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Il popolo del nemico

Un governo può avere tra i fondamenti della sua politica il consenso di una parte del suo popolo, che lo acclama nelle piazze o lo elegge nelle urne; ciò però, non dovrebbe far giungere alla conclusione che sia il popolo ad essere responsabile, o quantomeno corresponsabile, della politica del governo.

Una idea di questo tipo ha implicazioni razziste e violente. E' l'idea che crea lo stereotipo del tedesco nazista e che deve aver fatto sembrare plausibile al nostro presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, apostrofare come Kapò, il presidente degli eurodeputati socialisti Martin Schulz, nel luglio 2003. O peggio ancora, è l'idea in base alla quale, nel 1999, in prima serata televisiva, ospite di Michele Santoro, il politologo Edward Luttwak giustificò i bombardamenti americani su Belgrado, sostenendo che il popolo serbo era corresponsabile della politica di Milosevic, avendolo eletto per due volte, e quindi la guerra contro il regime non poteva che essere anche una guerra contro il popolo serbo.

E'' un principio che ricorre spesso nel conflitto arabo-israeliano. Intervistato dal Weltam Sonntag, che chiedeva conto delle conseguenze sui civili, degli attacchi israeliani, nel luglio 2006, Olmert rispose: (...) La popolazione che finora li appoggiava è in fuga, ha perso case e proprietà, è in collera. In ogni modo, hanno sempre odiato Israele. Hanno concesso rifugi e nascondigli agli Hezbollah. Hanno spesso nascosto in casa le rampe dei razzi (...) Gli Hezbollah sono civili e nascosti tra i civili, non sono un esercito regolare. E capita di leggere, su blog e forum, da parte di qualche sostenitore filo-israeliano, che se i palestinesi hanno votato Hamas, si meritano il blocco economico e l'assedio di Gaza, oppure da qualche sostenitore filo-palestinese (magari antisemita), che il popolo israeliano avendo votato Beghin, Shamir, Netanyahu e Sharon, e avendo prestato servizio militare in Tsahal, è responsabile nel suo complesso della politica israeliana nei confronti del loro vicino.

Ma questa responsabilità non può esistere, o almeno non può essere intesa in modo così diretto e intenzionale. In ogni popolo convivono orientamenti diversi, la maggioranza vota in base alle sue informazioni, ai suoi sentimenti, alle sue paure. Che possono cambiare. I cittadini assolvono i propri doveri, secondo le leggi dello stato, prestano servizio militare, così come pagano le tasse, e talvolta lavorano per fabbriche d'armi, o in un indotto che in qualche modo li rende parte di un ingranaggio che non controllano. L'idea che essi, cittadini, civili, in quanto parte di un popolo, siano corresponsabili delle decisioni dei vertici politici e militari, apre la strada al razzismo in tempo di pace, e alle punizioni collettive e indiscriminate in tempo di guerra.

(Metaforum, settembre 2008)

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