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Femminicidio: questione strutturale vs emergenza?

In molti post, articoli e documenti leggo una affermazione che dice all’incirca così: «Il femminicidio è un problema strutturale, non una emergenza». Ne capisco il senso. Però a metà mi suona stonata.

Questa estate, la frase è stata usata per criticare il decreto governativo contro (tra l’altro) la violenza di genere. In primavera è stata usata per replicare ad una campagna di articoli volti a dimostrare che una emergenza femminicidio non esiste, perchè, da che mondo è mondo, gli uomini hanno sempre ucciso e violentato le donne e non c’è prova del fatto che negli ultimi anni il dato sia in aumento.

Pare che l’aumento del dato sia il criterio per decidere di elargire o meno la qualifica di emergenza. Come pure i caratteri di imprevisto e improvviso. Caratteri diversi da ciò che appartiene o riguarda la struttura.

Il femminicidio è un problema strutturale. Perchè fa parte della struttura sociale patriarcale. La violenza di genere esprime il potere degli uomini sulle donne e contribuisce a preservarlo. Anche se pochi uomini sono espressamente violenti, la loro violenza ha un effetto intimidatorio generale, per cui induce le donne a sottomettersi agli uomini. In vario grado: dalla sottomissione per paura nei confronti degli uomini peggiori alla sottomissione per gratitudine nei confronti degli uomini migliori.

Qualcosa di simile succedeva in conseguenza dei linciaggi dei neri, dopo la guerra di secessione americana. Il Ku Klu Klan era una minoranza. Pochi bianchi erano violenti. Ma la loro violenza contribuiva a intimidire tutti i neri e a predisporli alla sottomissione nei confronti di tutti i bianchi. La violenza razziale era espressione e funzione di una gerarchia razziale. A vantaggio di tutti i bianchi, a scapito di tutti i neri.

Questo è il motivo per cui, di fronte alla violenza sulle donne, la grande maggioranza degli uomini è silente, indifferente, indulgente, minimalista, variamente contestualizzatrice e giustificazionista. Dalla rappresentazione del raptus a quella del delitto passionale. Sullo sfondo della rassegnata constatazione che, da che mondo e mondo, è sempre accaduto così e oggi non sta succedendo nulla di nuovo o di diverso. Se le femministe dicono “strutturale”, loro preferiscono dire “fisiologico”.

In verità, qualcosa di nuovo e di diverso sta succedendo, tanto che abbiamo trovato una parola nuova per nominarlo: femminicidio. Una parola contestata e contrastata, che tuttavia ha preso piede, si è imposta. Con questa parola, una parte di noi ha smesso di considerare quel dato fisiologico, di ignorarlo, di  accettare di conviverci. Lo ha finalmente riconosciuto come strutturale. Il femminicidio è emerso nella nostra coscienza civile. In questo senso, è diventato anche un dato emergente.

Non c’è principio di non contraddizione tra strutturale ed emergenza. La violenza come questione strutturale è una emergenza mai riconosciuta. Una emergenza come pericolosità sociale. Una emergenza perchè le vittime che convivono con i violenti, che ne subiscono la persecuzione, che arrivano a denunciare sentendosi spacciate, non possono aspettare le riforme stuttturali e le soluzioni di lungo periodo.

Una donna uccisa ogni due o tre giorni. Migliaia, forse decine di migliaia,  sottoposte a violenza privata - qualcuno, e persino il decreto, distingue tra quella occasionale e quella non occasionale - sono anche una emergenza. E’ una questione di elementare buon senso riconoscerlo. E adottare immediatamente tutti i provvedimenti che possono essere subito utili, a cominciare dal rafforzamento della rete di protezione.

Altre questioni, oltre la violenza di genere, sono al tempo stesso una emergenza e un problema strutturale: la mafia, la tossicodipendenza, la disoccupazione, la povertà, la crisi finanziaria, la guerra. Che richiedono provvedimenti immediati e politiche di lungo periodo.

Riconoscere l’emergenza non significa accettare l’emergenzialismo: una politica che vuole reprimere gli effetti con misure eccezionali, senza affrontare le cause. E a questa non si può opporre l’esatto contrario, una politica immergenziale, tutta dedita alle cause, a pensare soluzioni per i posteri, ma intanto rassegnata e impotente di fronte agli effetti immediati. Emergenza e problema strutturale vanno riconosciuti entrambi e affrontati insieme.

Una variante di strutturale dice culturale. Cultura qui ha senso in opposizione a natura. Un complesso di modelli, simboli, idee, azioni, disposizioni, prevalenti in un gruppo umano. E’ culturale in quanto può cambiare. Ha meno senso in opposizione a politica, come se non ci fosse mai motivo di fare leggi in contrasto con la cultura (ridotta a mentalità) e fosse solo questione di educazione. Così, invece della violenza ridotta a questione di ordine pubblico abbiamo la violenza ridotta a questione di programmi scolastici e linguaggi corretti.

Anche sul lungo periodo, l'educazione può tanto, ma non può tutto. Bisogna distruggere le basi materiali di una cultura. Che sono quelle di rapporti sociali diseguali e ingiusti tanto nella sfera privata, tanto nella sfera pubblica. Altrimenti, una coscienza paritaria, trasmessa da intellettuali e imparata sui libri, può persino fare da velo al riconoscimento delle disparità. Quelle disparità che esprimono violenza e con la violenza si conservano


Vedi anche:
Femminicidi, Istat: "Smettiamola di contare solo le donne uccise". Intervista a Linda Laura Sabbadini

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