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Elezioni Europee del 25 maggio - Elettori per tentativi ed errori - In attesa della sinistra, meglio un PD forte

Le Elezioni Europee hanno avuto (per me) un esito soddisfacente rispetto ai pronostici. La Lista Tsipras supera la soglia di sbarramento. Forza Italia declina a forza intermedia. Il M5S perde il confronto con il PD. L’affluenza alle urne è al 60%, contro la media UE del 44%, per la elezione di un parlamento europeo, sia pure dotato di competenze crescenti, ancora privo del potere reale di dare la fiducia al governo dell’Unione.

La Lista Tsipras ha superato per un pelo la soglia di sbarramento del 4% ed ha eletto tre eurodeputati: Curzio Maltese, Marco Furfaro e Eleonora Forenza. Peccato per la mancata elezione di Lorella Zanardo. Oltre 16 mila preferenze. Sopravvanzata soltanto dalla capolista e da due candidati che potevano contare ciascuno sul sostegno di un partito. Se la Lista Tsipras avesse conseguito il suo risultato fisiologico, quello che davano i primi sondaggi (6-7%), probabilmente ce l’avrebbe fatta.

Nessuno dei due grandi sconfitti ha fatto autocritica. Berlusconi se l’è presa con i giudici e con Napolitano, Grillo se l’è presa con i media e con gli stessi elettori. Pensionati che non pensano ai loro figli e nipoti. Nonostante l’anno scorso sembravano averci pensato. Un cambiamento culturale troppo lento. Eppure nel 2013 era veloce. Gran parte del dibattito sull’esito elettorale è condotto da professionisti della comunicazione e così molte analisi si concentrano sul modo di comunicare dei partiti. A Grillo sono rimproverati i toni, magari dagli stessi che per molto tempo gli hanno spiegato che i toni alti pagavano, accoppiandoli a sondaggi che lo davano sempre in crescita, per non dire di alcuni suoi prestigiosi supporter, in forza al Fatto Quotidiano, ma anche a qualche altro giornale, che spiegavano quanto fosse controproducente stigmatizzare Grillo, mentre magari gli davano pure man forte nell’insultare e dileggiare gli avversari e soprattutto le avversarie. I toni alti hanno spesso voluto dire sessismo e xenofobia. Caratteri che si ritrovano nel nuovo alleato oltre Manica con cui Grillo e Casaleggio vorrebbero formare il gruppo all'europarlamento. La verità probabile è che un anno di opposizione pentastellata sia risultata polticamente inconcludente. Dopo le elezioni politiche, molti grillini pensavano che indurre PD e PDL alle larghe intese avrebbe portato il M5S al 40%. Dopo un anno il 40% lo ha fatto il Partito democratico.

Leggo a sinistra commenti variamente preoccupati per la vittoria di Matteo Renzi. Il leader del PD lo sento estraneo, ho votato contro di lui in due consultazioni primarie, non mi è piaciuto il modo in cui ha rimpiazzato Enrico Letta, non ho condiviso le sue proposte di riforma, l’ho apprezzato soltanto e parzialmente sulla parità di genere (metà donne nel governo, le cinque donne capolista, ma non il modo in cui ha liquidato la questione nella definizione della nuova legge elettorale). 

Tuttavia, penso l'attuale presidente del consiglio sia meglio di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo. La sconfitta dei due è molto salutare e passa per la vittoria di Matteo Renzi. E’ una differenza qualitativa. Matteo Renzi è stato paragonato tante volte all’ex Cavaliere, ma non è padrone di un’azienda e non sta in politica per risolvere i suoi debiti con le banche e i suoi guai con la giustizia. Non è neanche padrone di una squadra di calcio. Diversamente da Berlusconi e Grillo, il leader del PD non è il padrone del suo partito. Non lo ha fondato e creato, non costituisce la guida carismatica. E’ emerso in lotta contro il vecchio gruppo dirigente, è oggi molto importante, ha un grande potere, ma rimane espressione del suo partito, è un elemento che ha sostituito i suoi predecessori e che potrà in futuro essere eventualmente sostituito, senza che la sua parabola coincida necessariamente con la parabola del partito. Meglio un partito burocratico, con i suoi organismi dirigenti, le sue correnti, i suoi circoli, che non un partito carismatico, incline ad accarezzare il pelo degli umori più reazionari del paese. Il PD di Matteo Renzi sta nel Partito socialista europeo. Non è amico di Matteo Salvini che è amico di Marine Le Pen. Non si allea con i populisti dell’Ukip di Nigel Farage. Meglio sia lui a prevalere che non uno degli altri due.

Il PD è stato paragonato alla Democrazia cristiana. Potrei tornare a dire, meglio la Dc che i fascisti. Il paragone è stato molto criticato. A parte la percentuale e l’estrazione cattolica del leader e di parte del gruppo dirigente, mancano tante cose per essere la Dc. Il blocco sociale, il riferimento alla Chiesa cattolica, l’anticomunismo, il voto di scambio specie nel meridione, dove la Dc era più forte, mentre il PD continua ad essere relativamente più debole. La zona bianca dove il PD è cresciuto è quella del nord-est. Artigiani e autonomi, già elettori di Berlusconi e di Grillo, lo hanno preferito con lo spirito di chi tenta una nuova scommessa. Questo sembra in generale il senso dell’affermazione del PD renziano. Un investimento sull’ultima carta nuova, capace di coagulare e integrare umori diversi: il rottamatore energico, veloce, ottimista e rassicurante. Avverso al fallimento e alla rabbia fine a se stessa.

Il PD si colloca nel PSE e sembra in linea con l'evoluzione dei partiti socialdemocratici in partiti pigliatutto, volti alla conquista di tutti gli elettori disponibili, analizzata fin dagli anni '60 da Otto Kirchheimer, già iniziata con la trasformazione del PCI e poi del PDS/DS. Drastica riduzione del bagaglio ideologico; minor accentuazione del riferimento a una specifica classe sociale per reclutare elettori tra la popolazione in genere; assicurazione dell'accesso a diversi gruppi di interesse, la scelta di temi consensuali che trovano ampio consenso nella popolazione.

Il voto al PD non sembra esprimere un consenso consapevole e informato sui contenuti precisi dei provvedimenti del governo. Dalle riforme del mercato del lavoro alle riforme elettorali e costituzionali. L’esito del voto può mettere in discussione queste stesse riforme. L’Italicum concepito per far fuori il M5S, con questi risultati, potrebbe far fuori il centrodestra, ed essere così sconveniente per Forza Italia, principale controparte dell'accordo del Nazzareno. Il PD per anni ha inseguito il consenso necessario a governare, mediante il trucco della legge elettorale. Ora che il consenso l’ho ha finalmente ottenuto con una normale legge proporzionale, può non sentirne più il bisogno. La crisi dei partiti, della politica, della rappresentanza, non ha portato nulla di buono in questi ultimi trent’anni. Un consolidamente è al di là da venire, ma non è male la prospettiva di avere un partito e un governo con un consenso più forte. Una politica più forte, stabile e legittimata, puà essere una politica più democratica, più autonoma nel rapporto con i cosiddetti poteri forti, in Italia e in Europa, anche al fine di contrastare e correggere la politica di austerità.


Riferimenti:
Il voto alla Lista Tsipras per le Elezioni Europee
Elezioni Europee 2014
Elezioni Europee 2014 - Dati Ministero dell'Interno
I 73 italiani eletti al Parlamento Europeo
I flussi elettorali
Flussi elettorali SkyTG24
Analisi SWG sulla composizione sociale del voto
Exit Pool e proiezioni

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