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Diseguaglianze di genere nel lavoro



di Maria Rossi


Tiziana, ragazza siciliana, emigrata come tante al Nord, in possesso di una laurea nel settore turistico che, ormai serve soltanto ad ottenere, sempre che lo si consegua, un lavoro precario da svolgersi spesso in condizioni di supersfruttamento, il 24 luglio è stata costretta adormire in spiaggia perché, licenziata in tronco, ha ricevuto dalla sua datrice di lavoro, un'albergatrice di Riccione, l'ingiunzione di abbandonare alle due di notte la stanza presso la quale alloggiava. La sua colpa? Aver rifiutato di sottoscrivere il modulo di dimissioni volontarie che la sua datrice di lavoro pretendeva firmasse, per aver osato richiedere un aumento di salario. Percepiva infatti un salario da fame: 800 euro al mese per un lavoro stagionale che durava 15 ore al giorno e includeva oltre all'attività di animatrice quella di baby sitter del figlio dei padroni dell'hotel. Due giorni prima Tiziana si era rivolta all'associazione Rumori Sinistri per avviare un percorso di emersione dal lavoro sfruttato cui era sottoposta. Per non essere cacciata dalla struttura alberghiera di notte, la ragazza aveva richiesto l'intervento dei Carabinieri che si sono limitati però a verbalizzare l'accaduto, senza impedire lo sfratto.

Il 22 giugno la struttura alberghiera presso la quale era impiegata aveva ricevuto due visite ispettive, le prima da parte della Guardia di Finanza e la seconda da parte dell’Ispettorato del Lavoro che aveva rilevato la presenza di ben 11 lavoratori irregolari su 14. Il locale era stato costretto quindi ad assumere i dipendenti, inclusa Tiziana, ma aveva adottato un escamotage: era stato imposto un contratto che prevedeva 15 ore di lavoro alla settimana, le stesse che la ragazza svolgeva in una sola giornata. Insomma il lavoro "nero" era stato trasformato in lavoro "grigio".

Le traversie di Tiziana possono essere assunte a paradigma della condizione attuale dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici italiane.

In primo luogo possiamo rilevare come l'emigrazione dal Mezzogiorno alCentro-Nord costituisca ancora oggi una caratteristica peculiare delmercato del lavoro italiano ed abbia interessato tra il 2001 e il 2011 1,3 milioni di persone, tra le quali anche 172 mila laureati, come Tiziana, appunto. Questa tendenza sembra essersi consolidata nel 2012, pur in presenza della recessione. La nuova fase migratoria e' caratterizzata dal crescente coinvolgimento della componente giovanile più scolarizzata. Nel 2000 i laureati meridionali che emigravano erano il 10,7% del totale di quanti si trasferivano al Centro-Nord; nel 2011 sono saliti al 25,0%, un quarto del totale. Tra il 2000 e il 2010, poi, sono emigrati all'estero 180.000 meridionali, tra i quali 20.000 laureati.

L'aver conseguito il diploma di laurea non garantisce l'accesso al lavoro e anche quando si viene assunti lo si è spesso con un contratto di lavoro a tempo determinato o irregolare. Nel 2008 il tasso di disoccupazione a un anno dalla laurea era del 14,9 %, mentre nel 2012 aveva già raggiungo il 23,4 %. Soltanto il 55% dei laureati aveva trovato un impiego (nel 2008 il valore corrispondente era pari al 60%), che nel 55,5% dei casi era precario e nel 10% irregolare.

Marcateappaiono le diseguaglianze di genere che si manifestano sia intermini di divario occupazionale che di differenze retributive. Tra i laureati specialistici biennali, ad un anno dal conseguimento del titolo, hanno già un impiego 63 uomini e solo 55,5 donne su 100. Le donne risultano penalizzate non solo perché presentano un tasso di occupazione decisamente più basso, ma anche perché si dichiarano più frequentemente alla ricerca di un lavoro: 32% contro il 24% rilevato per gli uomini. Ad un anno dalla laurea gli uomini, malgrado le percentuali siano comunque molto basse, possono contare più delle colleghe su un contratto di lavoro a tempo indeterminato (le quote sono rispettivamente 39 % e 30%) e fruiscono di una retribuzione che risulta superiore del 32% a quella delle donne (1.220 euro contro 924 euro mensili netti).

