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Tecnocrazia governante

Ricordo una delle parole d’ordine di Bettino Craxi: “democrazia governante”. Il segretario del Psi era perciò definito decisionista. Non perchè volesse decidere, ma perchè intendeva l’elmento della decisione a scapito della partecipazione e della rappresentanza. E’ stato il difetto di tutte le idee di riforma elettoral, istituzionali, volte a realizzare un governo stabile ed efficiente. Così dopo anni di semplicazioni maggioritarie, uninominali, alternanze, presidenzialismi e premierati di fatto, scopriamo di aver originato una democrazia improduttiva, peggiore di quella del pentapartito e della prima repubblica. E ci affidiamo ad una nuova semplificazione: quella dei tecnici. In verità, non per la prima volta. Abbiamo già avuto Ciampi e Dini. Lo stesso Prodi non era propriamente un politico. Nè i cosiddetti tecnici sono propriamente tali. Si tratta di personalità che passano da un ruolo all’altro. Una volta al governo si appoggiano comunque su maggioranze parlamentari, quindi su coalizioni di partiti. Monti è sostenuto da Pdl, Pd e Terzo Polo (Berlusconi, Bersani e Casini). Difficilmente può decidere qualcosa contro gli interessi di questi tre, in particolare del primo, il più “interessato”. Piuttosto li esonera dal compito di assumersi direttamente e visibilmente la responsabilità di scelte “impopolari”. Tipo il sacrificio sulle pensioni. Tutti a prendersela con Fornero. Si ignora quale rapporto esista tra il sacrificio sulle pensioni e il risanamento del debito (il debito lo ha fatto l’Inps?) e questo non è sano. Altro argomento incomprensibile - già molto caro ai precedenti governi Berlusconi e alla Confindustria di D’Amato - è l’articolo 18, con relativa sequenza di battute incredibili: dalla monotonia del posto fisso ai giovani mammoni che vogliono trovare lavoro solo vicino a mamma e papà. Il debito, lo spread, lo ha fatto lo statuto dei lavoratori, lo hanno fatto questi giovani? Sono questi i problemi sul tappeto?

Da vent’anni siamo ancorati ad una questione. Come tenere in ordine i conti pubblici, entro i vincoli di Maastricht e dei successivi trattati europei. Con l’alternanza tra un centrosinistra un po’ più rigorista e un centrodestra un po’ più spendaccione. Nel quadro della medesima politica neoliberista. Che non ha mai prodotto sviluppo, che non ha mai redistribuito il reddito, che non ha mai creato occupazione se non precaria. E alla fine non ha risolto neanche il problema del debito, non solo e non tanto perchè si è speso di più, ma soprattutto perchè si è prodotto di meno. E con la crisi adesso ci troviamo in recessione. Ci siamo tolti la distrazione degli scandali giudiziari e sessuali del cavaliere, ma nella politica economica non siamo passati ad altro. Siamo in continuità con la politica neoliberista di sempre, meno soft, un po’ più hard. La Germania ci paga il debito e ci dice cosa dobbiamo fare e con quali uomini di governo, accelerando sulla riduzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro.

Stare dentro una spirale di risanamento/depressione aderente al ciclo recessivo, con la speranza che poi si avvi (non si capisce come) un nuovo ciclo espansivo, può essere una idea (l’idea attualmente praticata). Ma esistono almeno altre due idee. Quella di far pagare il debito a quella parte della società, il 10%, che detiene il 44% della ricchezza nazionale, una tassa patrimoniale sopra gli 800 milioni euro come proposto dalla Cgil. E quella di rinegoziare il debito, non falcidiare salari, pensioni, consumi per trasferire ulteriore ricchezza agli speculatori. Oppure ancora, una combinazione di queste ultime due. Chi lo decide? Gli elettori. Ci si presenta con un programma di risanamento, gli elettori scelgono, quel programma sarà attuato. Se sono convinti della linea Monti, PD, PDL, e Terzo Polo possono presentarsi insieme e fare del senatore a vita il proprio candidato. La democrazia (deliberante, ok) non è un treno che passa, è un intero sistema ferroviario, entro cui si deve poter scegliere su quale treno salire.


Riferimenti:
Bertinotti: Con governo Monti annichilita la democrazia. Sindacati subalterni (Facebook)

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