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Zero evacuazione donne



di Maria Rossi


Sono infinitamente grata a chiunque abbia organizzato ieri iniziative di riflessione sulla pratica della violenza maschile sulle donne e alle giornaliste e femministe Adriana Terzo, Barbara Romagnoli e Tiziana Dal Pra per aver proclamato uno sciopero cui ho aderito con convinzione. Grazie, grazie a tutte! www.scioperodelledonne.it

Mi ha rattristato invece, da donna che ha vissuto certe esperienze, la pubblicazione di un articolo di Monica Pepe nel quale ho ravvisato, a torto o a ragione, una forma di victim blaming, di disprezzo profondo nei confronti dei soggetti cui la violenza è stata inflitta. Vi si parla infatti di autonarrazione di donne infelici con uomini violenti o traditori, il cui unico riscatto è l'evacuazione a trasmissioni televisive dell'industria del dolore. Evacuazione: vocabolo che indica, come ognun sa, o l'abbandono di un luogo, imposto da motivi di emergenza (ma in tal caso il lemma è seguito dalla preposizione semplice da e dal complemento di separazione o di allontanamento) o, come pare proprio in questo caso, l'eliminazione delle feci dall’intestino o lo svuotamento di una raccolta patologica di liquido (un versamento pleurico, ad esempio). Dunque, i racconti delle vittime di violenza sono degradati ad atti di defecazione o a flussi di materiale infetto, purulento, che rischia di contagiare le donne sane, quelle che la violenza non l'hanno mai subita e rimpiangono il tempo in cui essa veniva occultata, suscitava un sentimento di pudore, anziché essere pubblicamente narrata e apparire come concreta attestazione della condizione di oppressione in cui versano le donne, una condizione che ci si ostina a negare. Meglio ritornare disciplinatamente al silenzio, si raccomanda, per evitare la mercificazione del dolore o, al limite, affidarsi alle iniziative di movimento, quasi che quest'ultimo, in qualsiasi modo lo si intenda, possa sostituirsi alle narrazioni autobiografiche delle vittime, ritenute evidentemente incapaci di raccontare il proprio vissuto secondo i corretti parametri e paradigmi culturali elaborati da questa o quell'altra compagna. Ci si lasci espropriare dalle e dagli esponenti di questo ectoplasmatico movimento che sa produrre analisi, interpretazioni, decodificazioni, commenti, glosse, postille asettiche, senza abbandonarsi a disgustose evacuazioni purulente, per giunta spettacolarizzate e mercificate.

Né ci si rivolga ai Centri antiviolenza, perché si rischia di sfiancare le operatrici, costringendole ad un lavoro di ascolto continuo di storie che appartengono al secolo passato. Ora: immagino quanto sia difficile, dura ed emotivamente coinvolgente l'encomiabile attività delle operatrici di questi Centri e so che essa comporta un notevole carico di stress con il pericolo di incorrere nella sindrome da burnout. Io un lavoro simile non sarei proprio in grado di svolgerlo, in quanto richiede doti e competenze davvero sovrumane. Ciò detto, non è piacevole leggere che le vittime di violenza rappresentano soltanto un peso, una presenza ingombrante e snervante. Pare inoltre che la violenza si configuri per l'autrice di questo testo come una forma di rapporto arcaico, come il retaggio di un passato ancestrale e non come una modalità di oppressione patriarcale che, benché abbia radici antiche, si perpetua, assumendo caratteri sempre nuovi.

Compaiono poi nel testo che sto commentando espressioni di cui non riesco a comprendere l'utilità o il senso recondito, che mi pare piuttosto enigmatico. Vi è l'invito, rivolto a uomini e donne, ad essere reciprocamente dolci e gentili. Il valore della tenerezza e della cordialità è indiscutibile, ma perché viene evocato in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne e perché l'esortazione viene rivolta anche a loro? Sarò sospettosa, ma non è che si è convinte che sia la presunta insolenza femminile a provocare la giusta reazione maschile? Qualche riga dopo, si ritiene, infatti, opportuno tranquillizzare gli uomini, rassicurandoli sul fatto che, quando avremo conquistato i nostri diritti, saremo tenere con loro. Non devono, pertanto, temerci. Che significa questo ribaltamento del discorso? Si sta affrontando il problema della violenza perpetrata dagli uomini sulle donne e sono i primi, quindi, a non dover incutere paura alle compagne, anziché il contrario.

O forse la chiave interpretativa, il paradigma corretto di lettura della violenza maschile sulle donne va individuato nel materno che controlla l'uomo, evocato dall'autrice dell'articolo? La responsabilità della violenza viene fatta ricadere sulle madri e sull'ordine simbolico materno che, introiettato da tutte le donne, le indurrebbe ad esercitare un soffocante controllo sugli uomini, scatenandone la reazione violenta, ma pienamente giustificata, in quanto volta alla riconquista della libertà conculcata? Ho capito bene o ho frainteso il significato di questo periodo? E se la mia interpretazione è corretta, mi chiedo quando smetteremo di chiedere alle donne di farsi carico dei comportamenti maschili e quando cesseremo di ritenerle colpevoli delle violenze che subiscono.

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