A cinque anni dalla laurea le differenze di genere si confermano significative: svolgono un'attività extradomestica 83 donne e 89 uomini su cento. La stabilità del lavoro risulta essere una prerogativa prevalentemente maschile: infatti, l’80% degli occupati è impiegato con un contratto a tempo indeterminato contro il 66% delle occupate. Tra uno e cinque anni dal conseguimento del titolo, le differenze di genere in relazione alla retribuzione, lungi dal ridursi, aumentano ulteriormente: il divario cresce fino a raggiungere il 30% (1.646 contro 1.266 euro).

Le differenze di genere raggiungono i 17 punti tra quanti hanno figli. Il tasso di occupazione è pari all’89% tra gli uomini, ma soltanto al 72% tra le madri laureate.

Pur interessando entrambi i sessi, la disoccupazione e la precarietà appaiono dunque più accentuate tra le donne. Il "Rapporto suidiritti globali" stilato nel 2013  precisa, infatti, come gli oltre 3,3milioni (3.315.580 per la precisione) di precari italiani, che percepiscono in media 836 euro netti al mese, ( e, anche in questo caso, è presente un differenziale retributivo basato sul genere, in quanto la remunerazione dei maschi è pari a 927 euro mensili e quella delle donne a 759 euro) siano concentrati prevalentemente nel settore dell'istruzione e in quello della sanità (514.814 persone), nei servizi pubblici e in quelli sociali (477.299) e nella pubblica amministrazione (Stato, Regioni, enti locali, ecc.) (119.000 lavoratori). Il 34% dei precari italianiè costituito dunque da dipendenti pubblici, che in grande maggioranza,sono donne (71%). La presenza femminile raggiunge i valori più elevati nella Sanità (79,3 per cento) e nell’Istruzione (75,3 per cento) Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842 persone), dove è molto elevata la presenza femminile, i servizi alle imprese (414.672) e gli alberghi e i ristoranti (337.379), dove lavorava appunto Tiziana.

Secondo un Rapporto della Federalberghi, nel 2010 dei 982.223 lavoratori dipendenti nel settore del Turismo, 556.238, ossia il 57%, erano donne, mentre nelle aziende alberghiere, su un totale di 193.575 occupati, 102.698 sono donne.

Il 32,5% di queste, per altro, è inquadrata ai livelli inferiori contro il 17,34% degli uomini.

Nel settore turistico, nella riviera romagnola come altrove, lo sfruttamento estremo, fino all'imposizione di condizioni di semischiavitù, costituisce un fenomeno strutturale, particolarmente diffuso nel contesto del lavoro stagionale. Mancate retribuzioni, lavoro sommerso, contratti part time che si trasformano in giornate full sono i casi più comuni segnalati ai sindacati. Vengono erogate retribuzioni di 2, 3 euro all'ora e imposti prolungamenti della giornata lavorativa tali da raggiungere 50 o addirittura 90 ore alla settimana, ovviamente sopprimendo anche ilgiorno di riposo.  Insomma un'enorme estorsione di plusvalore assoluto che evoca il periodo della Prima Rivoluzione industriale. La questione riguarda tutte le strutture ricettive, dalle piccole ai grandi resort.

L'Associazione Rumori Sinistri, che opera a tutela dei lavoratori e promuovecampagne di sensibilizzazione e di denuncia del fenomeno, osserva come da circa dieci anni si assista nel lavoro stagionale alla drastica riduzione dei salari reali e a un allentamento dell'interesse e del controllo sulle condizioni di lavoro, sia da parte del sindacato che da parte della politica. 

La crisi economica ha aggravato ulteriormente la situazione, in quanto non è stata affrontata con il ricorso ad una riqualificazione dei servizi e delle strutture ricettive, ma con la realizzazione di un'ulteriore compressione dei costi, con l'abbattimento dei salari e con la riduzione dei diritti dei lavoratori.

A ciò si aggiunga il fatto che molte aziende scelgono di appaltare i servizi a cooperative o società, in molti casi forme fittizie di associazioni create per sfuggire a una regolamentazione dei contratti. Un altro problema è costituito dalla la direttiva comunitaria Bolkestein sui servizi nel mercato europeo comune: una azienda che presta servizi in Italia, grazie ad essa, può applicare da noi le regole del proprio paese d’origine, assumendo personale da Stati dove il costo dellavoro è molto più basso che in Italia

L'applicazione della direttiva può tradursi nell'erogazione al lavoratore o alla lavoratrice di una paga oraria di soli due euro

Ribellarsi a queste condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù non è affatto semplice e spesso comporta il licenziamento, sovente mascherato dall'imposizione delle dimissioni "volontarie", come è accaduto a Tiziana.

