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L'ingenua illusione della prostituzione cooperativa



di Maria Rossi


Il sistema prostituente è intrinsecamente violento, come ho ribadito più volte nei miei articoli, a partire da questo.

Ad essere stuprata, legata, seviziata, crocifissa da un cliente sadico è stata, questa volta, Andreea Cristina Zamfir, una ragazza romena costretta dalla fame (altro che libera scelta!) a prostituirsi. Trenta euro il prezzo del suo atroce assassinio. Cristina non è la sola ad essere stata brutalizzata dall'idraulico fiorentino che  ha ammesso di aver commesso violenza anche nei confronti di altre prostitute.

C'è chi ha affermato che sarebbe sufficiente consentire la costituzione di cooperative di sex workers o la condivisione degli appartamenti ove si lavora per sradicare la violenza che si esercita nei loro confronti. Con tutto il rispetto per chi l'ha formulata, l'ipotesi mi pare piuttosto ingenua per alcuni, semplicissimi motivi. In primo luogo, non esiste alcun sistema di regolamentazione della prostituzione che contempli come unica forma di organizzazione la cooperazione o, comunque, la condivisione di appartamenti fra le donne che la praticano.

Non esiste alcuno Stato neoregolamentarista in cui le cooperative o i bordelli abbiano determinato la scomparsa della prostituzione di strada.

Ci si potrebbe chiedere anche perché, là dove è consentito crearle, le cooperative non si siano diffuse in modo capillare, soppiantando altre forme di organizzazione della pratica prostituente. Formulo, per interpretare il fenomeno, due ipotesi complementari. La costituzione di una società cooperativa richiede generalmente un atto pubblico e l'adempimento di procedure burocratiche, mentre lo stigma, che colpisce le persone prostituite in tutti gli Stati del mondo, le induce a tenere celata la propria attività. La seconda ragione della scarsa diffusione delle cooperative va probabilmente individuata nella concorrenza alimentata dal genere di attività che si vuole esercitare per il più breve tempo possibile, ciò che induce ad incrementare il numero dei clienti e dei rapporti da praticare in un arco temporale ristretto.

Quel che mi preme sottolineare, però, è quanto sia illusorio credere che esercitare la prostituzione nell'ambito di una cooperativa o al chiuso garantisca sicurezza. I rapporti sessuali sono celati allo sguardo altrui, sicché un malintenzionato può escogitare mille espedienti per soffocare le grida della donna nei confronti della quale sta esercitando violenza e impedire l'intervento di altre persone. Anche nel caso in cui le colleghe si rendessero conto di quel che sta accadendo, l'arrivo della polizia potrebbe risultare tardivo, mentre l'irruzione nella stanza potrebbe far correre loro notevoli rischi.

L'omicidio insoluto della vittima ungherese della tratta Bernadette Szabò nel 2009, accoltellata in un bordello legale del quartiere a luci rosse di Amsterdam, mostra come la pratica dei rapporti mercenari in un locale autorizzato non garantisca protezione contro la violenza. Inoltre, anche se il crimine è stato eseguito in una zona controllata, quasi quattro anni dopo, non è stato ancora individuato alcun responsabile né dell'omicidio, né della tratta della donna. Riprenderò in altra occasione il tema della scarsa sicurezza dei bordelli per chi vi opera.

Vorrei soffermarmi un attimo sulle convinzioni "culturali" che potrebbero aver armato la mano dell'assassino. Innanzitutto un numero considerevole di clienti ritiene, una volta esborsato il denaro, di aver diritto di fare qualsiasi cosa desideri, senza tenere in alcuna considerazione le reazioni della donna sulla quale ritiene di aver acquisito un potere temporaneo, sì, ma illimitato.

Inoltre - ed è questa un'osservazione fondamentale - il ricorso alla prostituzione comporta una particolare concezione della donna che la pratica. Quest'ultima non viene riconosciuta come pieno soggetto umano, ma come oggetto,  come merce o, come afferma Julia O' Connell Davidson, come una "persona che è fisicamente viva, ma socialmente morta, cioè senza potere, nascita e onore". [La prostituzione. Sesso, soldi e potere, p.182] "La costruzione delle prostitute come «Altro» serve effettivamente ad offrire ai clienti degli oggetti sessuali disumanizzati e degradati pronti per l'uso" [p.185] Questo rende più facile commettere atti di violenza nei loro confronti.

