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Le violenze contro le donne. L'arma del patriarcato



di Maud Gelly - 20 luglio 2004.
Lega Comunista Rivoluzionaria
(Traduzione di Maria Rossi)


Le violenze contro le donne non sono determinate da crisi individuali, come a molti piacerebbe credere, ma sono prodotte da un sistema: il patriarcato.

Le violenze esercitate sulle donne sono multiformi: si tratta di atti che, con la minaccia, la costrizione o la forza, infliggono loro, nella vita privata come in quella pubblica, sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche allo scopo di intimidirle, di punirle, di attentare alla loro integrità fisica e psicologica. In contrasto con il puro e semplice conflitto, la violenza è perpetrata in modo distruttivo ed unilaterale: il vincitore è sempre lo stesso. Le violenze possono essere commesse nello spazio pubblico, nel luogo di lavoro e, soprattutto, nell'ambito della famiglia: due stupri su tre avvengono in famiglia e uno su due nell'ambito della coppia, una donna su dieci ogni anno è vittima di violenze coniugali [n.d.t si tratta, naturalmente, di statistiche francesi] [..] e la violenza è la prima causa di morte delle donne dai 16 ai 44 anni in Europa. Le violenze sono una colonna portante del patriarcato, che non è una sommatoria di discriminazioni, ma un sistema coerente che plasma tutti gli ambiti della vita collettiva ed individuale. La violenza contro le donne non è una sommatoria di infelici storie individuali, ma è un fatto sociale. [..]

L'appropriazione delle donne

Dalla mano sul sedere nel métro all'assassinio, tutte le donne conoscono la violenza. Benché le violenze fisiche sembrino più gravi, esiste un continuum tra violenze psicologiche, verbali e fisiche. Il tabù della violenza è così forte che bisogna spesso che essa evolva in violenza fisica perché quella psicologica sia percepita come tale dalle donne. Gli uomini violenti agiscono secondo una strategia ben precisa e controllano molto bene il progredire delle violenze: è per questo che dopo un periodo di violenze verbali, le percosse iniziano spesso durante la gravidanza, perché i violenti sanno che a questo punto le donne sono "intrappolate" e li lasciano meno facilmente; è per questo che si comportano gentilmente dopo aver commesso atti di violenza: per dissuadere le donne dal denunciarli (è la "luna di miele" tipica del ciclo della violenza); è per questo sono spesso molto affabili: per non suscitare sospetti negli ambienti che frequentano [...]

In breve, la violenza è connessa contemporaneamente ai rapporti sociali di dominio e a una strategia perfettamente calcolata che mira all'appropriazione della vita e del corpo delle donne. Siamo ben lontani dal mito che vuole che la violenza si spieghi con la perdita del controllo, con il "raptus", con la pulsione sessuale irrefrenabile. Il carattere sistematico delle violenze  mantiene le donne immerse in un clima di paura e la paura cambia il loro comportamento, le porta a piegarsi alle esigenze del compagno o del padre, a evitare i vicoli scuri o l'autostop, ad autocensurarsi e a non fare quel che vogliono, quando e dove lo vogliono: le violenze impongono un vero e proprio codice di condotta alle donne.

D'altro canto, le lesbiche e le donne che cambiano frequentemente partner sono più soggette alle violenze fisiche, come se dovessero pagare la loro estraneità alla norma sociale.

Strumento di controllo sociale delle donne, la violenza mostra fino a che punto gli uomini possano arrivare per mantenere i rapporti di forza a loro favore.

Un problema strutturale

Questa analisi femminista si contrappone ad altre interpretazioni di differente orientamento politico, ma che hanno in comune la minimizzazione delle violenze e la negazione del loro carattere strutturale. Si tratta di analisi che fanno della violenza una questione di incapacità di gestione delle relazioni interpersonali, un problema di cattivo carattere, una conseguenza dell'alcolismo, la manifestazione di una presunta arretratezza culturale, [...] un danno collaterale del capitalismo, la manifestazione di disturbi psichiatrici. La scelta dello schema di analisi delle violenze ha evidentemente delle conseguenze pratiche in termini di lotta per porvi fine. Le rivoluzionarie e i rivoluzionari devono contrastare queste interpretazioni delle violenze contro le donne, che portano a depoliticizzarle. La battaglia contro queste violenze non è una questione morale, è una questione politica, nel senso che esse sono l'espressione dei rapporti sociali [tra i sessi] e lo strumento della loro conservazione [...]

Le violenze attraversano tutte le classi sociali. Ma le condizioni di precarietà e di isolamento rendono più difficile la presa di coscienza dei propri diritti e il ricorso ai servizi appropriati, [...] e la mancanza del permesso di soggiorno rende molto difficile il ricorso alle istituzioni. In breve, se le violenze sono un fenomeno interclassista, le donne delle classi popolari devono superare molti più ostacoli per spezzare le loro catene.

