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Sintesi delle audizioni sul DL contro la violenza di genere



di Maria Rossi


Il 10 settembre si sono svolte dinanzi alle Commissioni parlamentari I e II le audizioni di espert* nell'ambito dell'indagine conoscitiva promossa in sede di esame del disegno di legge C.1540,  meglio noto come decreto contro il femminicidio.
E' stato realizzato un video degli interventi, di cui è disponibile in rete anche il resoconto stenografico.   
Inoltre Barbara Spinelli, avvocata del Foro di Bologna, appartenente all'Associazione Nazionale Giuristi Democratici, sentita in qualità di rappresentante della Piattaforma CEDAW e della "Convenzione NO MORE! Contro la violenza sulle donne-femminicidio!", ha reso pubblica la corposa relazione da lei redatta e presentata alle Commissioni parlamentari. 
L'intento di questo mio articolo è quello di esporre sinteticamente il contenuto degli interventi   alla Camera delle rappresentanti delle associazioni a difesa dei diritti delle donne vittime della violenza maschile nell'ambito delle relazioni sentimentali.
Tutte hanno  evidenziato la natura strutturale e non emergenziale del fenomeno,  che il Preambolo della Convenzione di Istanbul, evocato da Giulia Lunetta Savino, intervenuta in rappresentanza di 36 comitati dell'associazione "Se non ora quando", definisce come "una manifestazione dei rapporti di forza, storicamente disuguali, tra i sessi che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti, nonché come uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini". E' a partire da  questa consapevolezza, ha osservato Lunetta Savino, che la Convenzione ha previsto una strategia articolata di lotta che contempla, secondo un approccio integrato, la predisposizione di misure di prevenzione, di educazione, di formazione degli operatori della scuola, dei servizi, delle forze dell'ordine, della magistratura, la presa in carico degli autori di violenza, nonché la regolamentazione e l'autoregolamentazione dei mass media e della pubblicità che dovrebbero promuovere il rispetto della dignità delle donne. E' indispensabile poi che si proceda alla riduzione dei tempi di svolgimento dei processi e  all'incremento delle possibilità occupazionali  così da rendere le donne più indipendenti e meno ricattabili.
Il decreto legge emanato dal governo, invece, è composto esclusivamente da disposizioni  di carattere sanzionatorio e, dunque, non recepisce nella sua integrità  le norme della Convenzione di Istanbul. Per Barbara Spinelli, anzi, esso ne tradisce lo spirito e la lettera, introducendo nel nostro ordinamento disposizioni che ne riducono la portata applicativa. La ragione è da individuare nella definizione restrittiva del concetto di violenza domestica, che se nella Convenzione designa tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner, nel decreto legge è invece limitata agli atti non episodici di violenza, ossia ai maltrattamenti e agli atti persecutori. 
Le donne partecipanti alle audizioni hanno dunque proposto al Parlamento di consultare le associazioni, i responsabili della scuola, della sanità, dei servizi sociali, delle forze dell'ordine e della magistratura per pervenire all'elaborazione di un testo unico contro la violenza sulle donne che affronti il problema su un piano complessivo.
Quanto alle singole norme del decreto, le intervenute si sono sostanzialmente dichiarate favorevoli all'introduzione delle aggravanti nel caso di maltrattamenti, violenza sessuale e atti persecutori (stalking) previste dall'art. 1. Tuttavia Barbara Spinelli, nella sua relazione scritta,  fa notare come esso si ponga in contrasto con la Convenzione di Istanbul che, all'art. 46, prevede una serie di circostanze aggravanti per tutti i reati  da essa contemplati: violenza fisica, psicologica, economica, matrimonio forzato, mutilazioni genitali femminili, violenza sessuale, stalking e non soltanto per questi ultimi e per i maltrattamenti come sancito dal decreto in questione. Quest'ultimo, dunque, riduce la portata applicativa della Convenzione.
