Post più vecchio Post più recente

Donne rappresentate come masochiste

Le donne provocano, desiderano, fantasticano, vogliono. E così le prendono. Uno dei luoghi comuni più odiosi è quello secondo cui alle donne piace essere maltrattate. Questa credenza, in modo esplicito o sottointeso, indica in un naturale masochismo femminile la causa principale, o una concausa molto importante, della violenza maschile. Una credenza che agisce nella coscienza diffusa, che fa puntare l’obiettivo su di lei quando rimane vittima della violenza di lui. Che si domanda perchè lo ha sposato, perchè non lo ha lasciato, perchè gli ha concesso ancora un incontro, perchè lei non ha fatto per tempo le cose giuste e nel modo opportuno per evitare di essere colpita. Alla fine è colpa sua, se l’è cercata o se l’è meritata. Lui certo è un violento, ma questa è una condizione normale. Lei ha davanti un albero, deve fermarsi o deviare, altrimenti va a sbattare e se va a sbattere tutti gli interrogativi riguarderanno lei e non l’albero che è sempre stato lì.

Talvolta la colpevolizzazione della vittima viene messa in atto persino nei commenti a situazioni impreviste e improvvise, quali possono essere un’aggressione per strada o nella violazione del proprio domicilio, come racconta Anna Salter (2009). Così come nei consigli preventivi: ad esempio la polizia di Brooklyn, che suggerisce alle ragazze di vestire abiti più castigati per evitare gli stupri. Tuttavia, come insegna certa giurisprudenza italiana, anche l’abito più castigato può essere una prova a sfavore.

Da certi ambienti religiosi, lo spirito soffia nella stessa direzione: Le donne subiscono violenza perchè provocano (Associazione Gesù e Maria 2012), Le donne provocano gli stupri (Vescovo di Foligno 2011). Qui, come dall’altra parte dell’oceano.

Passando dalla realtà alla creatività artistica, le cose non migliorano. Marco Ferradini è entrato nella storia della canzone (e nei ricordi di tutti) solo grazie ad una strofa del suo Teorema. La conclusione del testo corregge e smentisce, ma le parole che sono rimaste impresse per decenni nella nostra testa sono quelle che recitano: Prendi una donna, trattala male, lascia che ti aspetti per ore (...) e allora si vedrai che ti amerà... Un luogo comune per esser vero si accontenta di poche conferme, a dispetto di molte eccezioni, e chiunque può dire di conoscere almeno una donna come quella cantata.

Di tanto in tanto, un’attrice, una cantante famosa, in genere una sex symbol, confessa di gradire poca o tanta brutalità maschile, con immancabile enfasi mediatica, da Eva Longoria a Rihanna. Vero o falso, ne guadagna in facile pubblicità.

La letteratura dà il suo contributo. In testa alle classifiche dei libri più venduti del 2012, Cinquanta sfumature di grigio, seguito da Cinquanta sfumature di nero, e Cinquanta sfumature di rosso, trilogia ad opera di Erika Leonardi, in arte E. L. James, inclusa dal Time Magazine nella lista delle 100 persone più influenti del mondo. E’ la storia di una ragazza ribelle che si sottomette ad un maschio dominatore. (...)

Ad Ana viene proposto un contratto, in cui sono elencate le "regole" da seguire durante la relazione con Christian: il loro rapporto dovrebbe essere ricondotto al ruolo di Dominatore e Sottomessa. Christian è abituato a non avere nessun tipo di relazione affettiva con una donna, il contatto è limitato alla sola vita sessuale, in cui lui impartisce ordini e la donna deve compiacerlo o verrà punita. I comandi variano dal tipo di vita da seguire durante la giornata, agli atteggiamenti da avere durante i momenti di intimità: così il bello e affascinante Christian si trasforma in un essere sadico-masochista, dalle tendenze sessuali fuori dalla norma. A differenza però di tutte le donne con cui è stato, Ana si rivela essere una novità, difficile da gestire, ma soprattutto da interpretare e l'ingenua e innocente Ana, invece di rifiutare, si butta a capofitto in questa relazione, pensando di essere in grado di gestirla. Pian piano viene travolta in una realtà di erotismo e di pratiche BDSM mai immaginate prima, in cui dolore e piacere si uniscono in un connubio inscindibile di cui non può fare a meno (Wikipedia).