E' proprio questa concezione che possiamo definire "stigma", il quale risulta quindi connaturato alla prostituzione, nel senso che se non esistesse renderebbe assai più basso, se non prossimo a zero, il numero dei clienti. Per questo lo stigma continua a persistere negli Stati che hanno regolamentato la prostituzione, nella Nuova Zelanda, come in Australia e nei Paesi Bassi.

Per questo sostengo che la prostituzione sia intrinsecamente violenta.

Rendersene conto rappresenta, a mio parere, un primo fondamentale passo per giungere all'implementazione di soluzioni e di progetti che consentano di prevenire l'ingresso nella prostituzione o di facilitarne l'uscita: dall'introduzione di un reddito garantito, alla riduzione dell'orario di lavoro, alla realizzazione di programmi di formazione professionale, al riconoscimento dei titoli di studio delle migranti, all'approvazione di una normativa che consenta la libera circolazione delle persone di cittadinanza extraeuropea ecc.

E' essenziale poi che tutti gli uomini si rendano conto che non esiste una categoria di donne-merci da consumare e sulla quale esercitare un dominio assoluto. Nessuna persona può essere concepita come un "oggetto sessuale disumanizzato, pronto per l'uso".


Vedi anche:
La violenza diminuisce nel modello nordico
Lo stupro a pagamento non è un lavoro come un altro
Intervista a Kajsa Ekis Ekman (Lunanuvola)
Che bello lavorare in un FKK! (Il Ricciocorno Schiattoso)

6 Responses to “L'ingenua illusione della prostituzione cooperativa”

  1. Die certo l'assassino sará contento di sapere che non é lui ad essere stato violento, ad uccidere le prostitute, ma un cosiddetto "sistema prostituente". Mi chiedo come l'autrice intende spiegare gli omicidi di donne da parte dei loro partner che - per quello che so - in Italia non sono proprio pochi. Mi chiedo se l'autrice in quei casi lí intende parlare del sistema.... "matrimoniante" .....? Anche in Svezia vengono uccise prostitute, e a dir la veritá, ovunque vengono uccise prostitute. In genere questo succede perché la societá si rifiuta di accettarle come cittadini e cittadini con diritti. Se Lei dice che gli assassini sono spiegabili con riferimento ad un sistema prostituente, perché tanto la prostituzione é violenta, Lei legittima e normalizza questa violenza.
    Mi piacerebbe invece che iniziassimo a parlare di prostituzione come un'occupazione, dove le lavoratrici e i lavoratori non sono costretti a lavorare al buio per strada, perché é vietato lavorare in un qualche appartamento con altre colleghe. Sono tutt'ora convinta che la prostituzione per se non é il problema, mal l'idea che tanto la prostituzione é violenza - e quindi anche l'assassino della prostituta non fa nulla di "male", perché tanto "é il sistema". No, non é il sistema. Sono persone che non hanno capito che prostitute sono persone umane che devono essere rispettate che uccidono. Non un "sistema".

  2. Gli omicidi di donne da parte dei loro partner si dicono femminicidi, sono parte della violenza di genere, costituiscono l'estrema punizione quando lei vuole sottrarsi al suo ruolo di genere. Certo hanno a che fare con un sistema di potere, con il dominio maschile, con la famiglia patriarcale.

    Se la violenza è frequente, se le persone che la subiscono sono esposte con elevata probabilità al rischio di subirla, oltre alle responsabilità individuali di chi la commette, c'è anche un sistema che la favorisce, perchè ne ha bisogno, perchè su quella violenza si sostiene.

    Ciò vale anche per il sistema della prostituzione, che provoca continue offese alla vita e alla incolumità delle prostitute, in tutti i paesi, a prescindere dalle leggi e dai luoghi di "lavoro". Quindi, non è questione di regole, ma di sistema. Il sistema della servitù debitoria, esponeva i servi a rischi elevati di abusi, non era questione di regole, perciò fu abolita.

    L'idea che il sistema prostituente sia violento, non legittima la violenza, delegittima quel sistema.

    Se un cliente cercasse nella prostituta una persona da rispettare, probabilmente non avrebbe bisogno di andare da lei, andrebbe da sua moglie, dalla sua fidanzata, da una sua amica.

    Sonja, tu come spieghi la violenza nella prostituzione?