Inoltre,   nella formulazione dell'art.1. comma 1, che stabilisce un aumento di pena per il maltrattamento commesso in presenza di minore di anni 18, viene eliminato ogni riferimento all'incremento di pena previsto dall'art. 572 del codice penale per il maltrattamento esercitato in danno di minore di anni 14. In relazione a questo comma, Barbara Spinelli osserva che "sarebbe stato più opportuno che il legislatore avesse introdotto l'aggravante della violenza assistita da minorenne come aggravante comune per tutti i reati dolosi, essendo evidente il maggior disvalore e danno derivante dal commettere un reato in presenza di un minorenne" (p. 21 della relazione). Per queste ragioni, la norma potrebbe presentare profili di incostituzionalità per violazione  degli art. 3 e 117 comma 1 della Costituzione, per il differente trattamento riservato a situazioni uguali, in contrasto con quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dal Parlamento italiano.
La giurista Spinelli muove gli stessi rilievi critici al comma 2 dell'art. 1 del decreto che introduce nuove circostanze aggravanti in materia di violenza sessuale. Fa rilevare, inoltre, come, stante la gravità e la varietà dei reati commessi in danno di partner ed ex partner, sarebbe stato più opportuno inserire l'aggravante prevista dal suddetto comma e dalla lettera a dell'art. 46 della Convenzione di Istanbul (quella relativa all'esistenza presente o passata di relazioni sentimentali tra aggressore e vittima) tra le aggravanti comuni di cui all'art. 61 del codice penale. (p. 22 della relazione).
A proposito di violenza assistita, commessa cioè in presenza di minori, Titti Carrano, Presidente dell'associazione DIRE,  cui aderiscono 63 Centri antiviolenza italiani,  ha sottolineato l'importanza di introdurre nel nostro ordinamento la violenza domestica come causa di esclusione  dall'affido condiviso e di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale, come richiesto, del resto,  dall'art.31 della Convenzione di Istanbul in modo da non compromettere la sicurezza della vittima e dei bambini e, aggiungerei, la loro salute psicologica già gravemente danneggiata. La violenza nei confronti della partner prosegue, infatti, spesso anche dopo la separazione e i figli sono spesso concepiti come gli strumenti che consentono al maltrattante di continuare ad esercitarla. Approvo la richiesta, che considero giusta e sacrosanta, dell'esponente dei centri antiviolenza. 
Quanto all' irrevocabilità della querela per  il reato di stalking, contemplata dal comma 3 dell'art. 1 del decreto, anche quelle esperte che non si sono dichiarate contrarie al principio,  introdotto verosimilmente con l'intento di proteggere la donna da eventuali ritorsioni e, secondo  Roberta Mori, Coordinatrice nazionale degli Organismi regionali di pari opportunità, coerente con il ruolo di uno Stato attivamente  impegnato  in un'azione di contrasto alla violenza "che va oltre la volontà dell'individuo", hanno riconosciuto che la sua applicazione in Italia risulterebbe assai rischiosa per l'incolumità della querelante, per l'assenza di un efficace sistema di protezione che le garantisca sicurezza e l'esercizio dei fondamentali diritti sociali ed economici, tra i quali il lavoro e un reddito adeguato che le consenta di intraprendere un percorso di uscita dalla violenza e di riappropriazione della propria esistenza. Lo Stato italiano  non eroga i fondi necessari a predisporre efficienti programmi di protezione delle vittime  e diretti ad estendere su tutto il territorio nazionale una rete capillare  di centri antiviolenza e di case di rifugio.  I centri sono solo un centinaio e non tutti in grado di offrire ospitalità alle donne vittime di violenza e ai loro figli. In intere regioni e in vasti territori non è presente alcuna struttura e molte di quelle esistenti rischiano la chiusura per la cronica  mancanza di stanziamento di fondi. 
Secondo la raccomandazione del Consiglio d'Europa, l'Italia dovrebbe disporre di almeno 5.711 posti letto destinati alle vittime di violenza e ai loro figli,  ma finora ne ha allestiti soltanto 500. E' questa  la drammatica e desolante realtà denunciata da Titti Carrano dell'associazione DIRE, una realtà che rende pericolosa l'introduzione nel nostro ordinamento dell'istituto dell'irrevocabilità della querela. 
