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Il nome del conflitto «israelo-palestinese»

Ecco in sintesi la causa delle incomprensioni sul conflitto mediorientale. La spiega Alessandro Litta Modigliani su Notizie Radicali, pubblicazione del più filoisraeliano dei partiti italiani. Il conflitto è chiamato con il nome "sbagliato": israelo-palestinese. Al posto di quello "giusto": arabo-israeliano. L'articolo è ripreso dall'Opinione.

1) Il nome giusto del conflitto sarebbe “arabo-israeliano”, perchè la guerra cominciata nel 1948 e proseguita nel 1956, 1967, 1973, 1982, ha sempre visto gli stati arabi come controparte di Israele.

In realtà, l’attacco arabo al neonato stato israeliano avvenne quando la nakba era già in atto (Il massacro di Deir Yassin è precedente la proclamazione d’indipendenza). La guerra civile comincia nel novembre 1947, subito dopo il voto di spartizione all’Onu, e il conflitto esisteva già da molto prima del 1947-48.

Negli anni venti e trenta numerose furono le dimostrazioni di protesta da parte dei neo nati movimenti palestinesi, che sovente sfociarono in veri e propri scontri a tre tra l'esercito di Sua Maestà britannica, i residenti arabi e i gruppi armati dei coloni ebrei. Spesso gli attriti non erano dovuti all'immigrazione in sé, ma ai differenti sistemi di assegnazione del terreno: gran parte della popolazione locale per il diritto inglese non possedeva il terreno, ma per le abitudini locali possedeva le piante che vi venivano coltivate sopra (tra cui gli alberi di ulivo, che erano la coltura prioritaria e che, vivendo anche secoli, divenivano dei "beni" passati di generazione in generazione nelle famiglie); di conseguenza, molti terreni usati dai contadini arabi, erano ufficialmente (per la legge inglese) senza proprietario e venivano quindi acquistati (o ricevuti in affidamento) da coloni ebrei appena immigrati che, almeno in un primo tempo, erano ignari di questa situazione. Questo meccanismo, unito alle regole con cui venivano solitamente gestiti i terreni assegnati ai coloni (la terra doveva essere lavorata solo da lavoratori ebrei e non poteva essere ceduta o subaffittata a non ebrei), di fatto toglieva l'unica fonte di sostentamento e lavoro a moltissimi insediamenti arabi preesistenti (Wikipedia).
Ma, dopo aver sostituito “palestinese” con “arabo”, retrodatare l’inizio del conflitto “arabo-israeliano” a prima del 1948 implicherebbe sostituire anche “israeliano” con “sionista”. Il principale manuale di riferimento del conflitto, Vittime, ad opera di Benny Morris, ha per sottotitolo: Storia del conflitto arabo-sionista. 1881-2001. Definizione che, se introdotta nel linguaggio pubblicistico corrente, evocherebbe la messa in discussione della legittimità di Israele, già definito “entità sionista” dai suoi nemici, proprio per negarne il riconoscimento come stato. Tuttavia, la negazione di una soggettività politica (quella palestinese), inevitabilmente fa traballare anche l’altra (quella israeliana).

2) Il nome "sbagliato" del conflitto sarebbe israelo-palestinese, per tre ragioni: 1) l’intifada palestinese sarebbe solo una guerra per procura (gli stati arabi farebbero la guerra ad Israele attraverso i palestinesi, impossibilitati a farla direttamente), 2) Controparte di Israele è anche Hezbollah, partito islamista libanese sciita (mentre i palestinesi sono sunniti), 3) Infine, l’Iran che vuole dotarsi dell’arma nucleare per dominare il mondo arabo e distruggere Israele. L’Iran che è non è neppure uno stato arabo.

Qui le cose si complicano. 1) Come il soggetto del conflitto lo si può estendere da un lato, lo si può estendere anche dall’altro. Se i palestinesi sono armati e finanziati dall’Iran e da alcuni paesi arabi, Israele è finanziata e armata dagli Stati Uniti e da alcuni paesi europei, oltre che dalle comunità della diaspora ebraica. La stessa Israele, fin dal suo progetto originario, si concepisce come un avamposto dell’Occidente in un mondo di barbari. 2) I palestinesi vengono definiti sunniti, ma il sunnismo è un orientamento dell’Islam, può riguardare Hamas, ma molte organizzazioni palestinesi a cominciare da Fatah, sono laiche. Se si vogliono connotare i palestinesi per appartenenza religiosa, come si fa per gli Hezbollah e l’Iran, si finisce per parlare di una guerra di religione. Allora il nome giusto del conflitto sarà “ebraico-musulmano” o peggio ancora “giudaicocristiano-musulmano”. 3) Impossibile, infatti, tenere l’Iran persiano nei confini di un conflitto “arabo-israeliano” se non intendendo l’arabo come un sinonimo del musulmano.