  3. il punto che del matrimonio si può pensare quel che si vuole ma stare insieme ed eventualmente decidere di comune accordo di sposarsi è un diritto civile e mi spingo a dire umano (tanto è vero che si vuole giustamente estenderlo anche alle coppie gay e in molti paesi occidentali è già così)..per la prostituzione il discorso è diverso, oltretutto nel matrimonio moderno in occidente, (non è sempre stato così e in alcuni Paesi non è così ancora oggi) abbiamo due persone che si sono scelte (per amore e/o per altri motivi ma per la nostra discussione conta solo che si sono scelte reciprocamente) mentre invece nella prostituzione l'unico che può scegliere è il cliente (in base alle sue finanze certo ma può scegliere)..almeno nella maggioranza dei casi. Però sono d'accordo che la colpa della violenza contro le donne (aprescindere dalla loro professione) è di chi la commette, e non di altro

  4. Quindi, siccome permettere che più prostitute lavorino insieme non sarebbe sufficiente a prevenire ogni singolo crimine, è meglio non tentare nemmeno di cambiare le cose? Concordo sul fatto che ci sia un sistema violento, e che in un mondo ideale, probabilmente la prostituzione non servirebbe affatto. Però l'omicidio di una donna ad Amsterdam e il fatto che la Svezia non offra il 100% di sicurezza per le/i sex workers non significano che i loro sistemi siano del tutto sbagliati (altrimenti con questo ragionamento si dovrebbe proibire il matrimonio e le relazioni eterosessuali, visto il risultato per così tante donne...). Inoltre si citano sempre Svezia e Germania, e mai la Nuova Zelanda, che ha messo in pratica un sistema di decriminalizzazione prima che di legalizzazione. Non pretendo di essere un'esperta in materia, ma recentemente nella mia università (studio in Inghilterra, ma da quel che ho letto le leggi non sono molto diverse in Italia) si è svolto un incontro con alcuni rappresentanti di due collettivi di sex workers, e hanno parlato a lungo di come le leggi attuali sono più dannose per i/le sex workers che per il sistema in sé. Una ragazza ha giustamente fatto notare che finché non si renderà illegale la povertà, è inutile rendere ancora più penosa la situazione di chi si trova a vendere sesso. Ha anche giustamente sottolineato le differenti sfumature, da chi lo fa davvero per scelta a chi è costretto dalle circostanza ma non vittima di tratta. Secondo lei, e, dopo averci riflettuto a lungo, mi trovo d'accordo, l'atteggiamento che tende a porre tutte/i sex workers come vittime le/i disumanizza tanto quanto il sistema che ne utilizza i servizi.
    Per quanto riguarda le soluzioni pratiche, suggerivano varie cose. Decriminalizzare aiuterebbe chi vuole uscire dalla prostituzione a farlo, poiché con una fedina penale sporca diventa poi quasi impossibile trovare un lavoro (e penso a cose come il reato di solicitation/loitering, cioè all'offrire prestazioni sessuali - non conosco il termine legale specifico in italiano). Permettere a più sex workers di lavorare insieme, contrariamente a che Lei dice, è considerato da un certo numero di sex workers fondamentale per la sicurezza. Le faccio un esempio che ci è stato raccontato da una delle speakers: lei e una sua amica e collega avevano un appartamento insieme. Un cliente ha iniziato ad essere violento con la sua amica e lei è intervenuta, minacciandolo anche di denuncia. Quest'ultimo, che conosceva bene le leggi, le ha ricattate dicendo che sarebbe stato lui a denunciarle, perché due sex workers già costituiscono un bordello, e questo è illegale.
    Mi rendo conto che quello della prostituzione sia un problema complesso e legato a molti altri fattori, quali la violenza di genere, spesso il razzismo, la povertà e molti altri, ma mi pare che il Suo articolo sia davvero troppo riduttivo e che, come spesso succede, Lei non prenda in considerazione le voci di chi è direttamente coinvolto.

  5. Alice, mi scusi, non capisco che cosa intende: nessuna legislazione di tipo "abolizionista dello sfruttamento" o, se preferisce, di tipo nord europeo, o svedese, prevede di criminalizzare la donna prostitu(i)ta: tutt'altro, poiché quelle legislazioni, semmai, criminalizzano e perseguono chi compra sesso e chi sfrutta, non certo le donne implicate le quali, al contrario, vengono supportate qualora intendano abbandonare la prostituzione, e supportate comunque, anche qualora non intendano abbandonarla, con l'assistenza sanitaria e le altre forme di assistenza pubblica. Affermare il contrario è fare opera di disinformazione.

  6. Volevo solo precisare che condivido integralmente le osservazioni di Paola e di Massimo Lizzi che hanno detto esattamente quello che avrei voluto dire io.
    Chiedo scusa se non sono intervenuta prima.

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