di Maria Rossi
Non so come si chiami l'autrice di questa importante
testimonianza. Legittimamente non rivela il suo nome. So, per averlo
letto in altri suo post, che non si tratta di una prostituta che esercita
in strada. Si tratta invece di una escort: di una studentessa
di 24 anni, consumatrice problematica di sostanze psicotrope (cocaina).
Non è assoggettata ad un prosseneta. Nella traduzione ho conservato
il termine "puttana", (pute in francese), impiegato
dalla ragazza, non perché ne condivida l'uso, né perché intenda
stigmatizzare le donne che praticano rapporti mercenari, ma solo per
mantenermi fedele al testo e perché il vocabolo esprime sia l'incorporazione
dello stigma da parte delle donne nella prostituzione, sia la loro tendenza
a nutrire un profondo disprezzo per se stesse, come rivela in alcuni
punti anche questa testimonianza.
Da qualche settimana vedo regolarmente passare sul mio profilo twitter
dei twetts di virulenta indignazione per l'equiparazione tra stupro
e prostituzione. Si tratterebbe, secondo chi redige questi messaggi,
di un'affermazione di una violenza intollerabile che demolirebbe in
un colpo solo il valore del consenso femminile e che, ancor peggio,
stigmatizzerebbe gravemente le puttane e le donne stuprate. (Essa dipingerebbe
le prime come persone incapaci di compiere delle scelte razionali e
sminuirebbe le sofferenze e le violenze vissute dalle seconde). Suppongo
che il revival di questo tema nel dibattito sulla prostituzione sia
strettamente legato alla centralità che assume nei dibattiti abolizionisti.
[Il messaggio che equipara la prostituzione allo stupro è questo]:
Pagare una prostituta significa IMPORRE un atto sessuale non desiderato grazie al POTERE che conferisce il denaro.
Prostituzione = stupro
Il denaro non cancella un crimine.
Le abolizioniste ritengono che il bisogno economico e il potere del
denaro che ne deriva (ricordiamo en passant che il potere economico
nel mondo è detenuto in larga maggioranza dagli uomini e che la parità
salariale è ben lontana dall'essere realizzata nella maggior parte
degli Stati) siano alcune delle cause che permettono ai clienti
di imporre alle donne prostituite rapporti sessuali non desiderati e
non consensuali (dal momento che cedere non significa acconsentire)
e che, sotto questo profilo, l'equiparazione della prostituzione allo
stupro sia pertinente.
Fin dalle prime volte in cui mi sono imbattuta in frasi che denunciavano
l'intollerabile violenza di questa affermazione, ho sentito che qualcosa
non andava. Non saprei dire cosa, ma sentivo uno strano disagio e, soprattutto,
non riuscivo a capire dove stesse il problema.
Io stessa sono una puttana e una donna che è stata stuprata e, tuttavia,
non considero questa equiparazione una cosa di inaudita violenza, benché
ciò sembri platealmente evidente a molte altre persone.
Ho avvertito allora il bisogno di soffermarmi a riflettere
sulle affermazioni e sugli slogan che vengono spesso ripetuti nel dibattito
sulla prostituzione e ho sentito la necessità di cercare di essere
il più possibile franca e onesta con me stessa per rispondere a questa
domanda: "Percepisco queste parole come una violenza e perché?"
E' un esercizio difficile, perché di violenza nel mio ambiente ce
n'è un sacco. (Le peggiori violenze non sono neppure quelle connesse
al mio "stato" di puttana, ma quelle legate alla mia tossicomania).
Violenze fisiche, verbali, intenzionali o meno, quelle che faccio a
me stessa e quelle che mi fanno gli altri e tutto ciò finisce per produrre
una sorta di rumore assordante che rende talvolta molto complicato comprendere
il chi , il che, il che cosa, il come, il perché [ciò avvenga].
E infine, sono giunta alla conclusione che le frasi che mi urtavano
di più erano quelle che banalizzavano radicalmente ciò che io (ed
altre) viviamo, in particolare mediante la negazione radicale
della violenza rappresentata da un rapporto sessuale praticato per dovere.
Tutte quelle frasi che, ironia della sorte, spesso si ritiene
difendano i miei diritti e le mie libertà, come queste:
Le puttane offrono volontariamente un servizio,
dunque va tutto bene
[Il significato di questa espressione è questo]:
Tu offri le tue prestazioni
e, dunque, le devi effettuare. E come qualsiasi fornitore e fornitrice
di servizi, devi mantenere i tuoi impegni, altrimenti non sei una
buona venditrice, nel qual caso non dovrai stupirti di avere dei cattivi
clienti o una pessima reputazione.
Le puttane si prostituiscono
liberamente. Non sta a me dirgli che cosa fare della propria vita.
Uao! Fantastico! Io, personalmente,
non sono affatto contraria all'idea che mi si faccia notare che mi sto
facendo del male e che mi sto sfracellando la testa contro un muro,
né sono contraria al fatto che, se lo desidero, ci sia qualcuno disposto
ad aiutarmi. No, no, seriamente, io non trovo che la mia libertà sia
negata da questo.
Le puttane che si lamentano
della durezza e della violenza della propria esistenza, possono smettere
di prostituirsi: si è sempre liberi di scegliere nella vita.
Questa frase può tacitare
la coscienza di chi è abbastanza privilegiato da crederci, ma non sarebbe
male compiere un piccolo sforzo per mostrare un po' di empatia (verso
le prostitute)
Le puttane che si lamentano
della durezza e della violenza della loro vita sono delle opportuniste
che vogliono approfittare di associazioni fin troppo caritatevoli, del
governo, delle nostre tasse e vogliono ingannare la gente. In realtà
non sono altro che delle sfaticate che non vogliono lavorare come tutti
gli altri.