L’opera, edita in Italia da Mondadori, è valorizzata da Panorama, perchè permette alle donne di sentirsi finalmente libere, sottomesse e felici. Si dirà, è una rivista conservatrice e berlusconiana. Sfogliamo allora una rivista progressista e antiberlusconiana, il supplemento Donna di Repubblica. Nel suo ultimo numero pubblica i risultati di uno studio scientifico sulle fantasie erotiche femminili. Prima fantasia, neanche a dirlo, quella di essere stuprate.

La complessità del cervello femminile si riflette nella produzione, frenetica e sorprendente, di fantasie sessuali. Non ci sono limiti all'immaginazione delle donne quando c'è di mezzo il desiderio. Persino un evento aberrante come lo stupro può diventare fonte di eccitazione, così come esser costretta ad avere un rapporto orale, anale o ricevere avances da parte di un'altra donna. 
La semplicità del cervello di un comune consumatore di pornografia non avrebbe saputo desiderare di meglio.

Se questo è l'immaginario stereotipato di certa cultura popolare, amministrativa, religiosa, patinata, conservatrice o pseudoprogressista e pseudoscientifica, proviamo ad esplorare l'immaginario della cultura alternativa, più alternativa che si può, dove potremo ascoltare e leggere finalmente qualcosa di diverso (?). Eccoci sul blog “Femminismo a Sud”:

(...) Immaginate cosa deve essere un dolore a due, dove la coppia esiste in co-dipendenza. Dove gli incastri sono perfetti. Lui cerca una che goda dell’imposizione di passioni cicliche, altalenanti, esplosive. Lei ne è attratta e ne ha paura allo stesso tempo. Lui impone dolore e odore e lei si eccita all’odore ma teme il dolore.
Sono due creature informi che si riattivano della reciproca esistenza. Si fiutano l’un l’altr@ e si feriscono, l’un@ con la totalizzante presenza e l’altr@, forse, con la persistente indifferenza. Il caldo e il freddo, altalenanti, non mi ferire, feriscimi, perché il dolore è vita, perché io voglio vivere, perché ho paura di vivere.
Il dolore a due è una danza, il cui ritmo cresce, gioisce, scivola, muore, rinasce e ricresce. La violenza è parte di tutto questo. Perché la passione non è mai piatta. Provate a chiedere alle donne che sono sopravvissute alla violenza se quell’amore dipendente l’hanno più provato, se l’hanno archiviato con facilità, se la loro carne è viva o se è sopita. Se la violenza sia un dolore o una necessità (...). 

Che dire? Tutto il mondo è paese.
Cambiano le sfumature. Tra cinquanta, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

11 Responses to “Donne rappresentate come masochiste”

  1. qui si fa una voluta confusione: il sadomasochismo sessuale è un gioco di ruolo sempre consensuale, non è violenza vera..nessun rapporto sessuale per quanto rozzo o "rustico" può definirsi violento se c'è consenso.
    E in tema di bdsm, più che le Cinquanta sfumature consiglio il film Secretary con Maggie Gyllenhall.

  2. in un modo o nell'altro si mettono sotto accusa le fantasie erotiche delle donne ogni volta che non sono in linea con ciò che è considerato "buon sesso" e non va bene. Che si sogni il sesso romantico o il bdsm non c'è niente di cui vergognarsi.
    e poi che si intende per "brutale"? Vestiti strappati? Graffi sulla schiena? Morsetti? Saltarsi addosso? lui che ti prende in braccio e ti getta sul letto? Qui mi pare che siamo nell'ambito della passione e non c'è nulla di sbagliato a volerlo come non c'è niente di sbagliato a volere la dolcezza che neanche quella è incompatibile con la passione. In ogni caso se c'è consenso non c'è maltrattamento nel sesso.

  3. Ho presente la differenza tra il BDSM e il sadomasochismo, la discriminante è il consenso, ma qui parlo di rappresentazioni.
    Nella realtà o nella fantasia, nel gioco o nell'imposizione, lei è quella che riceve la violenza, nè è attratta, dipendente, e si attiva per sollecitarla.
    Questa è una rappresentazione masochistica della donna, che le attribuisce in parte se non in tutto la responsabilità della violenza di cui è vittima.
    Non metto sotto accusa le fantasie delle donne, semmai chi ne dà una rappresentazione parziale e unilaterale.

