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Carla Lonzi e Catharine A. MacKinnon: le affinità elettive



di Maria Rossi


In questo articolo mi propongo di fare l'avvocata del diavolo e vi prego di intendere la mia espressione in senso letterale, giacché mi appresto a perorare la causa della Lucifera (per certune) del femminismo: Catharine MacKinnon. Estenderò la mia difesa a una femminista italiana che gode dell'imperitura fama assicuratale da elaborazioni teoriche acutissime, folgoranti, luminose: Carla Lonzi. Non vi paia incongruo o sacrilego l'accostamento tra le due, in quanto quel che mi propongo di fare è di illustrare la posizione sull'aborto di MacKinnon, che, come vedrete, presenta numerose affinità con quella esposta da Carla Lonzi, ma che è stata fortemente contestata e decisamente fraintesa, a mio parere, da sostenitrici della pornografia come Nadine Strossen. Quindi, se a conclusione della mia arringa, vi sentirete ancora autorizzate a sputare (per parafrasare il titolo di un noto testo di Carla Lonzi) su MacKinnon, sappiate che i vostri sputi raggiungeranno anche una delle più illustri rappresentanti del femminismo italiano. Non credo che lo farete.
Per screditare la battaglia di MacKinnon contro la pornografia e contestarne, presumibilmente, il diritto a proclamarsi femminista, Strossen la accosta agli antiabortisti, affermando, tra l'altro, che ella sostiene l'interruzione volontaria di gravidanza, ma lo fa impiegando le argomentazioni tipiche degli avversari. Questa opinione dimostra una totale incomprensione del pensiero espresso da MacKinnon nel corso di due conferenze svoltesi nel 1983 e nel 1985, poi trasfuse in un saggio tradotto in italiano con il titolo «Privacy vs eguaglianza: a partire dal caso Roe vs Wade», raccolto nel volume: «Le donne sono umane?» pubblicato da Laterza nel 2012.
In questo testo l'avvocata e filosofa del diritto statunitense osserva anzitutto che generalmente le donne che scelgono di abortire non desideravano né volevano rimanere incinte. Se si trovano in questo stato è perché sono gli uomini a detenere il controllo della sessualità, a definirne le condizioni, a decidere e ad imporre il momento e il modo in cui deve svolgersi il rapporto, ad attribuire un significato sociale stigmatizzante all'impiego femminile dei contraccettivi, atto interpretato come una dichiarazione permanente e universale (diretta verso tutti) di disponibilità sessuale della donna e, pertanto, anche come negazione alla radice della possibilità di subire uno stupro.

«Se pensate che ciò non sia vero riflettete sui casi di stupro in cui il fatto che una donna avesse il diaframma è stato considerato come segnale che quanto accaduto era un rapporto consensuale e non uno stupro: Perché portavi il diaframma?»

Tali questioni non hanno mai costituito oggetto di riflessione, osserva MacKinnon.
Si comprende quindi perché la battaglia per la libertà riproduttiva non abbia mai contemplato il diritto della donna ad opporre un rifiuto ad un rapporto sessuale non desiderato. (Ricordiamoci che ancora negli anni Settanta e al principio degli anni Ottanta il rapporto sessuale all'interno del matrimonio era configurato come un dovere coniugale). In questo senso il diritto di abortire è stato percepito semplicemente come libertà dalle conseguenze riproduttive di una sessualità definita dagli uomini, incentrata sul rapporto genitale eterosessuale. Per questo esso riflette ed esprime le condizioni di diseguaglianza tra i generi.

