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Lo sciopero delle donne



di Maria Rossi


Parteciperò allo sciopero indetto il 25 novembre in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza maschile contro le donne.

Vi sono alcune femministe italiane che ritengono invece insensata la sua proclamazione, perché questa pratica sindacale presuppone l'esistenza di una controparte e comporta una definizione di subalternità, un'equiparazione alle dipendenti che prestano la propria forza lavoro ad un datore (in questo caso il compagno), gerarchicamente superiore, in vista della produzione delle attività domestiche e di cura. Queste femministe non comprendono poi quale nesso vi sia tra una rivendicazione di carattere sindacale e la lotta contro le molteplici e complesse forme di violenza maschile contro le donne.

Una risposta eloquente a quest'ultimo quesito la offre la psicologa sociale Patrizia Romito, quando nel fondamentale testo Un silenzio assordante, illustra il motivo per cui la violenza maschile finisce per avvantaggiare tutti gli uomini, inclusi quelli che sono ben lontani dall'esercitarla.

[...] tutti gli uomini, anche coloro che non sono violenti, ricavano dalla violenza esercitata da alcuni: facilità di accesso a rapporti sessuali, servizi domestici gratuiti, accesso privilegiato a posizioni lavorative più elevate e meglio retribuite [p.40]

Il legame tra violenza maschile sulle donne e lavoro domestico e di cura è esplicitato anche da Lundy Bancroft, che individua questo nesso, però, solo nel caso degli abusanti. Per l'autore di Uomini che maltrattano le donne i violenti si attribuiscono uno status speciale che conferisce loro diritti esclusivi e privilegi che perpetuano la disuguaglianza sociale e domestica tra i sessi. Si ritengono in diritto di ricevere, senza contraccambiarle, costanti ed ininterrotte cure domestiche ed emotive, deferenza, appagamento sessuale e pretendono di essere esentati da qualsiasi responsabilità. Se le partner non sono sufficientemente solerti nel soddisfare i loro desideri o richiedono reciprocità nelle manifestazioni di affetto, collaborazione nello svolgimento delle mansioni domestiche e nella cura dei bambini e assunzione di responsabilità, i maltrattanti si ritengono autorizzati a ribadire, anche con l'uso della violenza, la diseguaglianza dei diritti dei membri della coppia. Uomini di questo tipo non esitano, per appagare i propri desideri sessuali, a esercitare coercizione sulle compagne, ossia, a commettere stupri.

La pratica della violenza è quindi chiaramente funzionale al conseguimento di una serie di benefici che la rendono pienamente giustificabile agli occhi dei maltrattanti e assai difficile da abbandonare. Gli abusi garantiscono il mantenimento del potere e del controllo sulle partner e l'esercizio del dominio gratifica questi uomini. Adottando comportamenti aggressivi, i violenti ottengono dal rapporto la soddisfazione completa dei propri desideri, senza compiere alcun sacrificio e, soprattutto, senza darsi la pena di appagare le esigenze delle compagne. Si garantiscono, senza offrire reciprocità, l'esaudimento dei propri bisogni affettivi, la presa in carico dei propri problemi da parte delle compagne, il godimento, rispetto a queste ultime, di una maggior quantità di tempo libero, assicurato dal rifiuto ad accettare un'equa ripartizione del lavoro domestico e di cura. Si pongono al centro dell'attenzione, acquistano la certezza che la propria carriera ed altri obiettivi personali saranno sempre considerati prioritari, ricevono l'approvazione di amici e parenti che condividono il loro sistema di valori. Con l'esercizio della violenza, infine, gli uomini maltrattanti impongono alle partner norme che essi si esentano dal rispettare. Se vogliamo che [i violenti] cambino - osserva Lundy Bancroft - dobbiamo chiedere loro di rinunciare al lusso dello sfruttamento.

La violenza - afferma a sua volta Patrizia Romito - è una strategia sistematica per mantenere le donne subordinate agli uomini. Asserzione confermata dalla Convenzione di Istanbul, recentemente ratificata dal Parlamento italiano, che riconosce la violenza contro le donne come uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali esse sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini. Violenza e subalternità o tentativo di mantenere la donna in tale condizione sono, dunque, concetti strettamente connessi.

Quanto alle attività domestiche e di cura esse si configurano effettivamente come prestazioni di lavoro gratuito erogato anche a favore del compagno e al suo posto, nel senso che non esiste affatto una ripartizione egalitaria tra i sessi di questo genere di mansione. Già ho evidenziato il nesso tra violenza e fortissimo squilibrio nella distribuzione del lavoro non remunerato. L'ultimo rapporto dell'Ocse attribuisce, poi, alle donne italiane un non invidiabile primato planetario: quello di consacrare la maggiore quantità di tempo alle attività domestiche e di cura: 36 ore alla settimana contro le 14 degli uomini e di dedicare al lavoro 326 minuti al giorno più dei compagni. Il tasso di occupazione femminile è pari al 47% contro il 67% di quello maschile e contro il 60% della media Ocse (74% contro 84% per i laureati); anche i salari femminili sono inferiori. Un terzo delle italiane hanno un impiego part-time rispetto ad una media Ocse del 24%. Le differenze di genere rischiano di essere accentuate dalla crisi economica in atto.  In queste condizioni, affermare che le relazioni intime non devono assumere anche un carattere rivendicativo significa perpetuare lo status quo e cristallizzare i ruoli tradizionalmente attribuiti ai generi, a tutto svantaggio delle donne.

