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«Punto su di te». La campagna di 'Pubblicità Progresso' contro il sessismo e la violenza sulle donne

http://www.youtube.com/watch?v=n7PSjVZmAPY&feature=share&list=PL7B6472ED759B2789
L'ultima campagna di Pubblicità Progresso contro la violenza sulle donne si intitola Punto su di te. Consiste in manifesti che ritraggono una ragazza con un messaggio da continuare in uno spazio fumetto. Alla base dei manifesti, il logo della campagna con la scritta In Italia le donne non possono esprimersi al 100% e con l'invito ad andare sul sito web per trovare strumenti per segnalare le offese (compresi i contenuti violenti che si trovano in Rete), insieme ai contatti di tutte le associazioni che lavorano sul tema. I manifesti sono stati esposti per alcune ore. Gli spazi fumetto sono stati riempiti da alcuni passanti con insulti e volgarità di segno sessista. Il presidente di Pubblicità Progresso Alberto Contri ha spiegato che questo era l'obiettivo: «Far capire che la discriminazione è ancora diffusa e radicata nella fascia media della popolazione, che è poi quella che deve cambiare testa rispetto al problema»; «La campagna vuole dirci: "Guarda, lo schifo in cui le donne devono vivere"»; «(...) la campagna si farà sentire su più canali. Con concorsi, iniziative nelle scuole e una canzone creata apposta da alcuni autori italiani, che arriverà a un concerto il cui ricavato andrà in borse di studio per ragazze». Gli scatti anticipati dal servizio dell'Espresso saranno censurati nella campagna ufficiale, perchè ritenuti troppo offensivi.

La campagna di Pubblicità Progresso è stata criticata nei post di Giovanna Cosenza, Eretica, Nadia Somma, Mario De Maglie. Le critiche in sostanza dicono che la campagna: 1) vittimizza le donne, perchè combatte la violenza riproducendo la violenza, combatte la degradazione riproducendo la degradazione; 2) ribadisce l'ovvio: già sapevamo della esistenza del sessismo; 3) Istiga all'inciviltà, induce ad offendere le donne, provoca gli insulti. 4) Definisce in negativo il genere maschile.

Per parte mia, penso che non si possa pretendere troppo da una campagna pubblicitaria. La pubblicità non può risolvere il problema. Può solo rappresentarlo. In modo realistico, efficace, corretto. Per porre il problema all'attenzione dell'opinione pubblica. Le critiche, come le scritte dei passanti, sembrano in modo del tutto involontario dar ragione ai pubblicitari.

La campagna vittimizza le donne perchè riproduce la violenza, la degradazione. Ho letto almeno un paio di volte questo concetto sul blog di Giovanna Cosenza, ma non l'ho mai capito e non ho mai trovato gli argomenti a sostegno. Leggo solo che è talmente ovvio che ormai dovrebbero saperlo tutti
In due occasioni Giovanna Cosenza dichiara che: non si fanno uscire le donne dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarle come vittime; non si fanno uscire le donne dalla buca del vittimismo, se si continua a rappresentarle come vittime. Punto l'attenzione su due espressioni: ruolo di vittime e vittimismo. Entrambe alludono ad una finzione o ad un artificio. Il ruolo non si è, si recita, si interpreta, si assume ed eventualmente, a differenza di una condizione, si può rifiutare. Il vittimismo è l'indole a presentarsi come vittime in modo falsato o sproporzionato rispetto alla realtà. Dunque, c'è da domandarsi, se queste espressioni stiano a significare che le donne, rispetto alla violenza di genere e al sessismo non siano vittime o lo siano molto meno di quel che si rappresenta. In tal caso, non c'è un altro modo di affrontare il problema. Si tratta solo di un falso problema, in realtà c'è poco e nulla di importante da affrontare.
Il contrario di mostrare è nascondere. Nascondere la violenza è sicuramente il modo più efficace per negare che esista. Se le vittime non sono tali, neanche i carnefici lo sono.
Non è solo Giovanna Cosenza. Altre autrici femministe si sono espresse rifiutando, per le donne, la definizione di vittima, nonostante la vittima sia semplicemente la persona che ha subito un danno, senza meritarselo. In modo esplicito, la definizione di vittima è rifiutata da Michela Murgia: A me vittima non lo dici. Le femministe sono indotte a rifiutare il concetto di vittima dall'associazione con i concetti di debolezza e fragilità. Michela Murgia apprezza spot che rappresentano donne energiche e forti, capaci di riprendere in mano il proprio destino. Immagino esistano donne forti, donne medie e donne deboli. E che tutti possiamo convenire sul fatto che la debolezza non costituisce una colpa. Una persona non merita violenza, neanche se debole.
I proletari sono vittime del capitalismo. Gli immigrati sono vittime della xenofobia. I gay sono vittime dell'omofobia. I neri sono vittime del razzismo. Gli ebrei sono vittime dell'antisemitismo. Le donne sono vittime del patriarcato, del sessismo, della violenza maschile. Negarlo è una menzogna. La causa della violenza non sta nella debolezza della vittima, ma nel privilegio prevaricante della controparte.
Alcuni giorni fa, abbiamo visto in video il modo in cui sono trattati i migranti a Lampedusa, denudati e innaffiati con l'acqua fredda. Mostrare e divulgare quel video è stato un atto di denuncia. Nessuno ha messo in discussione l'effetto denuncia, nessuno si è sognato di teorizzare il fatto che rappresentare la violenza contro i migranti e la loro degradazione significasse rinforzare l'una e l'altra e cacciare i migranti nella buca del vittimismo.
La guerra, la tortura, la pena di morte, ogni violenza si denuncia mostrandone l'orrore, in modo reale o simulato. Senza voler negare altre possibilità, nego che si possa biasimare questa modalità.
Anche Il corpo delle donne di Lorella Zanardo ha innalzato la consapevolezza mostrando la degradazione delle donne nei programmi di intrattenimento televisivo.
Che il concetto di vittima sia associato al concetto di debole, che la debolezza sia intesa come motivo di colpa e di vergogna, che una donna che denuncia sia perciò indotta a vergognarsi, quindi ad occultare quello che le è stato fatto, è una ulteriore e lampante dimostrazione del fatto che le donne non possono esprimersi al 100%. I testi di una femminista che nega la condizione di vittima, che chiama quella condizione vittimismo, che ha paura di essere o apparire debole, fragile, secondo i metri di valore di una società ancora patriarcale, è come se fossero scritti con quel pennarello maschile che va a completare lo spazio fumetto dei manifesti di Pubblicità Progresso. Diversamente la condizione di vittima delle donne sarebbe dichiarata senza timore alcuno per il proprio valore, perchè la condizione di vittima delle donne non è altro che la colpa e la vergogna degli uomini.