«Finché le donne non eserciteranno un controllo sulla propria sessualità, l'aborto agevolerà la disponibilità sessuale delle donne. In altre parole, in condizioni di diseguaglianza di genere, la liberazione sessuale così intesa non libera le donne, bensì l'aggressione sessuale maschile», ossia consente agli uomini di continuare ad imporre alle donne rapporti non desiderati, i quali costituiscono una manifestazione specifica dell'oppressione di genere.
Alla luce di queste considerazioni, MacKinnon commenta quindi la sentenza Roe vs Wade che nel 1973, invocando il diritto alla privacy, ha dichiarato non perseguibile negli USA la scelta di abortire e quella (non citata, et pour cause, da Strossen) Harris vs MacRae che, sempre in nome di questo principio, nel 1981 ha negato l'obbligatorietà del sostegno pubblico all'intervento di interruzione di gravidanza, vanificando in sostanza, per le donne sprovviste di adeguate risorse finanziarie, il diritto previsto dal primo provvedimento giurisprudenziale.
Le critiche di MacKinnon investono il fondamento delle due sentenze: quella dottrina della privacy che presuppone che gli individui nella sfera domestica interagiscono liberamente e consensualmente su un piano di parità nella misura in cui lo Stato non eserciti alcuna ingerenza esterna. Ma la sfera intima è proprio quella in cui si dispiega l'oppressione maschile e si manifesta la diseguaglianza tra uomini e donne ed è proprio per questo che il femminismo ha asserito con forza che il personale è politico. Non è una coincidenza che proprio quegli aspetti dell'esistenza dove maggiore si rivela la soggezione delle donne - il potere sul corpo, le relazioni eterosessuali, la riproduzione, la vita affettiva - rientrino nell'ambito della privacy, concetto giuridico che rende invisibile lo spazio ove avvengono le violenze fisiche e psicologiche, lo stupro coniugale, lo sfruttamento del lavoro femminile. «Il diritto alla privacy è il diritto degli uomini «a essere lasciati in pace» mentre opprimono le donne una per volta». L'autolimitazione dello Stato nella sfera privata, ribadendone l'intangibilità, si traduce nella subordinazione delle esigenze collettive delle donne agli imperativi della supremazia maschile.
Il rifiuto dello Stato di esercitare un'ingerenza nella sfera privata, d'altra parte, legittima anche la negazione, ribadita dalla sentenza Harris vs MacRae, dell'obbligatorietà di concedere un finanziamento pubblico all'interruzione di gravidanza, rendendone materialmente impossibile la pratica alle donne povere, quando la diseguaglianza sociale, per essere efficacemente combattuta, esigerebbe invece un intervento attivo da parte del potere politico.

«Essendo il diritto di abortire ricondotto al diritto alla privacy, non è contraddittorio che una donna che ha deciso di abortire non possa chiedere alcun sostegno pubblico, e che questa impossibilità non sia riconosciuta affatto come un ostacolo alla sua decisione».

Carla Lonzi esprime invece le sue convinzioni sull'interruzione volontaria di gravidanza in un testo intitolato «Sessualità femminile e aborto», scritto nel luglio 1971.
Anche lei, come Catharine MacKinnon, è assolutamente favorevole alla libertà di aborto, ma affronta il tema da una particolare angolazione che le consente di illuminare l'intera questione della sessualità, consueta espressione del dominio degli uomini sulle donne, e le permette di porsi interrogativi cruciali.
Le donne - osserva Lonzi - abortiscono perché restano incinte senza desiderarlo, in seguito ad atti di subordinazione e di assoggettamento al modello sessuale prediletto dagli uomini che hanno imposto il loro piacere, che conduce alla riproduzione, e l'hanno codificato come forma "naturale" di sessualità.
Le espressioni di denuncia di questo aspetto del patriarcato sono adamantine e durissime.

«Il concepimento è frutto di una violenza della cultura sessuale maschile sulla donna, che viene poi responsabilizzata di una situazione che invece ha subito. Negandole la libertà di aborto l'uomo trasforma il suo sopruso in una colpa della donna. Concedendole tale libertà l'uomo la solleva della propria condanna attirandola in una nuova solidarietà che rimandi a tempo imprecisatamente lontano il momento in cui essa si chieda se risale alla cultura, cioè al dominio dell'uomo, o all'anatomia, cioè al destino naturale, il fatto che essa rimane incinta». E ancora: «La legalizzazione dell'aborto e anche l'aborto libero serviranno a codificare le voluttà della passività come espressione del sesso femminile [..] La donna suggellerà attraverso uno sdrammatizzato esercizio della sua utilizzazione la cultura sessuale fallocratica».

