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Spot Fiat: donne usate come pezzi da assemblare



di Maria Rossi


Negli Stati Uniti la Fiat ha fatto realizzare uno spot della 500 Abarth Cabrio nel quale 12 modelle e contorsioniste dai corpi nudi dipinti si dispongono in modo tale da costruire, debitamente "assemblate", una "carrozzeria umana".

Nelle intenzioni degli ideatori e del committente lo spot, che dovrebbe rappresentare un' opera d'arte costituita dalla performance di dodici donne dal corpo snello, perfetto e flessuoso dipinte dal body painter Craig Tracy e riprese dal fotografo R.J. Muna, dovrebbe tradurre in immagine la similitudine dell'auto realizzata come se fosse composta da puri muscoli, vale a dire umanizzata. Il concetto evocato è quello di "auto muscolosa", potente, un'idea che mal si concilia con le caratteristiche tecniche di una 500, ma che pare in grado di catturare l'interesse del pubblico statunitense. Per rappresentare iconograficamente un autoveicolo dotato di possenti muscoli, sarebbe stato, soprattutto, più appropriato, ma altrettanto discutibile, "assemblare" i corpi di 12 uomini, anziché di 12 donne.

L'interpretazione che un gruppo di operaie in cassa integrazione dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco offre delle immagini che compongono lo spot è rovesciata rispetto a quella proposta dai realizzatori. Per le lavoratrici la pubblicità della 500 non genera l'umanizzazione di un prodotto, concetto già inquietante, perché dissolve la distinzione tra soggetto e oggetto, ma crea e riproduce per l'ennesima volta la reificazione delle donne. 

"Qualcuno la chiama ‘arte’", osservano, "ma a noi fa rabbrividire il pensiero sottinteso con cui Marchionne intende strumentalizzare i corpi delle donne da lui considerati ‘cose’, semplici pezzi di componentistica da manipolare per ‘fare prodotto’." "Donne usate come sottogruppi da assemblare, corpi negati come i diritti dei lavoratori".

Ritengo valide entrambe le letture dello spot. I padroni conferiscono umanità ai prodotti, nel momento stesso in cui reificano e mercificano gli esseri umani. 

Senza l' "assemblaggio" dei corpi delle 12 modelle la Fiat 500 non esisterebbe (dunque, l'auto è umanizzata). E' altrettanto evidente come le attrici dello spot siano oggettivate, in quanto il loro corpo è dipinto e disposto in modo tale da rappresentare le singole componenti della carrozzeria della vettura. Alcune di loro recano impresso il marchio della Fiat, a sottolineare in modo ancora più plateale il proprio configurarsi come merce. Il loro corpo non gode neppure della considerazione, del rilievo, della compiutezza di un'auto, in quanto ne riproduce soltanto una parte, un pezzo, che acquista senso soltanto dall'integrazione con gli altri.

Lo spot traduce in immagini una serie di metafore, trasformandole in identità tra due diverse entità: in primo luogo materializza, rende concretamente esperibile l'idea di donna-oggetto, così frequentemente diffusa nel linguaggio pubblicitario. 

Per esprimere un "apprezzamento" sessista oggettivante nei confronti di una donna dalle forme procaci le si attribuisce (o le si attribuiva) talvolta una «bella carrozzeria», che è appunto il rivestimento esterno di un autoveicolo, ad evidenziare la sua essenza di involucro piacevolmente decorativo. 

Un contenitore che richiama anche l'immagine dell'homme machine di La Mettrie e, in genere, dei materialisti settecenteschi che trasformano il dualismo cartesiano nel monismo dell'essere umano concepito come puro meccanismo. In Descartes, invece, la razionalità era il supplemento d'anima che impediva la completa assimilazione dell'uomo alla macchina, cui sono invece ridotte le donne dello spot. 

Le operaie cassintegrate sostengono, inoltre, che i corpi delle donne in questo spot sono negati così come lo sono i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici negli stabilimenti della Fiat, stabilendo quindi una connessione tra la pubblicità in questione e le condizioni di produzione.

Orbene, questo spot, a mio parere, lascia trasparire i tratti salienti della filosofia dell'azienda. 

Le modelle, così come gli operai e le operaie, sono concepite e trattate come semplici pezzi di un ingranaggio, i cui movimenti e i cui corpi devono essere rigidamente disciplinati per essere finalizzati alla costruzione di autoveicoli. I dipendenti della Fiat sono considerati macchine superproduttive, robot privi di bisogni, di desideri, di esigenze extralavorative, soprattutto dopo gli accordi-diktat imposti ai lavoratori della Chrysler, di cui la casa torinese detiene il 58,5% delle azioni, nel 2009 e a quelli di Pomigliano d'Arco e di Mirafiori nel 2010.