Ad aggravare la situazione interviene la lentezza dei processi e l'inerzia delle forze dell'ordine di fronte alle denunce presentate dalle donne vittime di violenza. Come ha rilevato Barbara Spinelli, in ben 7,5 casi su 10, il femminicidio è l'ultimo, estremo atto di una serie di violenze pregresse, costituenti reato penale, che la donna aveva già denunciato o che  erano state oggetto di chiamate di emergenza alle forze dell'ordine o che erano note ai servizi sociali.
Le prime misure da adottare dovrebbero consistere pertanto nella  rilevazione sistematica da  parte del  Parlamento   e, più precisamente, di una Commissione bicamerale sul femminicidio, delle risposte del sistema di giustizia civile, penale e famigliare alla violenza maschile sulle donne e nell'accertamento della persistenza di pregiudizi di genere  nella pronuncia delle sentenze su questo genere di reati. Una volta rilevate le criticità esistenti, si dovrebbero adottare azioni e provvedimenti strutturali e organici di contrasto della violenza, opportunamente finanziati.  Il  Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere che, in base all'art. 5 del decreto, dovrebbe essere predisposto dal Ministro delegato per le pari opportunità con il contributo delle amministrazioni interessate, non dovrebbe invece prevedere nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. E' chiaramente impossibile elaborare un piano di questo tipo a costo zero! Esso non dovrebbe poi essere inteso come straordinario, giacché la violenza maschile sulle donne non costituisce un fenomeno emergenziale, ma un dato sociale strutturale.  
Quanto alle altre  norme del decreto, alcune delle rappresentanti delle associazioni che contrastano la violenza sulle donne e ne difendono i diritti si sono soffermate sull'art. 4. Alessandra Kustermann, responsabile del soccorso violenza sessuale e domestica della fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, ha invitato ad estendere il  permesso di soggiorno anche ai familiari della parte lesa quando questa non sia una cittadina comunitaria. Giulia Lunetta Savino ha rilevato, invece, l'assenza di specifiche garanzie  riguardo agli interventi di protezione prolungata e di sostegno all'autonomia e all'integrazione della donna straniera vittima di violenza domestica.
Nel corso dell'audizione sono state poi formulate proposte che includono  un'idonea formazione degli operatori di giustizia o la specializzazione dei magistrati che si occupano di violenza di genere. 
Le donne intervenute, soprattutto Alessandra Pauncz, Presidente dell'Associazione centro di ascolto uomini maltrattanti, hanno sottolineato poi l'importanza di un'adeguata presa in carico  degli autori della violenza, per interromperne il decorso.
"Perché è importante intervenire sugli uomini ?- si è chiesta Pauncz.- Intanto perché le donne vittime spesso lo chiedono; perché sono seriali – gli uomini terminano una relazione violenta e spesso entrano in una nuova relazione violenta –; perché anche per le donne che si allontanano spesso la violenza non si interrompe; perché con la separazione spesso la violenza peggiora o si trasforma in altre forme di reato come lo stalking; perché sono padri, e se noi vogliamo interrompere una trasmissione intergenerazionale della violenza dobbiamo incidere laddove la violenza viene trasmessa come messaggio d'amore [...] e perché alla fine – e forse questa è la ragione principale – la violenza si deve interrompere".
Vittoria Tola, Rappresentante  dell'UDI,  una delle Associazioni promotrici della Convenzione antiviolenza No More !, ha richiesto l'abolizione o, quanto meno, la modifica dell'articolo 1  del Testo Unico di Pubblica Sicurezza,  che risale al 1931  e che stabilisce che le forze di polizia, a richiesta delle parti, debbano provvedere "alla bonaria composizione dei dissidi privati". Proporre la "riconciliazione" tra i coniugi o i conviventi significa rimandare a casa la denunciante, sollecitandola a riappacificarsi con il compagno aggressore.