Certo! Come no! Perché in
effetti prostituirsi è fantastico, remunerativo, non è faticoso e
non è violento, in breve è un ottimo affare per le sfaticate.
Si può scegliere di essere
una puttana così come di essere una segretaria o una professoressa
di matematica. Non vedo quale sia il problema.
In contrasto con un'idea
che tende a diffondersi sempre di più, gli atti sessuali non sono
banali, lasciano segni e quindi non sarebbe male che si educassero un
pochino le persone, in particolare gli uomini, a non dire fesserie.
Ritengo assai problematico normalizzare la prostituzione e considerarla
un lavoro qualsiasi e una risposta valida e accettabile alla povertà.
Ma, soprattutto, questa affermazione rende totalmente invisibili le
violenze specifiche e connaturate alla prostituzione e credo che sia
proprio questo quello che mi dà più fastidio.
Si può sempre dire di no,
interrompere il rapporto, andarsene e restituire il denaro.
Considerando le volte in cui il guadagno derivante
dalla prestazione sessuale risulta essenziale per la vostra sopravvivenza,
quelle in cui il rapporto comincia a non funzionare quando ormai è
già iniziata la penetrazione, quelle in cui vi trovate con un cliente
molto influente in internet [n.d.t. le cui valutazioni nei forum sulle
prestazioni della ragazza possono danneggiarla], dire di no, interrompere il rapporto e allontanare
il cliente, non è così facile. Non è impossibile, certo (io l'ho
già fatto), ma non è tanto facile.
Queste frasi sono violente puttanate.
Questa sordità estrema, questa indifferenza, questa responsabilizzazione/ colpevolizzazione,
questa banalizzazione di ciò che io (e molte altre) viviamo, è peggiore,
molto peggiore, di una sopravvalutazione della violenza della prostituzione.
Perché, sì, effettivamente, assimilare in modo sistematico lo stupro
alla prostituzione è forse un po' esagerato e non ho dubbi sul fatto
che ciò possa apparire violento a certe persone.
Ma io, personalmente, ritengo molto più violento tutto ciò che tende
a normalizzare o a dipingere come divertente e simpatico il fatto che
mi prostituisca.
Percepisco come molto più violento l'ascolto esclusivo delle persone
che affermano di vivere tranquillamente la prostituzione e la considerazione
del mio caso come particolare e marginale.
Sento come molto più violenta l' ultracolpevolizzazione e il
fatto che la mancanza di rispetto dei clienti sia inevitabile, una volta
pubblicato il mio annuncio o le mie foto. Percepisco come molto
più violento il fatto che si pensi che lo "slittamento" del
rapporto verso la violenza sia determinato dalla mia incapacità di
porre dei limiti.
Considero molto più violenta la negazione radicale di ciò che c'è
di violento, di penoso e di brutto nel fatto di dover scopare per dovere.
(No, no, non è soltanto un disagio passeggero).
Certo: ci si può abituare rapidamente alla violenza. Ci si può
abituare a minimizzarla, ad eluderla, ad ignorarla, a passarci su, al
punto, talvolta, da non riuscire più a vederla, quando è presente.
Sul momento, quando "sono in servizio", ho un sacco di altre
cose su cui concentrarmi: farmi dare i soldi, far usare il preservativo
e fare attenzione al comportamento del cliente, controllare il
tempo dell'esecuzione della prestazione.
Ma talvolta, quando ripenso a certi appuntamenti, sento un retrogusto
amaro e disgustoso, mi sento torcere le budella e mi sento gelare il
sangue per qualche secondo.
E sono convinta che c'è qualcosa di più violento di questo
retrogusto fetido ed è la mia sensazione di non avere il diritto di
sentirlo.
Perché, dopo tutto, ero là, quella era la mia libera scelta, bisognava
effettuare la prestazione...Strano come ciò mi ricordi qualcosa...
E poi, come succede sempre, vi è un grande assente, qualcuno di
cui non si parla mai, perché, sì, sono tutti d'accordo su questa
questione e dunque non vale la pena discuterne.
Le puttane costrette, assoggettate alle reti dei prosseneti, chiamiamole
pure come vogliamo.
Si accusano spesso le abolizioniste di non avere una mentalità aperta,
ma discutere soltanto della prostituzione ritenuta liberamente scelta
che cos'è, se non la rimozione di un grosso problema?
Che cos'è la prostituzione per queste donne se non uno stupro pagato?
Come si può parlare con indignazione di intollerabile violenza dell'assimilazione
della prostituzione allo stupro senza prendere in considerazione questo
problema neppure per un secondo?
Quello che appare strano in questo dibattito, è l'inversione delle
priorità.
Si denuncia la violenza di certe frasi per una minoranza [di prostitute],
prima di pensare a quel che significano per la maggioranza di esse.
Ci si indigna a nome di alcune che vivrebbero la prostituzione come
una forma di realizzazione personale, se non di divertimento, senza
considerare quelle per le quali essa è invece una reiterazione di violenze
e di traumi e tanto meno quelle che sono costrette da altri a prostituirsi.
Ci si preoccupa dei clienti, oh poveri uomini!, stigmatizzati da tali
frasi, mentre sarebbe necessario capirli: la miseria sessuale è una
cosa così triste!
Allora: non nego che si possa percepire come una violenza l'assimilazione
della prostituzione allo stupro. Capisco anche perfettamente perché
essa possa urtare.
Ma, nella condizione attuale, credo di preferire che si esagerino
forse un po' le violenze che avvengono nella prostituzione, piuttosto
che vi ci si abitui al punto da considerarle normali.
Perché la vera violenza intollerabile per me, è proprio questa.