  4. "Violenza è codipendenza" è un titolo che mi ha molto impressionato, negativamente, intendo. Soprattutto alla luce del fatto che gli episodi recenti di cronaca ci rimandano un vissuto molto diverso: donne che vogliono liberarsi, donne che se ne sono andate, e che vengono rincorse, braccate, tormentate e, spesso, uccise. Come si fa a parlare di codipendenza in questi casi? Stiamo forse rispolverando il vecchio adagio della donna che dice no ma intende si? Trovo anche molto destabilizzante il passo "Vuol mettere in galera le passioni?", preceduto da "Lui in carcere col marchio del carnefice e lei in carcere, sotto sorveglianza, presso centri, case, luoghi finti laici, col marchio della vittima": si mettono sullo stesso piano la persona che agisce la violenza e la persona che la subisce; nessuno è colpevole, nessuno è innocente, entrambi sono due "drogati" della passione. L'amore ne esce svilito e umiliato, da questa immagine di passione come rapporto fra due malati di autodistruzione. Se a picchiarti è il tuo compagno, non sei una vittima, perché "te la sei voluta", "in fondo te lo sei scelto tu", "se ci sei stata vuol dire che ti piaceva", insomma, non si può neanche commentare da quanto è avvilente. Molte donne del dolore ne farebbero volentieri a meno: è il dolore ad inseguirle, anche quando hanno cambiato casa, anche quando hanno denunciato perché volevano essere lasciate in pace, perché volevano essere libere e felici. Vogliamo togliere loro anche quei pochi luoghi dove possono rifugiarsi, quei "centri, case, luoghi finti laici" dove possono sentirsi al sicuro, solo per perseguire il delirio di chi non vuole accettare che non sempre riusciamo ad essere artefici del nostro destino, che non sempre quello che ci capita avviene perché "ce lo siamo meritato"? Perché il caso esiste, esistono la sventura, la sfortuna di imbattersi nella persona sbagliata, esitono le ingiustizie e le cose che vanno male anche quando ce la mettiamo tutta, perché pensare di essere la causa di tutto, ma proprio tutto ciò che accade, beh, è una sorta di mania del controllo.
    Mi rattrista molto questa involuzione, soprattutto se a mostrarne i segni sono quelle persone che sembravano aver preso coscienza del problema...

  5. Grazie all'autore, che mi sembra abbia ben compreso tutte le sfumature della questione. E stendiamo una coltre di oblio sulle ex-femministe neo-masochiste.

  6. "Questa è una rappresentazione masochistica della donna, che le attribuisce in parte se non in tutto la responsabilità della violenza di cui è vittima."

    e ridai..ma nel gioco del bdsm nessuno è davvero vittima, non è veramente violenza! E non si possono confondere le acque.
    Quanto alle relazioni violente (cioè con uomini violenti sul serio)..nei suoi romanzi Stephen King ne ha descritti molti sempre con grande sensibilità e in maniera credibile nei suoi romanzi: Rose Madder, Dolores Claiborne, It, attraverso il personaggio di Beverly..non è mai responsabilità della donna picchiata per quanto questa possa sentirsi in colpa (anche solo per aver scelto un simile uomo), è che a volte restiamo con persone che ci fanno del male perchè crediamo, sbagliando, di meritarcele. E qui entra in gioco secondo me come ci hanno cresciuto i nostri genitori (e vale anche per l'uomo che fa violenza che è comunque il colpevole)..quanto all'articolo di FaS direi che cercare la complessità non è di per sè sbagliato ma ci sono parti di quell'articolo che non mi convincono...quando ad esempio dice dei centri antiviolenza che credo svolgano un lavoro prezioso partendo dalla volontà della donna di voler essere libera perchè nessuno può essere liberato da un rapporto violento contro la sua volontà

  7. Paolo1984, l'abbiamo capito che il BDSM è un gioco, ma tu hai capito che sto parlando di rappresentazione?
    Desideri di dominazione e sottomissione appartengono sia agli uomini, sia alle donne. Nel gioco e nella fantasia, sia gli uomini, sia le donne, si immaginano in un ruolo o nell'altro. Come pure in altri ruoli che vanno oltre la dinamica del sopra/sotto.
    Ma se la pubblicistica fa coincidere questi ruoli con una divisione sessuale, per cui è sempre il maschio a desiderare il dominio, è sempre la donna a desiderare la sottomissione, queste fantasie così rappresentate finiscono per avere valore normativo: se vuoi essere un vero maschio, se vuoi essere una vera femmina, quello è il tuo modo di desiderare e di godere. Oltre ad essere una rappresentazione stereotipata, è una rappresentazione pericolosa, perchè finisce, in modo subliminale, per rinforzare un modo di pensare attenuante sulla violenza (quella vera): tanto in fondo alle donne piace. Anche perchè - e lo spiega Repubblica - le donne sono inibite e l'idea di essere forzate le libera dal senso di colpa. Questa idea, che un po' di forza è necessaria per vincere l'inibizione femminile, è abbastanza diffusa tra gli uomini, e qui i confini tra gioco e realtà si confondono sul serio. Un giornale progressista dovrebbe evitare di rinforzare convinzioni di questo tipo. Si veda, ad esempio, una discussione a caso: http://www.metaforum.it/showthread.php/21810-Bacio-rubato-14-mesi-di-reclusione

    Sull'articolo di FaS sono del tutto d'accordo con Ricciocorno.

