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Enrico Letta e i paragoni con Togliatti e Berlinguer

Si è costituito il governo di Enrico Letta. Sulla base di un accordo tra PD, PDL e Scelta civica.

Un accordo difficile da digerire per la base elettorale del PD. Che ha votato questo partito con la convinzione di dare il voto più utile per battere Berlusconi. Che esprime la stessa tensione al cambiamento degli elettori del M5S, pur preferendo canalizzarla nella scelta di un partito di più sicura fede costituzionale, o conciliarla con la tradizionale appartenenza al campo democratico e della sinistra.

Così, per fare digerire questo accordo si sono scelti nomi nuovi. Il presidente del consiglio: Enrico Letta invece di Giuliano Amato. Poi i ministri. Esclusi gli esponenti più marcatamente berlusconiani (a parte Alfano) e i mostri sacri del PD. Una presenza qualificata di donne, anche in ministeri pesanti, tuttavia ancora distante dalla democrazia paritaria del 50 per cento. E' stata nominata Cecil Kyenge, al ministero dell'Integrazione, primo ministro di origine africana.

Per favorire ancora meglio la digestione, analisti e commentatori favorevoli al nuovo governo, consolano la base di sinistra con il paragone di precedenti compromessi storici. Già Napolitano, ha evocato l’incontro tra Moro e Berlinguer. Ma è stato troppo facile obiettare che il PD oggi non ha un interlocutore della levatura di Aldo Moro. Allora, provvede Eugenio Scalfari a trovare precedenti importanti con interlocutori di levatura inferiore.

Ricorda Scalfari, la svolta di Salerno del 1944, l’appoggio di Togliatti al governo Badoglio. Poi ancora il Berlinguer della solidarietà nazionale, che nel 1978 votò la fiducia al governo Andreotti, quando Moro fu rapito. Da quel momento in poi fu Giulio Andreotti e non più Aldo Moro, l’interlocutore del PCI. E dunque, se ieri ci si è messi d’accordo con Badoglio e Andreotti, oggi si può fare altrettanto con Berlusconi.

Trovo questi paragoni molto improbabili, e non solo per la diversa levatura morale dei personaggi citati. Badoglio fu si, un monarchico reazionario, compromesso con il regime fascista, ma alla fine fu anche un «traditore» del regime fascista, e in quanto tale poté guidare la transizione ad un regime diverso. Oggi il PD non si accorda con i traditori del berlusconismo. Casini è ridotto ai minimi termini, Fini è escluso dal parlamento. Oggi il PD si accorda proprio con Berlusconi, il capo del più recente ventennio.

La fiducia ad Andreotti, nel 1978, avvenne nel quadro di una emergenza terroristica. Il PCI aveva deciso l’astensione, perchè insoddisfatto dalla scelta dei ministri, ma proprio nel giorno dell’insediamento fu rapito Aldo Moro, quindi votò la fiducia. E tutta la strategia del compromesso storico avveniva nella cornice di un periodo storico determinato dalla guerra fredda, dalla logica dei blocchi, dalla identificazione del PCI con il blocco avversario, quello sovietico, quindi dal fattore K, dalla conventio ad excludendum dei comunisti, alla ricerca di una legittimazione per fare finalmente accedere il primo partito della sinistra italiana all’area di governo, in un sistema bloccato. Tuttavia, il profilo degli interlocutori democristiani, senza Aldo Moro, fu determinante e alla fine il compromesso fallì.

Ma soprattutto, nel 1944 e nel 1978, il PCI non aveva una alternativa. Poteva solo autoescludersi, collocarsi all’opposizione o provocare una paralisi. Oggi, il PD un’alternativa ce l’ha. L’accordo con il Movimento 5 Stelle. Con cui ha eletto i presidenti delle camere, con cui poteva eleggere il presidente della repubblica. Con cui, volendo, poteva tentare anche un serio compromesso di governo, facendo offerte non rifiutabili. E se a Scalfari la levatura di Grillo proprio non piace, può sempre ricordarsi che il PCI già si mise d’accordo con Badoglio e poi con Andreotti.

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