La campagna scopre l'ovvio. Lo scrive Eretica fin dal titolo del suo post:. «il sessismo esiste! (Ma non mi dire!)» Lo scrive Nadia Somma: ironicamente «Una “notizia” davvero nuova e sconosciuta». In effetti, gli attivisti lo sanno bene, ma è dubbio lo sappiano allo stesso modo le persone di media cultura.
Il sessismo genera conflitto e uno dei terreni del conflitto riguarda proprio il suo riconoscimento. I sessisti, per intenzione o per inconsapevolezza, negano il sessismo. Pur ammettendone l'esistenza in generale, lo negano nelle situazioni particolari in cui esso si manifesta, lo spacciano come umorismo, oppure lo giustificano come mera espressione di forma subordinata alla sostanza di una causa superiore.
Si veda la situazione in cui le donne sono rappresentate in modo stereotipato e offensivo, in vignette e video ufficialmente finalizzate alla causa animalista.
Un caso recente molto noto, è quello che ha visto il cantante Franco Battiato definire il parlamento «pieno di troie» a Strasburgo, in qualità di assessore alla cultura della Regione Sicilia, durante una sua divagazione nella quale, tra l'altro, difendeva il regista Polansky dall'accusa di pedofilia, poichè tante bambine sono delle ninfette. Battiato fu difeso da molte persone di sinistra, anche femministe sulla base appunto del consueto argomento che distingue la forma dalla sostanza: non ce l'aveva con le donne, ma con le politiche, anzi con i politici. In difesa, insisteva Marco Travaglio: «il re è nudo, la regina è troia». Il presidente della Regione Rosario Crocetta dimise Battiato da assessore, ma non per aver offeso le donne, ma per aver offeso le istituzioni. Molti compagni assunsero la faccia del cantante come avatar su Facebook e il povero Battiato fu invitato ad esporre le sue ragioni a Servizio Pubblico in prima serata TV. Tra i difensori di Battiato troviamo anche Mario De Maglie: «Boldrini vs Battiato: non usiamo il sessismo a vanvera».
Un altro esempio recente, è dato da Beppe Grillo che definisce Laura Boldrini «Oggetto ornamentale del potere». Laura Boldrini denuncia il segno sessista dell'offesa ricevuta, un'offesa contro tutte le donne. Su Twitter apre l'hastag #iostoconLaura. Ma è proprio Eretica a smentirla: «Boldrini tu non sei tutte le donne». Alessandro Capriccioli alias Metilparaben, blogger e giornalista di sinistra, ribalta persino la frittata: i veri maschilisti sarebbero coloro che in quell'insulto vedono il maschilismo. Prima di Grillo, con molto meno clamore, Antonio Ingroia durante un confronto televisivo con Mara Carfagna, disse alla sua interlocutrice di stare calmina, che lei non poteva dargli lezioni sulla Costituzione, semmai poteva dargli lezioni su altro (non meglio specificato). A specificare provvidero in tempo reale alcuni suoi seguaci sui social media. Ovviamente respingendo le contestazioni e negando di essere sessisti. Spesso le donne berlusconiane sono apostrofate in modo esplicito o con allusioni a sfondo sessuale, ritenendo che esse se lo meritino e senza che ciò sia considerato offensivo verso il genere femminile. Come pensare che dare del negro ad un nero che se lo meriti, non offenda tutti i neri.
Eretica osserva che gli insulti sessisti non sempre arrivano da uomini. Ha ragione. Lei stessa ne fa uso quando polemizza con le madri, con gli altri femminismi, con le sue avversarie.
Dunque, siamo al punto di partenza. Oltre agli esempi noti, ne esistono una moltitudine di sconosciuti nella quotidianità di quasi tutte le donne. Il sessismo è tanto ovvio, quanto praticato e poi negato. Un altro modo frequente di negare il sessismo è quello di spostare la responsabilità dai sessisti ad altri soggetti che li avrebbero provocati. Proprio uno degli argomenti usati contro questa campagna.