    Mettere sullo stesso piano la vittima e l'aguzzino, rappresentare le vittime come fossero tutte possedute dalla sindrome di Stoccolma, indicare il blog "Finchè morte non vi separi" come rappresentativo del punto di vista delle donne che hanno subito violenza - blog scritto dalla stessa autrice dell'articolo - indicare le istituzioni preposte alla prevenzione e alla repressione della violenza come le vere e uniche nemiche, è il contrario della complessità. E' un semplicismo che fa confusione. La confusione non è complessità.
    L'articolo ricalca vecchie teorie psicologistiche sulla violenza, che finiscono per rimuovere la matrice, il segno patriarcale della violenza.
    Peraltro l'autrice è ormai molto attiva nel negare il concetto di "violenza di genere".

    Riporto in proposito una citazione di Patrizia Romito.

    "Alcune teorie psicologiche [ad esempio quella della corresponsabilità] possono diventare strumenti potenti per colpevolizzare le vittime [di violenza] e ridurle all'impotenza. Più in generale, la psicologizzazione consiste nell'interpretare un problema in termini individualistici e psicologici piuttosto che politici, economici o sociali e nel rispondere di conseguenza in questi termini. E' un meccanismo sociale potente per disinnescare la consapevolezza dell'oppressione e la potenziale ribellione.
    La psicologizzazione è quindi una tattica di depoliticizzazione a sostegno dello status quo e dei rapporti di potere dominanti. "
    (Patrizia Romito, Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori).

    Ringrazio Paola per l'apprezzamento.

  8. Lizzi, le chiacchere stanno a zero: se c'è consenso non è violenza Punto e nessuna rappresentazione può trasformare un uomo che la vede in uno stupratore se non lo è. Condannare certe rappresentazioni artistiche e narrative (ma Secretary è molto meglio delle Cinquanta sfumature) in quanto "pericolose" perchè poi la gente le legge e pensa che...come se fossimo tutti poveri lobotomizzati incapaci di giudizio non mi trova concorde. Dicevano e continuano a dire le stesse cose del genere horror e non lo accetto, non lo accetterò mai. Fantasie di dominazione e sottomissione le hanno gli uomini come le donne ed è legittimo rappresentarle...pensare che rappresentando una donna che gioca alla "sottomissione" all'interno di una relazione bdsm consensuale si legittimi la violenza vera è moralismo puro e non fa per me, Se uno è talmente cretino da pensare che ad una donna piaccia essere stuprata lo è a prescindere dai romanzi! Discorso analogo sulla "forza" che vincerebbe l'inibizione femminile: nel gioco della seduzione nessuno è passivo davvero, nel caso specifico se lei non voleva essere baciata e lui è andato avanti ha sbagliato, ha commesso un reato e va punito perchè un uomo lo capisce quando il no è no e non sarà mai sì..se decide di ignorarlo è un molestatore.
    Che poi esista l'inibizione femminile e non solo è un fatto..se ad esempio siamo alla prima volta e lei magari è un po' nervosa e lui la rassicura con dolcezza e la convince e lei dice sì non è stupro (l'esempio si può fare pure a parti invertite).
    Quanto alle parole della Romito: non si tratta di assolvere la cultura ma di non ignorare le storie individuali e questo non significa, non può significare equiparare moralmente vittima e carnefice

  9. "pensare che rappresentando una donna che gioca alla "sottomissione" all'interno di una relazione bdsm consensuale si legittimi la violenza vera è moralismo puro e non fa per me"

    e lo stesso dicasi anche per ogni generica condanna delle scene di sesso e/o violenza nella narrativa. Se mostrare certe cose è necessario al nostro racconto e alle atmosfere che vogliamo evocare vanno mostrate

  10. Non condanno "certe rappresentazioni".
    Condanno la generalizzazione.

  11. ma la generalizzazione sta già da prima nella testa di alcuni spettatori, non nelle rappresentazioni in sè

Leave a Reply

Powered by Blogger.
© 2010 Massimo Lizzi Suffusion theme by Sayontan Sinha. Converted by tmwwtw for LiteThemes.com.