Se è un conflitto di religione che coinvolge più stati, ne risulta il vecchio conflitto di civiltà, pensato dopo il 1989, da Samuel P. Huntington, precursore involontario dei neocons. I radicali, in materia mediorientale, hanno molto in comune con i neocons. Che lo schema fosse congeniale ad Israele fu intuito da Sharon nel 2001, dopo l’attacco alle torri gemelle, secondo cui il conflitto “israelo-palestinese” non era altro che la prima linea del conflitto di civiltà. Sharon come Bush e Arafat come Bin Laden. Al Qaeda fu in effetti una grande sciagura per le sorti della seconda intifada.

Tuttavia, credo Litta Modigliani, preferisca uno schema nel quale Israele risulti solo contro tutti, o quanto meno contro un grande insieme arabo-musulmano (persiani inclusi). I suoi argomenti non sono del tutto sbagliati (a parte l'idea che gli stati arabi abbiano ancora in cima ai loro pensieri la guerra ad Israele). Lo diventano se pretendono di essere esclusivi, di voler sostituire altri argomenti invece che limitarsi ad aggiungersi. E’ evidente che esiste una tensione tra Israele e Iran, come tra Israele ed Hezbollah. E’ evidente che sono esistite guerre arabo-israeliane. Così come è evidente che esiste un conflitto israelo-palestinese. Questi conflitti esistono tutti insieme e di ognuno va riconosciuta la sua specificità, la sua ragion d’essere, irriducibile entro questa o quella cornice. Spiegarsi tutto con un odio e un fanatismo fuori contesto, è un buon modo di dialogare come un sordo.

L’articolo non spiega se quella palestinese sarebbe una guerra per procura, perchè i palestinesi da soli non avrebbero la forza di ribellarsi all’occupazione israeliana dei loro territori, o perchè non avrebbero in realtà alcuna ragione per ribellarsi e la stessa occupazione israeliana neppure esisterebbe se solo i palestinesi si comportassero bene (o tutti gli arabi dovrebbero comportarsi bene?). Lo sguardo che riduce i palestinesi a pedine di forze più potenti (gli stati arabi, l’Iran), che nega loro ogni soggettività, ogni ragione autonoma di conflitto, è speculare allo sguardo di chi si spiega ogni conflitto - dalle pussy riot alla guerra civile siriana - come frutto di un complotto della Cia, di una interferenza americana o occidentale volta a destabilizzare questo o quel regime. Le interferenze ci sono, ma queste non annullano e non sovrastano le cause interne e autonome di quei conflitti. Allo stesso modo, gli interessi degli stati arabi o dell’Iran non annullano la causa palestinese, l’aspirazione all’autodeterminazione o quanto meno il riconoscimento di uno status giuridico, di una cittadinanza. E’ infatti, ben difficile sobillare, strumentalizzare e armare la minoranza palestinese residente e cittadina in Israele. La questione palestinese è precedente il 1948, era già implicita (proprio perchè negata) nello slogan originario del sionismo, una terra senza popolo, per un popolo senza terra, e viene rilanciata nel 1967 con l’occupazione e poi la colonizzazione di Gaza e della Cisgiordania.

E’ comunque vero che sul conflitto mediorientale esiste un dialogo tra sordi, anche più di uno. Tra chi vede solo diritti esclusivi e concepisce il conflitto come un gioco a somma zero. Tra chi è favorevole alla convivenza, ma presume che i diritti di una parte debbano essere subordinati a quelli dell’altra. E tra chi pensa che gli uomini siano tutti uguali e pure i diritti debbano essere uguali, riconosciuti allo stesso modo, incondizionatamente, reputando perciò intollerabile che da oltre 40 anni, a tre milioni di persone sia negata la sovranità e l’indipendenza sulla propria terra e nello stesso tempo sia negata la cittadinanza dello stato occupante.

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