Il contratto stipulato con l'UAW, il sindacato attivo alla Chrysler, prevede, tra l'altro, il congelamento dei salari, la sospensione dell'indennità di carovita, il dimezzamento della retribuzione e l'assenza di diritti per i nuovi assunti, che possono raggiungere il 25% degli occupati, con prevedibile licenziamento di un buon numero di dipendenti a tempo indeterminato. 

Quanto alle condizioni di lavoro, che interessano qui, le pause di riposo vengono ridotte, l'azienda è libera di introdurre regimi di orario alternativi, il lavoro straordinario viene calcolato sulle ore settimanali e non su quelle giornaliere, ciò che ha condotto ad un'intensificazione parossistica dell'estorsione di plusvalore dai dipendenti. Basti pensare che ci sono operai e operaie sfruttati 63 ore alla settimana e occupati sei giorni su sette! E' evidente che ci troviamo di fronte ad una conversione in automi dei lavoratori, espropriati del diritto ad un'esistenza che si esplichi fuori dalla fabbrica.

Analogamente, l'accordo imposto agli operai di Pomigliano d'Arco nel giugno del 2010 prevede la possibilità per l'azienda di richiedere 80 ore aggiuntive di prestazione individuale straordinaria obbligatoria oltre alle 40 già previste dal Contratto Collettivo nazionale dei metalmeccanici del 2008. L'azienda si riserva la possibilità di richiedere alla forza lavoro il recupero delle ore perse a seguito di eventuali inconvenienti non dipendenti dall'operaio «nei 6 mesi successivi oltre che nella mezz'ora di intervallo fra i turni, nel diciottesimo turno o nei giorni di riposo settimanali». L'operaio, in pratica, deve rendersi disponibile alla prestazione sei giorni su sette, con conseguente riduzione della capacità di organizzare i propri tempi di vita non vincolati al ritmo della catena. 

Si introduce così un dispositivo di flessibilità totale che trova un rispecchiamento pubblicitario nella flessuosità dei corpi delle modelle e nel loro contorsionismo. L'esasperata intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori rende in effetti necessario compiere acrobazie e salti mortali per poter gestire la propria quotidianità.

L'accordo di Pomigliano, inoltre, contempla l'introduzione di una nuova metrica, denominata Ergo-Uas che, com'è accaduto a Mirafiori, dove tutte le postazioni sono state fatte rientrare nella fascia verde che indica l'assenza o la lievità del rischio di affaticamento, anziché attenuare lo stress psicofisico degli operai, come il nome sembrerebbe indicare, riduce il tempo in cui questi ultimi devono effettuare le operazioni assegnate, aumentando la saturazione e incrementando i ritmi produttivi.

Oltre tutto, l'implementazione di questo nuovo sistema comporta una riduzione delle pause di lavoro del 25%.

La produzione è estesa a 24 ore al giorno con 18 turni settimanali (sabato notte incluso). Il sistema di riposi impone un orario che comprende settimane di 48 ore. La pausa di mezz'ora per la mensa viene collocata a fine turno, ma l'azienda può utilizzarla per comandare il lavoro straordinario.

Il fatto che quest'accordo non venga in pratica applicato per i mancati investimenti Fiat a Pomigliano d'Arco e il conseguente perdurare della cassa integrazione nulla toglie alla sua natura di contratto capestro che stabilisce durissime condizioni di lavoro, più adatte ad una macchina che ad un essere umano.

Un altro caposaldo della filosofia Fiat a Pomigliano è stato quello di incentivare la partecipazione dei lavoratori per incrementarne la produttività e promuoverne l'autocontrollo e la condivisione degli obiettivi aziendali, senza peraltro allentare la pervasività del controllo gerarchico.

Anche le modelle dello spot, naturalmente, (questo è ovvio) e, attraverso di loro, le donne in genere sono sollecitate a cooperare attivamente e disciplinatamente alla propria reificazione.

Mi pare insomma che questa pubblicità, oltre ad essere paradigmatica del sessismo imperante, apra squarci illuminanti su alcuni aspetti essenziali del modo di produzione capitalista.

2 Responses to “Spot Fiat: donne usate come pezzi da assemblare”

  1. Ho cercato l'autrice del testo nel web "Maria Rossi", ma non sono riuscito a trovarla. Può dirmi come trovare i suoi scritti? Grazie.

  2. La FIAT deve pur tenere alto il buon nome dell'Italia!

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