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Il presidente degli Stati Uniti può essere eletto soltanto due volte, dal 1951, anche se la consuetudine è valsa dai tempi di Washington e Jefferson. 

Il limite dei mandati è stato introdotto anche in Italia in alcune delle nuove leggi elettorali. Allo scadere del secondo mandato non è immediatamente rieleggibile il sindaco, dal 2000 e il presidente della regione, dal 2004. Alcuni sindaci, per potersi candidare una terza volta, hanno fatto un mandato da vicesindaco. Come Putin in Russia, per poter essere rieletto presidente ha fatto una legislatura da premier.

Un limite di tre mandati (15 anni) per l’elezione di deputati e senatori è stato introdotto nello statuto del Partito democratico (PD), salvo la possibilità di chiedere una deroga alla Direzione, la quale può concederla al 10% dei parlamentari uscenti non rieleggibili. E’ la regola impugnata da Matteo Renzi per la cosiddetta rottamazione dei dirigenti più anziani.

Il limite dei mandati è una misura di cautela, per evitare che il potere si concentri per troppo tempo nelle mani di una stessa persona. A tal fine può aver senso soprattutto per i presidenti e i sindaci. E’ anche una forzatura al fine di garantire il rinnovamento. Visto in questo modo il limite dei mandati ha solo aspetti positivi. Dava sollievo sapere che un presidente come George W. Bush dopo otto anni avrebbe comunque dovuto ritirarsi, anche se è stato un peccato non avere la soddisfazione di vederlo sconfitto. Meno sollievo dà sapere la stessa cosa per Obama, sperando riesca ad essere rieletto almeno la seconda volta. Forse la presidenza Bush avremmo potuto evitarcela se Bill Clinton avesse potuto ricandidarsi una terza volta nel 2000.

Se il limite dei mandati impone vita breve a potenziali despoti e oligarchi, svolgendo una funzione democratica e di rinnovamento, può essere però anche concepito come un principio di rotazione, di avvicendamento all’interno di una oligarchia, per meglio preservarla, svolgendo così una funzione conservatrice e antidemocratica. Un capo innovatore deve ritirarsi nonostante il consenso, senza aver completato la sua opera, perchè otto anni possono essere pochi per realizzare riforme strutturali. Come pure controriforme. Uno stop and go, per cambiare il meno possibile. Pensiamo a cosa avrebbe voluto dire il limite del doppio mandato per Chavez in Venezuela, limite che fu infatti abolito da un referendum.

Il limite dei mandati si accorda ad un sistema dove gli eletti sono tali per nomina, dove la classe dirigente è selezionata per cooptazione, dove a candidarsi sono gli esponenti dei gruppi dominanti, i ricchi, i bianchi, i maschi. L’idea che la poltica non debba essere una professione, presiede all’idea di una politica aperta solo ai liberi professionisti e agli imprenditori, esperti e telegenici comunicatori, adeguatamente supportati da tecnocrati e burocrati. In un sistema effettivamente democratico, aperto a tutti, dove l’elezione è espressione di consenso attivo e di partecipazione, il limite dei mandati sarebbe probabilmente di intralcio, il sistema saprebbe rigenerarsi da sè, garantendo comunque il giusto tempo ai più innovatori e meritevoli.

In questo senso, non apprezzo la rottamazione e non festeggio la caduta dei vecchi oligarchi a vantaggio dei nuovi, in un meccanismo che riproduce e rinforza una concezione personalistica e oligarchica della politica. Se i D’Alema e i Veltroni devono ritirarsi è bene che siano dimessi dagli elettori, non dai rottamatori. D’Alema ha ragione a mettere l’accento sul consenso, ma ha avuto torto a non sottoporsi alla prova del consenso. Per esempio quando ha delegato a Bersani nel 2009, la candidatura a segretario, invece di candidarsi lui in prima persona. O opponendosi alle primarie per la scelta del premier. Oppure ancora contrastando la reintroduzione delle preferenze nel sistema elettorale. Il limite statutario dei mandati e la rottamazione assumono senso e valore solo con le liste bloccate del porcellum. Perciò, non si tratta di rottamare e di rinnovare, nè di difendersi invocando il galateo e il rispetto per gli anziani (cosa comunque civile), quanto di battersi per instaurare la verifica effettiva del consenso e della partecipazione.

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