La campagna istiga all'inciviltà. Eretica scrive che è come dare il via ai dieci minuti d'odio, a un pestaggio indotto e definisce i passanti compilatori uomini presi all'amo.  Mario De Maglie scrive che: Se istighi all’inciviltà, l’inciviltà non si fa attendere. (...) Provocare il dileggio è un dileggio esso stesso. (...) l’accusarci o l’istigarci non fermerà la violenza sulle donne di cui siamo responsabili. Responsabili? I sessisti della strada sono stati indotti, istigati e provocati. Come sempre.
E' impressionante che la rappresentazione di una donna su un manifesto con uno spazio fumetto in bianco sia considerata una sufficiente provocazione, una induzione al pestaggio, una istigazione all'inciviltà. La stessa inciviltà, guarda un po', istigata da una donna quando cammina per strada, si siede su un tram, apre bocca per proferire parola. Una esca ambulante per misogini da prendere all'amo. Basterebbe seguirla per un po' di giorni con la candid camera e darebbe gli stessi risultati della campagna con i manifesti.
Questa estate ha conquistato la notorietà nel web un giovane scrittore, Marco Cubeddu, scrivendo dalle colonne del Secolo XIX un articolo sulle ragazzine che vestono in mini-short, per dire che, certo, la violenza e le molestie sono sempre da condannare, per poi però domandarsi cosa pensano di ottenere le ragazze vestite così. Istigatrici e provocanti, come le ragazze del manifesto, con i mini-short invece dello spazio fumetto a far da pretesto o da amo.
Il presupposto secondo cui le donne sui manifesti o in carne e ossa sono provocazione e istigazione è che sessismo e violenza sono normali, un dato di fatto con cui bisogna convivere, cercando di evitarli, di non sollecitarli. Se in questo si fallisce per sbaglio o con intenzione, la responsabilità è di chi ha fallito. Al superamento di sessismo e violenza, ci si può credere oppure no, spetterà all'evoluzione o ad un lavoro culturale di lunghissima lena i cui risultati saranno apprezzati dai posteri.
Associato all'argomento sempreverde della provocazione, non poteva mancare il classico: non tutti gli uominii... Secondo Eretica (che lo fa dire anche a De Maglie), gli uomini istigati, provocati, presi all'amo dalla campagna non definiscono un genere.
De Maglie, come Cosenza, come Somma invoca un altro tipo di messaggio, ma non dice quale. Eretica ci prova.

