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Tabù articolo 18 e clausole di gravidanza

In una certa logica aziendale aspettare un bambino equivale ad essere malati o infortunati. E' vergognoso, ma fa già schifo l'idea che una persona possa essere licenziata o non retribuita perchè ha avuto un infortunio o una malattia. In un paese con una mentalità del genere, l'articolo 18 deve essere un tabù.
Poco importa che qui lo statuto dei lavoratori non c'entri direttamente, trattandosi di lavoro parasubordinato. Senza articolo 18 diventa possibile di fatto licenziare senza giusta causa, anche nel lavoro subordinato, donne in maternità o lavoratori malati e infortunati. Sono situazioni nel mirino dappertutto. L'articolo 18 è un caposaldo della civiltà del lavoro. E' una questione di cultura. Se lo si elimina, sarà più semplice penalizzare tutti i lavoratori, anche da parte di amministrazioni e istituzioni pubbliche come la Rai.
Ovvio che il datore non licenzia una lavoratrice con la motivazione ufficiale che è in maternità. Troverà un pretesto. Senza l'articolo 18, se lei fa causa dovrà sostenere le spese legali e dimostrare di essere stata discriminata.

Non passa per l'articolo 18 la precarietà dei contratti atipici. Tuttavia, coloro che hanno introdotto i contratti atipici sono gli stessi che oggi vogliono abolire l'articolo 18. Per l’abolizione dell’articolo 18 passa però la precarietà di quelli che sono (o saranno regolari). Senza l'articolo 18 i datori potranno licenziare i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato come e quando vogliono, mal che gli vada pagando un semplice indennizzo. I licenziamenti saranno più facili e le donne saranno le prime ad essere licenziate.
Più in generale, attraverso l’articolo 18 passa l’idea di quale sia il rapporto di lavoro normale: quello stabile o quello precario. E’ una questione simbolica, ma non solo.
L’obbligo del reintegro è teorico. In pratica, il più delle volte, il lavoratore ingiustamente licenziato patteggia un indennizzo. La possibilità del reintegro serve a patteggiare un indennizzo più alto. Come già ricordato, con l’articolo 18 le spese legali e l’onere della prova sono a carico dell’azienda. Con il solo divieto di licenziamento discriminatorio sarebbero invece a carico del lavoratore.
E’ falso che i lavoratori dipendenti a tempo determinato siano incondizionatamente sicuri del posto fisso. Chi vuole licenziare per una ragione valida, può farlo legalmente e correttamente.
- Vi sono i licenziamenti collettivi (minimo cinque lavoratori) in caso di crisi economica o per esigenze relative a ristrutturazioni produttive e organizzative.
- Vi è il licenziamento per giustificato motivo, relativo ad inadempienze contrattuali o allo scarso rendimento del lavoratore.
- Vi è il licenziamento per giusta causa, relativo a fatti e situazioni esterne al rapporto di lavoro, che possono minare il rapporto di fiducia tra datore e prestatore di lavoro.
E’ falso che l’articolo 18 tuteli solo una minoranza di lavoratori. I lavoratori a tempo indeterminato sono l’87%. Su un totale di 17 milioni di lavoratori dipendenti, nelle aziende sopra i venti dipendenti, sono occupati circa 12 milioni e mezzo di lavoratori (dati Istat 2010). La maggioranza dei lavoratori dipendenti è tutelata dall’articolo 18. Nel 2003 si è tentato un referendum che estendesse questa tutela a tutti i lavoratori.
Risulta chiaro nel rapporto tra uomini e donne, che parità di diritti e opportunità, significa dare più diritti e più opportunità alla parte che ne ha di meno. Nel rapporto tra diverse categorie e condizioni di lavoro viene invece curiosamente applicato il criterio opposto.

Riferimenti:

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