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«Ero soltanto una merce»



Rosen Hicher (ex prostituta ed esponente dell'associazione delle Sopravvissute)

(Traduzione di Maria Rossi)


Signore e Signori, che avete firmato la petizione lanciata da Antoine o il Manifesto dei 343 maiali, sapete cosa state difendendo? Voi celebrità che vivete sotto i riflettori, che non conoscete né la precarietà né la violenza, pensate davvero che la prostituzione sia un film?

Sono stata una prostituta per più di 20 anni. Nella penombra dei bar, sono stata sottomessa al volere dei clienti. Ho subito i loro insulti, le loro esigenze umilianti. Ho conosciuto Francesi indigenti e straniere vittime della tratta, originarie di Paesi in rovina, mentre si spegnevano lentamente, tutte o quasi tutte assoggettate a una rete di magnaccia o a un singolo bastardo, un piccolo prosseneta o un grosso trafficante il cui lavoro consiste nel fornire al cliente la merce che desidera.

Oggi, a nome di tutte queste donne  la cui voce non viene ascoltata, di tutte queste donne private del diritto di parola, io vi voglio esprimere la mia collera! Che cosa credete? Che il nostro silenzio sia il segno della nostra accettazione? Ma per favore! Noi tacciamo a causa del vostro giudizio, del vostro disprezzo! Perché abbiamo paura e ci vergogniamo. Malgrado tutti i bei discorsi, voi ci considerate delle nullità; in una parola ci considerate delle puttane.

Che cosa potete saperne voi, visto il vostro tenore di vita, delle nostre lacrime, quando il cliente se ne va? Della nostra disperazione, del nostro sentimento di abbandono, di ribellione nei confronti di quegli uomini che ci insudiciano e ci derubano dell'intimità? Che ne sapete del nostro sconforto? Della paura che ci assale ad ogni rapporto?

Vi piace pensare che abbiamo la libertà di scelta. Mi metterei a ridere se avessi ancora la forza di ridere. Per me, come per molte di quelle che ho incontrato, tutto è cominciato con le belle parole di un uomo. Era bello e ricopriva di regali proprio me, una che non ha mai ricevuto niente, se non la violenza di suo padre e gli stupri di suo zio. Gli ho creduto.

Non sono stata fortunata: era cattivo. Avevo 17 anni, fuggivo da casa. Mi ha fatto salire in macchina e mi ha sbattuto fuori, in prossimità di una curva, per prepararmi alla mia futura condizione di donna che si può vendere, di donna che si può buttar via. Questi uomini sono dei predatori. Si attaccano alle più vulnerabili, fiutano la buona puttana. Poi, spetta a noi fare in modo di evitare le violenze e le perversioni dei clienti che la nostra fragilità eccita.

Ci son caduta dentro e ci ho messo 22 anni per uscirne. Ventidue anni di violenze sessuali, affogate nell'alcool per riuscire ad andare avanti, per non vedere, per non sentire. Quando si è cadute dentro, non si può far altro che dire: va beh! E' per la mia famiglia, per i miei bambini! Altrimenti si crolla come un castello di carta. Io, un tempo, ho persino difeso la prostituzione e richiesto la riapertura delle case chiuse!

Perché non hai fatto nulla per cambiar vita, direte? Ma chi assumerebbe una donna senza un passato? Non vivo più, sì, vivo una vita spenta; una vita senza vita. Non so più cercare, non so più vendermi. Perché bisogna vendersi e io so soltanto vendere il mio corpo. Vendere il mio coraggio, il mio ardore, la mia forza, dimostrare di saper lavorare, ma come?  E per far cosa? Non lo so più.

Mi sono persa per strada; come se fossi morta senza rendermene conto. A forza di ricorrere alla dissociazione per resistere  alle aggressioni di tutti questi uomini, ho la sensazione di vivere sospesa al di sopra del mio corpo. Non sento più niente. Vorrei tanto riscattarmi! Ma non mi piaccio più, detesto la donna che sono diventata.  Mi tormenta il ricordo dei clienti: delle mani che mi toccano, delle pance, una più grossa dell'altra, delle pelli brutte e rugose.

I clienti non possono amare, possono soltanto scopare. Io sono una merce, che essi comprano. Come potrei essere ancora me stessa? Clienti, vi accuso! E accuso la società che non mi ha aiutata ad uscire da questa impresa di demolizione.

Credete che la mia storia  non sia più attuale? Che oggi le ragazze siano libere? No. Le incontro, mi parlano. E la loro storia non è per nulla cambiata. E' cambiato lo scenario: la via Saint-Denis è  stata rimpiazzata da internet, i bordelli dai bar con le accompagnatrici, ma la loro vulnerabilità è sempre la stessa. E voi continuate a sfruttarle senza voler sapere nulla, cullandovi nelle illusioni e facendo della letteratura sull'argomento.

Quando si sopravvive - perché molte ne sono morte e ne moriranno ancora - si è completamente distrutte. Oggi vi chiedo di guardare in faccia la realtà, anche se spiacevole. Voi parlate di rischi sanitari, di clandestinità. Ma la clandestinità è nella stanza, quando si chiude la porta e ci si lascia sole  nelle mani dei clienti! Quel che distrugge la nostra salute, è la prostituzione, non il posto dove si esercita.

E poi, infine, considerate le mie sorelle prostitute come donne, non come puttane! Donne che soltanto una legge potrà tutelare e disintossicare da tutte le dipendenze: dalla droga, dall'alcool, dagli uomini malvagi. Io voglio dir loro che si può fare. Io ci credo. Io ci sono riuscita.

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