna nel suo asilo indossando il velo islamico. Secondo la celebre filosofa, indossare il velo non è dettato solo da motivi etnici o religiosi, ma anche da motivazioni politiche di opposizione ai valori della Repubblica. L’essere velata è incompatibile con i valori repubblicani (a differenza dell’essere prostituita). Neanche a dirlo, le donne che non portano il velo nei quartieri a più forte presenza musulmana sono chiamate «puttane». Dunque, «velate» vs «puttane», nuova frontiera della guerra di civiltà. Badinter ricorda le prime allieve musulmane che studiavano per integrarsi e le donne tunisine che scendono in piazza contro il principio di complementarità che i salafiti vorrebbero inserire nella Costituzione, mentre invece adesso le ragazze di origine maghrebina si coprono con il velo e si rinchiudono nello spazio delle loro famiglie. La società torna indietro e questo è dato dalle stesse autorità, tipo la Cassazione che annulla un il licenziamento di una tata velata per timore dell’islamofobia (espressione usata per far tacere chi dice la verità). Legittime le aspettative della filosofa, ma è un po’ troppo il volerle elevare a principi di compatibilità repubblicana. Il velo può dispiacere ed essere criticato. Tuttavia, in una situazione di eguali diritti di libertà e in assenza di un danno a terzi la tolleranza rappresenta la regola nei confronti di atteggiamenti, azioni, pratiche che non ci piacciono.

Gli oppositori del velo in Europa hanno provato a dimostrare il principio del danno sulla base di almeno tre argomenti:  1) il danno simbolico (religioso) a scapito della laicità; 2) Il danno simbolico (patriarcale) a scapito dell’autodeterminazione della donna; 3) il danno ipotetico (fondamentalista) a scapito della democrazia. Tutti argomenti che si ritrovano nelle riflessioni di Elisabeth Badinter. Riguardo il primo presunto danno, quello contro la laicità, esso presuppone che la laicità sia essa stessa un valore identitario e non una condizione di neutralità a garanzia del pluralismo di differenti identità politiche, religiose, culturali, compresenti nello spazio pubblico. Il secondo presunto danno, quello patriarcale contro la parità dei sessi, implica la confusione tra il simbolo e la pratica oppressiva in sè, che non ha luogo ogni qual volta una donna sceglie di indossare il velo per scelta autonoma, per motivi di identità religiosa o culturale, per abitudine. Implica inoltre la messa in atto di un doppio standard, poichè pretenderebbe solo dalle donne musulmane la rinuncia ad un simbolo per dimostrare la propria indipendenza e autonomia, mentre le donne occidentali continuerebbero ad ostentare i propri simboli di sottomissione. Infine, si cadrebbe in una contraddizione in termini con l’imposizione dell’obbligo di essere autonome. Anche il terzo argomento, quello del presunto pericolo fondamentalista contro la democrazia, confonde il simbolo con la cosa, un indumento non è un atto terroristico. (cfr. Anna Elisabetta Galeotti)

In sintesi, la differenza tra uno stato laico e democratico e uno fondamentalista non può stare nell'obbligo che impone: 1) Toglilo! 2) Mettilo! Ma nella tutela dei diritti e delle libertà individuali: Vestiti come vuoi. Lo stato laico e democratico non può legiferare su quali e quanti centimetri di pelle il corpo di una donna deve tenere coperti o scoperti. Può solo tutelare la libertà di vestirsi come si vuole.

Il principio di depenalizzazione dovrebbe allora valere tanto per la scelta di vendersi, quanto per la scelta di velarsi. Si può dubitare della libertà della scelta, ma solo al fine di perseguire chi costringe o induce. Libere o costrette, è inaccettabile che siano le donne, in entrambe le situazioni, ad essere perseguite e sanzionate o in qualsiasi modo penalizzate.


Vedi anche:
Sex worker? Non ne conosco!
Maiali pro-prostituzione e «femministe» alquanto confuse
Francia, forte movimento per abolire la prostituzione

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