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Un uomo può comprare una donna?

Ho letto un articolo di Lorenzo Gasparrini sulla prostituzione. Fin dal titolo, afferma che il relativo dibattito è impostato nei termini O sei con me o sei contro di me. Mentre lui propone di dialogare. Usa un modo binario (dialogo vs contrapposizione) per contestare una logica binaria (favorevoli vs contrari alla prostituzione). Sembra una posizione di buon senso. In questa versione del bianco e nero, al dialogo va la parte del bianco. Tuttavia, come Gasparrini ci insegna, ci sono tante gradazioni di grigio, per non dire degli altri colori e di tutte le sfumature. Così dipende sempre quando, come, con chi, su e per cosa.

La retorica del o come me o contro di me può esistere in vari modi. Ne ho trovati tre. Il primo è quello che pretende di farti scegliere tra due cose che possono coesistere. Ad esempio, tra l’appartenenza nazionale e l’appartenenza religiosa o l’appartenenza politica. Tedesco o ebreo, francese o musulmano, americano o comunista, ma anche cattolico o laico, etc. Possiamo fare tutte le combinazioni. Il secondo è quello che pretende di farti scegliere tra due termini, pur essendoci a disposizione termini intermedi o termini terzi. Ai tempi della guerra fredda, era la logica dei blocchi, Usa o Urss, nonostante la socialdemocrazia, il liberalsocialismo (termini intermedi) la Cina e il movimento dei non allineati (termini terzi), o la possibilità di riferirsi a classi e popoli, a prescindere da stati e ordinamenti, i campesinos latinoamericani, gli operai di Praga o di Budapest, gli studenti del ‘68, gli operai dell’autunno caldo, il movimento delle donne.

Il terzo modo è quello che, in negativo, sfrutta i primi due per cercare di aggirare il principio di non contraddizione. Al fine di produrre sintesi o terze vie che di fatto consistono nella ridefinizione e accettazione di uno dei due termini. Chi non sta al gioco, è accusato di essere vetero, manicheo e di sacrificare la complessità. Un esempio può essere la ridefinizione edulcorata del fascismo, ripulito dai suoi caratteri totalitari, rappresentato come una dittatura tollerante e bonaria che, almeno fino al 1938, ha fatto anche cose buone, una dittatura che in fondo poggiava su un considerevole consenso popolare. Chi propone questa ridefinizione, non si dichiara e non è fascista, ma intanto vede nel fascismo una fase necessaria della storia italiana, una risposta alla crisi dei ceti medi dopo la prima guerra mondiale e al pericolo rosso. In fondo, i principali oppositori - socialisti e comunisti - erano rappresentanti di dittature ancora più feroci. Altro corollario, gli eredi del fascismo possono partecipare a pieno titolo alla dialettica politica, come oppositori o come governanti, e i valori del fascismo possono essere opzioni valide quanto i valori ad esso avversi. Chi non aderisce a questa visione, è accusato di rifiutare la pacificazione e di voler proseguire la guerra civile del 1943-45.

Il fatto che alcuni vogliano negare o mutilare il pluralismo politico però, non significa che siano inesistenti le discrimianti democratiche. Dal punto di vista di una persona democratica e di sinistra, le opposizioni comunismo vs anticomunismo e fascismo vs antifascismo sono diverse. Rifiuta la prima in quanto riconosce al comunismo la titolarità di essere una parte in causa nel confronto democratico, senza pregiudicarlo, accetta la seconda in quanto vede nell’antifascismo il presupposto e il fondamento storico della democrazia concretamente realizzata, per cui disconosce i gradi intermedi. Qualsiasi grado intermedio tra fascismo e antifascismo sarebbe un po’ di fascismo, cioè un po’ di negazione della democrazia.