Eugenia Scognamiglio, Rappresentante dell'Associazione nazionale volontarie telefono rosa, ha proposto invece al legislatore di valutare l'ammissione al rito  abbreviato, che comporta la comminazione  di pene non congrue rispetto alla gravità dei fatti contestati, e alle altre misure alternative, degli autori di  reati contro la persona di particolare severità.  
Il mio augurio, a questo punto, è che il Parlamento recepisca le osservazioni e i rilievi critici formulati con grande competenza dalle partecipanti alle audizioni parlamentari, prima di affrettarsi a convertire in legge un decreto  elaborato in modo troppo frettoloso.


L'intervento di TITTI CARRANO
Presidente dell'Associazione DI.RE. (Donne in rete contro la violenza alle donne). 

Vorrei, innanzitutto, ringraziare i presidenti e i componenti delle Commissioni affari costituzionali e giustizia per l'invito a quest'audizione. 
  L'Associazione nazionale DI.RE. svolge da anni una costante attività di contrasto alla violenza maschile contro le donne e di coordinamento delle risorse disponibili su tutto il territorio anche attraverso una formazione specifica rivolta a operatrici e operatori che, a vario titolo, si occupano di violenza maschile. 
  DI.RE. rappresenta, al momento, 63 centri antiviolenza operanti a livello locale in tutta Italia; lavora in rete in ambito nazionale ed europeo internazionale con la rete europea WAVE, Women against Violence Europe, e con la rete internazionale dei centri antiviolenza del Global Network of Women's Shelters. 
  Vorrei specificare che i centri antiviolenza, le case rifugio dell'associazione DI.RE., sono pochi, autonomi, non istituzionali, gestiti solo da donne e hanno lo specifico obiettivo di accompagnare le donne a uscire dalla violenza attraverso percorsi individuali, sostenute da operatrici specializzate, che hanno competenza non solo con riguardo alle misure di sostegno della donna, ma anche per attivare e mettere in rete i diversi soggetti che devono occuparsi del fenomeno. 
  Possiamo affermare con forza che i cambiamenti culturali finora raggiunti sono in gran parte il risultato dell'impegno dei centri antiviolenza. La Convenzione di Istanbul è legge e ci auguriamo che non resti solo un'enunciazione di buoni princìpi. Proprio l'approccio della Convenzione si fonda, infatti, sul presupposto che la lotta alla violenza contro le donne richieda Pag. 23una strategia articolata e un lavoro tra attori impegnati su fronti diversi. Sono vari gli articoli della Convenzione che lo sostengono. 
  Il decreto-legge oggi in esame non risponde a quanto richiesto dalla Convenzione di Istanbul e, soprattutto, non riconosce il ruolo strategico e fondamentale dei centri antiviolenza, che continuano ad avere un ruolo di sussidiarietà. I centri sono completamente assenti, eppure sono l'unica esperienza in Italia che garantisca un accompagnamento della donna in tutto il suo percorso, con una specifica e appropriata metodologia dell'accoglienza e un efficace coordinamento delle risorse territoriali disponibili. 
  Aspettavamo una legge organica e, soprattutto, finanziata, che affrontasse tutti gli aspetti civili, amministrativi e penali con un adeguato sostegno ai centri antiviolenza. Il decreto-legge, invece, contiene solo norme penali dal contenuto eterogeneo. 
  Vorrei anche sottolineare che, nella relazione di accompagnamento, si parla di allarme sociale: non siamo in presenza di alcun allarme sociale. La violenza contro le donne è un fenomeno strutturale della nostra società. 
  Passo ora a svolgere alcune veloci osservazioni sul capo I del decreto-legge riguardo alla violenza assistita, ossia agli atti commessi in presenza di minori degli anni 18, finora riconosciuta solo con grandi forzature dalla giurisprudenza minoritaria. Noi giudichiamo non sufficiente la disposizione recata dal decreto-legge, proprio in vista della tutela dei minori, sempre coinvolti in questo tipo di situazione. 