Il femminismo materialista francese, per fare un esempio, a differenza di quello italiano, non esita invece a denunciare l'esistenza di rapporti sociali gerarchici tra i sessi e a distribuire uomini e donne in classi distinte: i dominanti e le dominate. Per combattere e sconfiggere la subordinazione sociale, economica, simbolica femminile, bisogna anzitutto ammetterne l'esistenza. In Italia, al contrario, si temono i forti contrasti e si disconosce da parte di alcune la presenza del dominio maschile e della subordinazione femminile, quasi si trattasse di concetti umilianti, osceni, indicibili, mentre l'operazione che si compie, evocando queste nozioni, è quella di afferrare e di riconoscere la realtà sociale per meglio contrastarla.

Sono convinta che l'erosione, se non la dissoluzione, o quanto meno la risignificazione di questi concetti, non solo in Italia, sia anche connessa al trionfo di un capitalismo senza più rivali, benché costituzionalmente e perennemente in crisi, che ha reso impronunciabili o quasi nozioni come dominio e subordinazione, oppressori ed oppresse, lotta di classe, o il concetto gramsciano di classi subalterne.

E' ovvio allora che ad alcune paia assurdo associare la lotta contro la violenza maschile sulle donne a quella contro i padroni, (le molestie sessuali si subiscono anche da loro), le istituzioni, il governo. A me pare invece giusto e sacrosanto. Siamo o no subalterne e subiamo o no violenza anche dallo Stato? Le e i partecipanti ai movimenti sociali non sono forse oggetto di repressione da parte di quelle stesse forze dell'ordine che si mostrano così poco solerti nel perseguire gli uomini denunciati anche più volte per violenza?

Strettamente collegato al rifiuto dei termini oppresse ed oppressori, dominanti e dominate è il rigetto dei vocaboli vittima e carnefice (o meglio colpevole). Ma se la donna che subisce violenza non è vittima cos'è? Complice, corresponsabile, una che se l'è cercata? E' in fondo quel che pensano moltissimi uomini. Dalle risposte ad un questionario recentemente somministrato dall'Eurodap: Associazione Europea Disturbi da Attacchi di Panico ad un campione di 1200 uomini e donne si apprende che tre uomini su dieci ritengono che le donne stesse siano responsabili degli atti di violenza che gli uomini scatenano nei loro confronti. Gli altri sette, invece, pur condannando fermamente i maltrattamenti, non sanno effettivamente quanto e in che modo una donna possa incentivare e scatenare la violenza.  Mi chiedo se e quanto la rimozione del termine vittima, intesa nell'accezione propria di persona che subisce un danno senza esserne responsabile, possa involontariamente concorrere a mantenere simili convinzioni, se non addirittura ad alimentare o, comunque, a perpetuare la violenza. In fondo è lo stesso maltrattante a ritenere che la donna sia una provocatrice e meriti di essere colpita. Sarebbe opportuno riflettere seriamente su questa questione e su questa potenziale e imprevista conseguenza del disprezzo o della negazione del concetto di vittima.

La ricerca di Eurodap evidenzia altri dati preoccupanti. Il 70% degli uomini considera il tradimento femminile più grave di quello maschile ed esprime un giudizio fortemente negativo nei confronti delle donne che vestono in modo provocante. Dunque - ne deduco - le donne verrebbero stuprate a causa dell'abbigliamento che indossano e se la andrebbero a cercare.

Inoltre un intervistato su due non si rende conto di quanto un minore possa soffrire in ambienti violenti e conflittuali, che potrebbero provocargli notevoli danni psicologici.

Il lavoro informativo da compiere per modificare queste convinzioni è davvero imponente e non lo si può fare, a mio parere, cancellando vocaboli che servono a distinguere nitidamente chi è responsabile della violenza e chi invece la subisce.

Io ritengo, con Patrizia Romito, che, 

se il termine vittima disturba, è proprio perché designa in maniera fin troppo chiara le relazioni di potere che sono in gioco: c'è un aggressore, che causa un danno, e una vittima, che lo subisce. Se così è, forse allora dovremmo reclamare, come scelta politica, il termine vittima


La violenza contro le donne nel mondo

603 milioni di donne vivono in Paesi nei quali la violenza contro le donne non è considerata un reato.
Ragazze e donne costituiscono l'80% delle circa 800.000 vittime di tratta annuali. Il 79% della tratta avviene a scopo di sfruttamento sessuale.
Tra 100 e 140 milioni di ragazze e di donne hanno subito mutilazioni genitali.
7 donne su 10 nel mondo riferiscono di aver subito nel corso della loro vita  episodi di violenza fisica e/o sessuale
Il 50% delle violenze sessuali sono state commesse nei confronti di ragazze di età inferiore ai 16 anni.
A causa degli aborti selettivi, mancano 100 milioni di bambine.
Sono oltre 60 milioni le spose bambine, maritate prima dei 18 anni.
1 donna su 4 ha subito violenza fisica o sessuale durante la gravidanza.

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