Allo stesso modo, il fatto che alcuni vogliano promuovere guerre di civiltà, non significa che siano inesistenti le discriminanti civili. Per esempio, sulla schiavitù, sulla tortura, sulla pena di morte. Difficile immaginare un dialogo tra favorevoli e contrari, anche se discussioni ce ne sono state e ce ne sono infinite ed io stesso le faccio e le ho fatte. Ma sono dialoghi tra sordi. Non per cattiva volontà, perchè qualcuno stabilisce che Voi fate schifo, non vi rivolgo neanche la parola. Semplicemente perchè, il dialogo presuppone alcune premesse comuni. Si discute quando si diverge nelle inferenze, nelle conclusioni. Quando si diverge sulle premesse, il dialogo è tecnicamente impossibile.

La prostituzione come la schiavitù o la tortura - spesso le comprende entrambi - costituisce una discriminante di civiltà. Faccio fatica ad immaginare un dialogo con chi pensa che una persona sia un oggetto sessuale, il suo corpo una merce, lo strumento meccanico di un servizio, una prestazione, che si può acquistare o noleggiare. Perchè non vedo la premessa comune. Il dibattito è pro o contro la prostituzione perchè è un dibattito sui principi. Il dissenso verte già sui principi.

I principi hanno per gli esseri umani l'utilità che gli istinti hanno per gli animali. Non possiamo soffermarci a valutare ogni cosa, in ogni momento. Perciò, spesso ci regoliamo secondo principio, come fosse secondo istinto. Dibattere pro o contro significa dibattere su quale debba essere il principio regolatore della società. Se gli esseri umani siano da considerarsi persone, soggetti inalienabili, uguali nella dignità, nei diritti, nelle opportunità, o siano da considerarsi anche cose, oggetti, merci, usabili, comprabili, vendibili, consumabili, poichè  dignità, diritti, opportunità sono diversi, per storia o per natura, e a questa differenza discriminante bisogna rassegnarsi. La prostituzione esiste perchè è egemone il secondo principio, perchè è il principio più congruente con lo stato di diseguaglianza e gerarchia che struttura la società. Lo riassume molto bene la testimonianza di un prostituto gay e immigrato.

Un bianco che sfrutta un nero, un vecchio che sfrutta un giovane, un uomo che sfrutta una donna, un etero che sfrutta una trans, un ricco che sfrutta un povero: questa è la prostituzione, una relazione diseguale di potere.

Accettare la prostituzione significa accettare questo diseguale rapporto di potere. Una questione dunque tutta politica, per niente moralistica, anche se i moralisti non mancano. Quali che siano le circostanze specifiche, la prostituzione esprime sempre questa diseguaglianza. Gli stessi fautori delle strade pulite e del decoro urbano, che ne scrivono [della prostituzione] non come qualcosa i cui attori sono esseri umani ma come una specie di malattia purulenta e fetente, da eliminare prima possibile dal corpo “sano” della società, vogliono eliminare la prostituzione solo dallo spazio pubblico, per meglio relegarla ad uso e consumo dei clienti, magari di loro stessi, in ghetti a luci rosse, ai margini o fuori città. Le autorità possono perseguire le prostitute proprio per preservare la prostituzione, così come possono perseguire i poveri proprio per preservare la povertà. Non ha senso rispondere rivendicando la prostituzione, così come non avrebbe senso rispondere rivendicando la povertà.

Una questione riguardo l’etichetta c’è. Perchè non abbiamo le parole. Il fenomeno andrebbe chiamato diversamente da prostituzione. Andrebbe nominato dal lato della domanda e non da quello dell’offerta, perchè è la domanda a determinarlo. La prostituzione definisce il vendersi e chi si vende, il lenocinio definisce lo sfruttamento o l’intermediazione, chi sfrutta o chi fa da intermediario - lenocinio è parola usata molto più raramente di prostituzione. Invece non esiste la parola che definisce il comprare, chi compra. Esiste solo clienti - definizione molto generica e gentileo qualche altro termine dispegiativo, che si riversa comunque di nuovo sulle prostitute. Colui che determina l’esistenza del fenomeno, non dà il nome al fenomeno, tra tutti i soggetti è quello che rimane più in ombra, anche sul piano delle parole. Eppure se le circostanze sono tante - in realtà, sono tre ad essere prevalenti: violenza, bisogno, induzione - la causa è una soltanto: la domanda dei clienti.