Un improbabile sovvertimento. La blogger di Abbatto i muri così propone: Se ci appropriamo delle parole e le restituiamo disinnescando e togliendo via lo stigma negativo che obbliga alla divisione tra donne perbene e donne permale possiamo semplicemente piazzare lì un manifesto in cui qualcun@ scrive che “Si, sarò anche una puttana, ma rivendico i miei diritti!". Ci scrive su anche una breve storia: Anche la "zoccola" ha i suoi diritti.
E' molto difficile appropriarsi di una parola di cui si condivide il significato - negro (persona dalla pelle nera), frocio (persona omosessuale) - e tentativi fatti in questo senso sono falliti, ma è impossibile appropriarsi di una parola a cui bisogna, non solo togliere l'alone negativo, ma anche cambiare il significato. Sarebbe come appropriarsi della parola cretino e decidere che da oggi significa intelligente.
Tutti gli insulti raccolti sui manifesti, prostituta e tutte le sue varianti, non definiscono solo uno stigma negativo, per qualcosa che basterebbe accettare e allora non ci sarebbe più nulla di male. In realtà, la prostituta è accettata, ma è accettata per svolgere quella funzione: essere il ricettacolo dei bassi istinti maschili. Uno sfogatoio. Adibita a servire l'espletamento di un bisogno fisiologico, poichè così viene intesa la sessualità maschile. Dunque, la miglior metafora per esprimere disprezzo nei confronti di una donna o di tutte le donne. La sostanza del sessismo è l'inferiorizzazione delle donne. Quegli insulti sono inferiorizzanti. E deumanizzanti. Non a caso, sono spesso nomi di animali. Dunque, è un messaggio divergente e, in definitiva, incomprensibile, affermare: «Si, sono un essere inferiore, ma anch'io ho dei diritti». E' vero che Eretica non precisa se si tratti dei diritti di tutti o di suoi diritti specifici. In fondo, alcuni diritti sono riconosciuti pure agli animali. Un'ambiguità che, in effetti, può essere ben apprezzata dai lettori sessisti del suo blog.
Il sessismo nega la parità di diritti e dignità, negazione che è condizione dei privilegi maschili. Di tutti gli uomini, compresi quelli che non scriverebbero mai un insulto su un manifesto. Perciò, quella incivilità è una questione di genere. Sessismo e parità di diritti sono incompatibili. E non c'è trovata che possa farli convivere. Si parte dal riconoscerlo. Lo si riconosce attraverso il confronto e anche il conflitto. Di campagne forse se ne possono fare di migliori, per intanto possiamo ammettere che questa ha stanato passanti e attivisti commentatori. Coloro che sul sessismo, nello spazio fumetto vorrebbero solo scrivere: «Non svegliare il can che dorme».

2 Responses to “«Punto su di te». La campagna di 'Pubblicità Progresso' contro il sessismo e la violenza sulle donne”

  1. Lucidissimo. Fin troppo.
    Sconcertante constatare quante attiviste e attivisti cadano in meccanismi maschilisti, come pure rimasi molto male quando una giornalista femminista scrisse apertamente di dubitare della storia di Anna Laura Millacci (la ex compagna di Massimo Di Cataldo) perché aveva osato esporre i lividi mentre le donne che soffrono non espongono "mai" i propri segni. In primo luogo, la generalizzazione è fallace per definizione, in secondo luogo non è vera perché esistono numerose prove del contrario, in terzo luogo come può dirsi una femminista chi emette già una sentenza di falsità contro una presunta vittima?
    Il nostro dovere non è quello di stabilire se una donna menta o meno ma di accoglierla, offrirle sostegno e comprensione, soprattutto contro una cultura maschilista negazionista per principio o che sminuisce le violenze come frutto di provocazioni. Non solo non è femminista ma non è nemmeno un gesto intelligente, per non parlare di quanta mancanza di umanità vi sia in una femminista che bolla pubblicamente per bugiarda una donna che lamenta d'aver subito violenze, senza neppure avere indagato in merito. Anche per questo non hanno senso ( e sono destinate al fallimento) le denunce contro centri antiviolenza che hanno accolto presunte vittime di violenza e le hanno sostenute nei percorsi giudiziari. Non ci compete stabilire se una donna sia vittima o meno. Ci compete offrirle aiuto. Non esiste screening efficace che permetta di stabilire in anticipo se una donna menta o meno oppure se creda sinceramente di avere subito violenze. Io non so se Millacci ha subito violenza o meno e se ho un'opinione in merito me la tengo per me perché sarebbe sempre una sensazione di pancia, inconsistente ed ingiusta.
    Sempre più stupefatta da queste cadute nelle logiche patriarcali...
    Per non parlare di quanto sia risibile l'idea di "riappropriarsi di un termine" e cambiargli significato, non solo per i motivi che hai elencato tu ma per l'impossibilità di superare anche la pervasività mondiale e quotidiana dell'insulto sessista.
    Poi dopo il canto XVIII dell'Inferno di Dante ( Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,
    mi disse «il viso un poco più avante,
    sì che la faccia ben con l’occhio attinghe

    di quella sozza e scapigliata fante
    che là si graffia con l’unghie merdose,
    e or s’accoscia e ora è in piedi stante.

    Taide è, la puttana che rispuose
    al drudo suo quando disse "Ho io grazie
    grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".) bisognerebbe illustrarlo agli studenti come " guarda un po' più avanti quella donna scapigliata e con le unghie merdose che si graffia, si abbatte, si rialza, è Taide, la donna con diritti"?

  2. Da sottoscrivere. Aggiungo che alle prime battute della campagna pensavo che fosse un autogoal, perché la maggior parte delle persone non sarebbe stata in grado di capirne la provocazione, appunto, e il risultato che voleva ottenere: rendere evidente il maschilismo, e inoppugnabile l'evidenza del maschilismo. Poi ho cominciato a riscontrare che, al contrario, molte persone capivano e, soprattutto, molti uomini capivano.

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