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I «giovani turchi» del PCI

Nelle elezioni amministrative del 1990, il Pci nel suo ultimo anno di vita, in mezzo ai due congressi del trapasso al Pds, preso dalla frenesia del rinnovamento e per adeguare il quadro locale a quello nazionale, volle sostituire molti sindaci e amministratori, quale che fosse la loro situazione. Mettendo insieme rese dei conti e avvicendamenti, alcuni opportuni, altri insensati, come sempre accade quando si procede con l’accetta.

Un rinnovamento del gruppo dirigente si era ormai attuato a livello nazionale. Il segretario generale Alessandro Natta fu sostituito nel 1988, con l’ausilio di un infarto, da Achille Occhetto. Lo stesso Natta era già circondato da una segreteria di quarantenni, dopo il pensionamento della vecchia guardia messo in atto al congresso di Firenze. Non più Renato Zangheri, Adalberto Minucci, Giancarlo Pajetta, Aldo Tortorella, Gerardo Chiaromonte, Giuseppe Chiarante, Alfredo Reichlin. Al loro posto Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Fabio Mussi, Antonio Bassolino, Gavino Angius, Piero Fassino, Livia Turco. Fu la rottamazione di quell’epoca. Forse di proporzione e significato ben maggiore di quella che potrebbe essere realizzata oggi, ma avvenne in modo pubblicamente pacifico, apparentemente non traumatico, come fosse consensuale e nel solco di un albero genealogico, anche se i quarantenni berlingueriani di tanto in tanto venivano appellati come «giovani turchi» dalla stampa. E D'Alema ne aveva pure l'aspetto. Tuttavia, militanti e simpatizzanti non manifestavano gioia o disperazione per la caduta dei vecchi e l’ascesa dei giovani. Tutto si teneva insieme. I vecchi erano rispettati per la loro autorevolezza seppure un po’ declinante, l’essere stati il gruppo dirigente di Enrico Beringuer scomparso nel 1984, i giovani erano apprezzati per il loro smalto, le loro battute: gente che finalmente sapeva rispondere a tono a Craxi e Martelli.

Come è noto i giovani dirigenti, sorpresi dal crollo dei regimi dell’est, decisero di archiviare il Partito comunista e l’idea stessa di partito del lavoro, per dare vita ad una nuova formazione politica dall’identità e ragione sociale incerte. Un partito dei ceti medi, genericamente progressista, oscillante tra i partiti socialisti europei, anch’essi in travaglio, e il partito democratico americano. Oscillazione più retorica che pratica. Saranno soprattutto Bill Clinton e Tony Blair i punti di riferimento della sinistra italiana degli anni ‘90, mentre Lionel Jospin, e la sua riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore, animerà solo la resistenza di Fausto Bertinotti (e in parte di Cesare Salvi).

Due dirigenti anziani sopravvissero al pensionamento del vecchio gruppo dirigente del Pci: Armando Cossutta, l’oppositore dello strappo, che ai congressi del partito metteva insieme il 4% e Giorgio Napolitano che, con Emanuele Macaluso, guidava la corrente migliorista. Mentre tutti i suoi defenestratori erano scomparsi dalla scena politica, Armando Cossutta effettivo costruttore di Rifondazione comunista, nel 1998 in contrasto con Bertinotti concorreva a determinare le sorti del governo Prodi e poi del governo D’Alema. Giorgio Napolitano, deputato dal 1953 al 1996, fu presidente della Camera (1992--1994), ministro dell’interno (1996-1998), senatore a vita nel 2005 e presidente della repubblica dal 2006.

Altri si ritirarono dalla politica attiva, ma rimasero in campo nel dibattito politico e culturale della sinistra di alternativa: Pietro Ingrao, Lucio Magri, Luciana Castellina.

Vi sono carriere politiche che finiscono e altre che soltanto si eclissano. Dirigenti giovani e nuovi che non sempre costituiscono un progresso rispetto ai loro predecessori. Morale già insegnata dalla storia degli altri partiti della sinistra, quella che va da Pietro Nenni a Bettino Craxi o da Giuseppe Saragat a Franco Nicolazzi. La regola sembra indicare l’ineluttabilità opposta: quelli che vengono dopo di solito sono peggio.

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