Ostacoli creati dai governanti [...] La legge del 2002, adottata su iniziativa della lobby mascolinista, che la chiama infatti "legge Ségolène Royal /SOS Papa" [n.d.t. è una delle maggiori associazioni dei padri separati francesi] mistifica la rivendicazione femminista della condivisione del lavoro di cura e, rimuovendo il fatto che la metà delle separazioni sono dovute alle violenze coniugali, istituisce il principio del mantenimento dei rapporti del bambino con entrambi i genitori in caso di separazione, principio che ha comportato l'incarcerazione di donne che si opponevano al diritto di visita dei bambini da parte di padri violenti. La convenzione di Ginevra non riconosce come rilevanti ai fini dell'ottenimento del diritto di asilo le violenze sessiste o lesbofone, i matrimoni forzati, le mutilazioni genitali, gli stupri di guerra e ciò costituisce una negazione flagrante del carattere politico di queste violenze. Esiste quindi una vera e propria tolleranza sociale delle violenze, che si manifesta con tali provvedimenti politici, ma anche con la cattiva applicazione delle leggi, la pubblicità sessista o i discorsi che fanno l'apologia della prostituzione come vettore della liberazione sessuale e della sovversione dell'ordine morale.

Eppure la prostituzione, che mette a disposizione degli uomini, dei loro presunti desideri incontrollabili, un certo numero di donne spinte sul marciapiede dalla povertà e dalla globalizzazione neoliberista, non intacca minimamente né l'ordine sociale sessuale né la doppia morale sessuale. Ne è soltanto la caricatura. La prostituzione è una violenza e nessuna spiegazione psicologica fondata sulla libera scelta di prostituirsi resiste alla prova dei fatti: prima che i loro Paesi passassero da un'economia di piena occupazione al capitalismo selvaggio, le donne dell'Europa dell'Est non erano tentate dalla prostituzione ed è la rapida pauperizzazione che le ha fatte entrare nella prostituzione a migliaia. Quanto all'industria pornografica, è sufficiente fare un giro sui siti specializzati per comprendere che i suoi moventi sono, non il piacere sessuale, ma il piacere di dominare e di umiliare e le rappresentazioni razziste della sessualità delle donne straniere:quando, per 4500 Euro all'ora, delle donne africane sono riprese mentre fanno sesso con dei cani, di quale sessualità si tratta?

Una violenza minimizzata

Da qualche tempo, alcuni intellettuali come Marcela Iacub, Hervé Le Bras ed Élisabeth Badinter si fanno portavoce di questa pseudo liberazione sessuale e minimizzano la violenza che farebbe parte, secondo loro, della normale sessualità. Rimproverano alle femministe di "vittimizzare" le donne mediante la denuncia delle violenze e sostengono che le violenze non esistono se non in quelle che Badinter chiama "sacche di arretratezza". Ora: se non è effettivamente facile né esaltante scoprirsi vittima, si tratta però di una tappa necessaria per prendere coscienza dell'oppressione e per lottare per porvi fine. Sono piuttosto coloro che rifiutano di sentir parlare delle violenze che bloccano le donne nella loro condizione di vittime, privandole degli strumenti per ricostruire la propria vita. Queste teorie reazionarie, che assumono una parvenza sovversiva, riscuotono un certo successo, anche tra la sinistra radicale, e bisogna combatterle per quello che sono: un attacco politico al femminismo che si inserisce nel backlash (nel riflusso, cioè, dopo il conseguimento di alcune conquiste femministe).

L'altro ragionamento da combattere è quello che consiste nell'accusare le femministe di fare il gioco dei politici securitari denunciando le violenze. Nessuno oserebbe fare un ragionamento simile contro le denunce delle violenze razziste. Il suo uso contro le femministe significa che la lotta contro le violenze sessiste è considerata meno politica della lotta contro le violenze razziste. [...]

Cosa vogliamo

Vogliamo una legge quadro che si ispiri a quella ottenuta dalle femministe spagnole, che riguardi le violenze sessiste e lesbofobe, quelle fisiche, sessuali e psicologiche commesse nell'ambito della famiglia e della coppia (anche dopo la separazione), sul luogo di lavoro e nello spazio pubblico e che sia integrata da misure di carattere preventivo ed educativo; vogliamo il sostegno economico e giuridico alle vittime, la sanzione dei violenti, una casa e un impiego, il diritto d'asilo, il permesso di soggiorno alle vittime straniere, la formazione degli operatori interessati alla questione, il divieto della pubblicità sessista. Esigiamo gli strumenti per applicare una legge di questo tipo. Un grande sviluppo dei servizi pubblici contro la violenza sulle donne, con centri antiviolenza, case rifugio e personale preparato. L'abrogazione della legge Sarkozy sulla sicurezza, che criminalizza le prostitute.

2 Responses to “Le violenze contro le donne. L'arma del patriarcato”

  1. Aggiungerei che è doveroso adoperarsi per combattere l'inuguaglianza economica. Spesso senza lavoro e senza una qualche adeguata autonoma remuneratività o costrette ad una palese sudditanza economica, come possono emanciparsi le donne?

  2. Sono perfettamente d'accordo con te, Licia.

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