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Le finte verità del partito del presidente

L’elezione del presidente della repubblica ha messo in luce tre finte verità, da oltre vent’anni predicate dal gruppo dirigente del PDS/DS/PD.

La prima finta verità dice che una sinistra ridotta ad un solo partito è condizione per vincere e per governare. Condizione da realizzare con un sistema elettorale maggioritario che costringa qualsiasi minoranza riottosa a sottostare ad una alleanza subalterna o a vedersi esclusa e abbandonata dai suoi elettori attratti dal voto utile. Il risultato finale è stato il partito democratico, finalmente unico, a vocazione maggioritaria, con dentro tutti, laici e cattolici, pacifisti e guerrafondai, liberisti e socialisti, giovani rampanti e vecchi uomini di potere. Tutti uniti per vincere e governare. Spaccati in quattro, senza riuscire ad eleggere il proprio candidato presidente. Bersaniani, Renziani, Dalemiani, Popolari. Più Sel, corrente esterna. Partito unico, coalizione, teoria delle due sinistre. Forme diverse della stessa frammentazione, che per quanto costretta in questa o quella camicia di forza, alla prova dei fatti si manifesta e si realizza.

La seconda finta verità dice che il primo partito della sinistra italiana vorrebbe, ma non può. Predica il meno peggio in ossequio al riconoscimento dei rapporti di forza in attesa di tempi migliori. E’ un principio pragmatico e realista. Quello che gli fa candidare un moderato o un democristiano, perchè è l’unico candidato che può vincere. Quello che fin dal 1995, gli portava a dire: «Non possiamo regalare Dini a Berlusconi» e poi via via, questo o quel moderato. Nulla si poteva regalare alla destra, nemmeno la xenofobia. Avrebbe desiderato un principe, ma per principio di realtà baciava sempre un rospo. Questa volta il principe si è materializzato all'improvviso. Era lì a portata di mano, candidato da una forza che rappresenta un quarto dell’elettorato. Bastava aggiungere i voti democratici ed era fatta. Invece ancora una volta si sono preferiti in successione due democristiani. Sia pure da impallinare, come ai tempi della vecchia Dc. Stefano Rodotà a Grillo lo si è potuto regalare, persino con l’ansia di metterci il sigillo sopra. «Non potevamo votarlo, perchè era un candidato marchiato da Grillo» hanno dichiarato Finocchiaro e Fassino. Certo, alla fine senza i voti del PD è risultato marchiato da Grillo.

La terza finta verità dice che la sinistra, almeno quella di governo, ha una vocazione costituzionalizzatrice. Rotto di fatto il patto costituzionale a partire dal 1994, con l’emergere di partiti che non si riconoscevano nell’arco costituzionale, come gli ex fascisti di An, la Lega Nord, Forza Italia, l’allora PDS rifletteva e operava per costituzionalizzare la nuova destra. A Fini fu subito riconosciuta la svolta di Fiuggi, nonostante un anno prima celebrasse la marcia su Roma. Una Lega nord razzista e secessionista fu cooptata nella maggioranza del governo Dini e dichiarata «costola» della sinistra». Berlusconi e Forza Italia furono presto eletti a interlocutori privilegiati nella bicamerale delle riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema, con il progetto del semipresidenzialismo, non un presidente della repubblica, ma una intera architettura istituzionale.. Perchè non si poteva votare Rodotà con Grillo? Perchè il M5S ha venature anticostituzionali. Meglio le venature della destra.

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