  L'articolo 31 della Convenzione di Istanbul chiede agli Stati di adottare misure legislative per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia o di visita dei figli, siano presi Pag. 24in considerazione gli episodi di violenza e, ancora, che l'esercizio del diritto di custodia di visita non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima e dei bambini. 
  Sarebbe, quindi, fondamentale introdurre esplicitamente la violenza intrafamiliare come causa di esclusione e di affidamento condiviso e di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale. Non dimentichiamo che sono tanti i bambini uccisi dal padre maltrattante solo per vendetta nei confronti della donna. 
  Un altro punto sul quale vorrei soffermarmi è l'irrevocabilità della querela per il reato di stalking. Si ignora che tante donne sono state uccise dopo che avevano ripetutamente e inutilmente denunciato. L'irrevocabilità della querela, introdotta verosimilmente con l'intento di proteggere la donna da eventuali minacce o ritorsioni, è una responsabilità che al momento lo Stato non è in grado di assumersi. 
  Quest'impostazione, infatti, presupporrebbe l'esistenza di un sistema di protezione efficace, in grado di tutelare la vittima sia per quanto riguarda la propria sicurezza, sia per la disponibilità di risorse per un percorso di uscita dalla violenza. Richiederebbe anche l'esistenza di una rete funzionante ed estesa su tutto il territorio nazionale, un numero di centri antiviolenza e case rifugio proporzionato alla popolazione e adeguatamente finanziato. 
  Devo ricordare che la realtà italiana è, purtroppo, ben diversa. Non esiste un serio programma di protezione della vittima che ne tuteli l'incolumità a partire dalla denuncia, né un programma di interventi di prevenzione e contrasto della violenza. 
  Oggi, le donne che subiscono violenza in Italia non trovano un'adeguata protezione. Esistono pochi centri antiviolenza, solo un centinaio su tutto il territorio nazionale, di cui 63 Pag. 25aderenti a DI.RE., non tutti in grado di offrire ospitalità alle donne vittime di violenza e ai loro figli. Ancora in intere regioni e vasti territori non è presente alcuna offerta specifica per le donne. Non è neanche da sottovalutare il rischio di chiusura di molti centri per la costante mancata destinazione di risorse finanziarie. 
  I posti letto sono gravemente insufficienti e tutti conosciamo ormai la famosa raccomandazione del Consiglio d'Europa: dovremmo disporre almeno di 5.711 posti letto, mentre ne abbiamo 500. Devono essere garantiti a tutte le donne vittime di violenza anche i diritti sociali ed economici, proprio per sostenerle in questo percorso di uscita dalla violenza. 
  Un punto molto critico del decreto-legge riguarda proprio l'articolo 5, l'elaborazione del piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere. Tale piano non può essere straordinario perché, come sottolineavo, la violenza maschile contro le donne non è un fatto straordinario, non c’è allarme sociale, non siamo in una situazione di emergenza: purtroppo, è un dato strutturale della nostra società. La violenza sessuale è, tra l'altro, una sola delle forme in cui si esprime la violenza contro le donne. In questo senso, non capiamo per quale motivo debba essere affrontata con misure straordinarie. 
  Il piano nazionale è attualmente in scadenza, novembre 2013, per cui giudichiamo il rinnovo una grande opportunità. È importante riconoscere il ruolo dei centri antiviolenza, tutto il portato culturale e politico, l'attività di oltre vent'anni sul territorio e, soprattutto, approvare una legge adeguatamente finanziata. 
  Il riferimento al fondo di previsione della Presidenza del Consiglio dei ministri è totalmente insufficiente a realizzare quanto previsto nell'articolo 5. È anche necessario prevedere Pag. 26l'istituzione di un comitato nazionale sulla violenza di genere con la finalità di garantire un coordinamento delle attività di prevenzione e di contrasto della violenza su tutto il territorio e monitorare il fenomeno.

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