Questo è il punto vero. Che sgombra il campo da inutili dilemmi su quel che possono o non possono le donne. La questione è quel che possono gli uomini. Se un uomo ha il diritto di comprare o noleggiare una donna, per farne un suo oggetto. A questa domanda gli uomini devono rispondere, senza andare a nascondersi dietro l'alibi del consenso femminile. E la risposta è si o no.

Ritenere che servano le azioni citate nell’articolo - un’azione di supporto psicologico, di formazione delle forze dell’ordine, di contrasto all’economia sommersa legata alla prostituzione e alla tratta, di diffusione culturale di conoscenza del fenomeno, di organizzazione sociale per l’alto numero di persone coinvolte - presuppone il No alla prostituzione. Diversamente, se è Si alla prostituzione, non servono. Se è Ni alla prostituzione, è dubbio che servano. Il si o il no, l’abolizione o la regolamentazione, non stabiliscono la soluzione, ma la prospettiva. Non sono il superamento del traguardo, ma dicono quale traguardo vuoi superare. Se non siamo d’accordo su dove vogliamo andare, è inutile che intanto ci mettiamo in viaggio per trattare dei vari livelli del fenomeno.

Bisogna affrontare e risolvere ogni questione sociale, senza usarne una per eluderne o rimandarne un'altra. Tutte le povertà, materiali, culturali, e morali, vanno affrontate a prescindere dalla prostituzione. Esistono ragazze povere che non si prostituiscono. Vanno aiutate allo stesso modo di come va aiutata la prostituta indotta dal bisogno. Le politiche per il welfare, l’occupazione, la redistribuzione del reddito, ci devono essere in ogni caso. Almeno, secondo un punto di vista coerentemente di sinistra. Ciascuno ha le sue proposte: il reddito di cittadinanza, il reddito di esistenza, la riduzione dell’orario di lavoro, gli investimenti pubblici, il sostegno all’imprenditoria, etc. Ma, se pensiamo che la prostituzione riguardi una discriminante di civiltà, queste non sono condizioni necessarie per poterla affrontare. Come per la schiavitù. La sua abolizione è un principio civile incondizionato. Credo nessuno imposterebbe il problema nei termini: Si, va bene, è giusto abolire la schiavitù, però prima dobbiamo trovare un lavoro salariato a tutti gli schiavi, se no è l’abolizionismo è solo fuffa, senza contare che una parte degli schiavi non si trova poi tanto male, intanto vitto e alloggio ce l’hanno, e poi tutto viene chiamato schiavitù, ma sotto questa etichetta si raccolgono situazioni diversissime, da quello che si spezza la schiena nei campi a quello che fa il cocchiere, a quello che fa quasi il maggiordomo a casa, da chi tenta la fuga a chi non ci pensa proprio.

Infine, un appunto sull’uso strumentale e propagandistico della parola proibizionismo, per definire le posizioni favorevoli all’abolizione della prostituzione. L’espressione corretta è abolizionismo. Usare proibizionismo significa suggerire che le prostitute sono come le bevande alcoliche o le sostanze stupefacenti e che i clienti sono come gli alcolizzati o i tossicodipendenti. Che i contrari sono i conservatori e i favorevoli sono i progressisti. Ovviamente, non è così. Non lo è neanche da parte degli sfruttatori. Mentre i narcotrafficanti sono contrari alla legalizzazione del consumo di droga poiché gli sottrarrebbe il mercato, gli imprenditori della tratta e dello sfruttamento sessuale sono invece favorevoli alla legalizzazione della prostituzione, poichè glielo ampliarebbe e già glielo ha ampliato dove questa è stata realizzata.

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