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Cosa significa partire da sè?



di TK 


E' molto probabile che io non abbia capito davvero cosa è nella pratica femminista il partire da sè. 
Nella mia testa significa ritrovare il vero proprio sè, quello che ci siamo perse, ricoperto da ciò che ci è stato insegnato che dobbiamo essere e che dobbiamo desiderare. Partire da sè per me significa questo. Chi sono davvero io, cosa voglio, che desidero. Significa riaffermare la propria soggettività, per liberarsi dall’imposizione di una identità collettiva di genere. 
Mi pare cosa assai diversa da quella proposta da Christian Raimo di cui mi sembra un perfetto esempio la confessione su abbatto i muri: partire da sè non significa vomitarmi i vostri mal di pancia di uomini in crisi, perchè non intendo prendermene cura. non mi interessano. in qualità di che poi, terapeuta? femminista? donna? crocerossina?
A che serve dirmi perchè rompete le scatole fino ad ammazzarci? 
Lo so già perfettamente perchè lo fate. Lo so io e lo sapete voi. Fiumi di parole si sono scritti sull’uomo in crisi
Parti da te per dirmi perchè sei un maschilista o un violento? E chi se ne frega, se fai lo stronzo te ne vai a quel paese o in galera. Punto.
Il partire da sé, secondo me, ha senso se significa liberarvi dalle gabbie imposte anche a voi dai ruoli di genere, per scoprire chi veramente siete e cosa veramente volete essere, partendo appunto da voi, per recuperare quella soggettività che vi fa altro dalla narrazione patriarcale della mascolinità.
Un viaggio diverso, una storia diversa dal vomito liberatorio e autoassolutorio che vi vede raccontare la violenza che subiamo come espressione delle vostre debolezze e dei vostri disagi. Debolezze e disagi che poi dovrebbero rendervi tutti simili. mostri e mostriciattoli che si ritrovano e rispecchiano nella narrazione dell’uomo, oggi in crisi, fragile e imperfetto.
Partire da sé è, io credo, decostruire forse l’idea stessa che ci sia una mascolinità a cui dare contenuti, nuovi o vecchi che siano e in cui vorreste riconoscervi.
Una cosa è interrogarsi su chi si è a prescindere dall'essere maschi, in un mondo regolato da un sistema che prevede precisi ruoli e identità stabiliti dal genere e un'altra cosa è fare di questo viaggio una assolutoria autodenuncia e presa d'atto che siete degli incapaci di intendere e volere, per di più con la pretesa della sospensione del giudizio (perché non siete colpevoli ma solo imperfetti e siamo pari, perché imperfette anche noi…ma guarda un po'!).
E siccome lo siete tutti, chi più e chi meno, chi da mostro e chi da mostriciattolo infine siete dei poveri cuccioli a cui bisogna prestare attenzione e ascolto.
E chi dovrebbe farlo? Noi, che non siamo mostri e mostriciattoli, che vittime mai, che fragili assolutamente no?
Io direi che abbiamo già dato.

Raimo scrive:

Gli assenti ancora una volta, purtroppo viene da dire, sono stati gli uomini. Non sono mancati interventi pubblici, anche in luoghi importanti, ma la maggior parte di questi discorsi dei maschi, pur nella loro acutezza, mancano spesso dell’elemento essenziale che sarebbe utile per un dialogo: il partire da sé. Ossia: non tanto porsi il problema della violenza di genere, non tanto criticare i modelli di maschilismo invalsi, non tanto raccontare quando fummo colpevolmente cauti da non stare dalla parte delle donne vittime, quanto provare a esplorare la propria educazione sentimentale e sessuale maschile, la propria tensione verso la violenza, la propria somiglianza di genere rispetto ai questi incredibili bruti.
[C. Raimo, 29.12.2013]

Naturalmente parlo per me, la vostra somiglianza di genere a questi bruti la conosco già. E sono convinta che la conoscano tutte le donne. Non me la dovete raccontare e, soprattutto, non la voglio sentire ancora e ancora. L’orecchio non lo metto a disposizione. Aspetto notizie nuove. Ditemi chi siete andando al di là di quella somiglianza di genere, deresponsabilizzante e tanto tanto confortante.
Sono convinta che ci siano donne che hanno sentito un incredibile numero di volte il raccontino pubblicato su abbatto i muri.
Penso perfino somigli tanto a quello che il maritino fa con un bel mazzo di fiori in mano, ripresentandosi alla mogliettina con la faccia gonfia di botte. Altro che buttare giù la maschera, è mettersi quella del paraculo. Nulla di nuovo.

Gli assenti sono stati gli uomini, dice Raimo. Vero. Ma per fare presenza intendete ribadire, ancora e ancora, le vostre somiglianze di genere? Ancora??
Basta guardarvi per vederle, non potete limitarvi a guardarvi allo specchio.
Partire da sé è un’opera di scavo, è tirare fuori quello che c’è sotto quella immagine, che non necessita di essere raccontata: la vediamo! Tutti i giorni.
Il colpo di scena dovrebbe essere un intellettuale che mi racconta la sua violenza inesplosa e la sua somiglianza ai bruti?
Il colpo di scena sarebbe che gli uomini cominciassero a raccontare cosa li fa diversi, cosa desiderano di diverso da ciò che gli è stato insegnato che devono essere e che devono desiderare.
Partire da sé dovrebbe significare partire dalla propria soggettività proprio per sottrarsi alla somiglianza di cui parla Raimo.
Partire da sé è ripensarsi a prescindere da un modello imposto. E' questo che gli uomini non hanno mai fatto. E' questa la novità di cui sono in attesa.
E infatti lo sa anche Raimo:

Sono d’accordo che la violenza è male, so riconoscere che la mia educazione e il contesto sociale in cui vivo mi hanno incoraggiato a essere indulgente con questo approccio sessista, so che c’è in me una forma di tensione alla violenza di genere che per fortuna non esplode, ma ora? cosa posso fare? riprogrammarmi? sperare di non dare mai corpo alle tendenze violente che covano nella mia psiche? insomma cosa ne faccio della violenza?
[C. Raimo, 29.12.2013]

Appunto.
Tutto questo ce lo siamo già detti. Lo sappiamo. Invece di trastullarvi ancora con le vostre fragilità e le vostre violenze inesplose, volete finalmente partire da ciò che realmente desiderate per poterlo perseguire?
Significa riprogrammarvi? E lo so, è un percorso lungo e difficile. Una faticaccia!

One Response to “Cosa significa partire da sè?”

  1. la parola "riprogrammare" non piace neanche a me, nè per gli uomini nè per le donne. Credo invece che ci siano tanti modi diversi di vivere la femminilità e la mascolinità, più o meno diffusi ma legittimi.
    E anche l'aggressività e la violenza sono pulsioni che stanno chi più chi meno in tutti/e noi..non dobbiamo esorcizzarle ma imparare a gestirle per non farle diventare distruttive

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