Nel suo caso, occorre poi osservare come le siano state attribuite mansioni non previste dal contratto che rientrano nel lavoro di cura (l'accudimento del figlio dei padroni) e che enfatizzano la sua appartenenza al genere femminile.

Vorrei infine fare un'osservazione banale. Il sesso del padrone non muta il carattere di dominio e di supersfruttamento che connota il modo di produzione capitalista. Ritenere che le donne possano modificare profondamente la struttura del capitalismo, apportandovi specifiche competenze relazionali è mera illusione, come mostra il caso in esame. Considero pertanto sbagliato l'auspicio di integrare le donne nell'attuale sistema e di coinvolgerle nello sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici e nella gestione del potere economico maschile.

Permettetemi pertanto di concludere l'articolo con una citazione tratta da "Sputiamo su Hegel" di Carla Lonzi:

"Ci siamo accorte che, sul piano della gestione del potere, non occorrono delle capacità, ma una particolare forma di alienazione molto efficace. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere".

6 Responses to “Diseguaglianze di genere nel lavoro”

  1. Le donne sono moralmente e intellettualmente pari nel bene e nel male (quindi che un padrone donna possa essere più o meno sfruttatore" quanto un uomo non deve sorprendere)..per questo è giusto che lo Stato si faccia garante dei medesimi diritti e opportunità

  2. Io infatti non sono sorpresa, Paolo, e ho definito infatti la mia "un'osservazione banale"

  3. La titolare, polacca, è solo la prestanome del marito che non ha nulla intestato...
    E' lui il delinquente. Comunque, ora si sa anche il nome della struttura. Basta non andarci più e non rendersi inconsapevoli complici...

  4. In Romagna, sono 50 anni che i lavoratori stagionali vengono sistematicamente sfruttati.
    Ricordo mio padre che faceva la stagione negli anni 70/80. 15/18 ore al giorno per uno stipendio da miseria.
    Le cose non sono cambiate.
    Dove sono i sindacati ? Dove sono le istituzioni ? Perché quasi non se ne parla ?
    Possibile che si organizzino manifestazioni su scala nazionale per i tre operai di Melfi, e nessuno faccia nulla di concreto per un fenomeno che riguarda decine di migliaia di persone da ormai 50 anni ?
    Visto il silenzio, paragonato all'estensione, durata e gravità del fenomeno, c'è quasi da pensare che ci siano delle connivenze o degli interessi di qualcuno perché la cosa venga taciuta.
    Possibile che a nessuno importi nulla di questa schiavitù dell'anno 2000 ???

    Lucia è la mia compagna e sta cercando di lottare per i suoi diritti mettendoci la sua faccia. Facendo quello che nessuno fa, denunciare il datore di lavoro.
    Ma dove sono le istituzioni ? Dove sono le persone che si riempiono la bocca con i diritti dei lavoratori ?

  5. Grazie per le informazioni Oniko0. Sono vicina alla tua compagna alla quale esprimo tutta la mia solidarietà. Spero che ottenga giustizia. E' stata veramente coraggiosa a denunciare il datore di lavoro. Certo, sulla questione del lavoro stagionale in Romagna (ma anche altrove) c'è un silenzio inquietante da parte delle istituzioni, dei sindacati, dei cittadini. Dispiace veramente molto. E' anche per questo che, pur non essendo una giornalista, ho voluto dedicare un articolo a questa scandalosa questione. Vorrei fare qualcosa di più, ma non so cosa.

  6. "Considero pertanto sbagliato l'auspicio di integrare le donne nell'attuale sistema e di coinvolgerle nello sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici e nella gestione del potere economico maschile". Questa volta dissento, permettimi l'iperbole, ma io mi auguro invece presto un mondo in cui sul fronte avversario (ho detto avversario, non nemico) ci siano tante donne quanti uomini. Anche perché ci sono un sacco di donne che aderiscono con entusiasmo all'attuale sistema di potere economico maschile. Vogliamo convertirle in quanto donne? Impossibile e, tutto sommato, inutile, quasi come voler convertire il maschilista di sinistra :) L'unica possibilità è dimostrare la fattibilità e l'utilità di un sistema diverso. Magari pensato da donne.

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