Carla Lonzi e Catharine MacKinnon non condannano l'aborto, ma si interrogano sul suo significato nel quadro del sistema patriarcale, giungendo ad interpretarlo come la conseguenza di una sessualità imposta dall'uomo, incentrata esclusivamente sull'appagamento del desiderio maschile e riduttivamente procreativa.
Le due femministe, malgrado ciò non risulti immediatamente evidente, concordano anche sul ruolo da assegnare allo Stato in materia. Come è noto, Carla Lonzi propugnava la decriminalizzazione dell'aborto, non la sua regolamentazione attraverso la promulgazione di una specifica normativa, perché quest'ultima soluzione avrebbe comportato l'appropriazione da parte dei legislatori di una battaglia esclusivamente femminile che si era tradotta nella sofferenza di miriadi di donne che avevano dovuto fare ricorso all'aborto clandestino. Questa lotta avrebbe dovuto costituire il primo capitolo di una presa di coscienza che avrebbe condotte le donne ad incrinare seriamente la struttura del dominio maschile.
Anche Catharine MacKinnon è favorevole alla decriminalizzazione e non alla legalizzazione dell'aborto, in quanto quest'ultima soluzione si traduce nell'attribuzione del controllo sulla riproduzione agli uomini: ai mariti, ai medici, ai padri, agli esponenti del governo. Quel che l'avvocata femminista richiede è, invece, un intervento dello Stato a sostegno delle donne dei ceti popolari che non potrebbero interrompere liberamente la gravidanza senza poter fruire dei finanziamenti pubblici. E' interessante constatare come la sostenitrice della pornografia Nadine Strossen, nella sua critica a MacKinnon, occulti o, comunque, non menzioni questo aspetto cruciale della posizione dell'avversaria. Come mai? In compenso, riferendosi alle leggi contro la pornografia, stigmatizza la «donna infantilizzata, bisognosa per questo dello Stato». La sua critica deve essere estesa a qualsiasi tipo di intervento pubblico, anche a quelli a sostegno dell'aborto? Deve essere interpretata, cioè, come una forma generale di antistatalismo, oppure no? E come valuta Strossen il diritto alla privacy: il principio, cui si ispirano le due sentenze commentate da MacKinnon, che vanifica la libertà di abortire? Sarebbe interessante saperlo.
La constatazione critica dell'assenza dell'intervento dello Stato nella sfera domestica è, poi, una diretta conseguenza dell'attenzione che MacKinnon riserva alla violenza perpetrata dagli uomini sulle partner, che, in molti casi, (si pensi allo stupro coniugale), negli anni Ottanta, non era neppure riconosciuta come reato o non era, ad ogni modo, perseguita, perché confinata nell'ambito privato, sfera esclusa, a beneficio degli uomini, dall'applicazione del diritto. Carla Lonzi non affronta invece direttamente il tema della violenza fisica sulle donne e dello stupro, questione che inizierà ad interpellare il femminismo italiano solo dopo il massacro del Circeo avvenuto nel 1975. Ricordo, en passant, che il problema della violenza domestica sulle donne è stato sollevato all'estero soprattutto dalle femministe radicali che hanno anche coniato il termine «femicide» (Diana Russell, impegnata, tra l'altro, contro la pornografia).
L'unica significativa differenza che possiamo riscontrare tra la posizione di Catharine MacKinnon e quella di Carla Lonzi consiste nella soluzione proposta per evitare il ricorso all'aborto. La prima, infatti, si limita ad invocare il diritto delle donne a rifiutare rapporti sessuali non desiderati, mentre la seconda, osservando come in queste ultime l'organo sessuale dispensatore del piacere non coincida con quello che assicura la riproduzione, sollecita lo sviluppo di una sessualità clitoridea polimorfa e quindi, non finalizzata alla procreazione, ma all'appagamento di entrambi i partner.
I testi commentati sono attualissimi, ma vanno interpretati anche alla luce del contesto storico in cui sono stati elaborati.
Negli anni Settanta e al principio degli anni Ottanta il rapporto sessuale si configurava come una manifestazione esplicita di dominio dell'uomo sulla donna, di asservimento alle istanze di godimento maschili che trovavano esplicazione in una sessualità frettolosa, egoista, meramente, coitale e quindi diretta alla riproduzione.

«Non ho il tempo di dire “Dio, che fu?” che lui ha già finito » [Lieta Harrison, La donna sposata. Mille mogli accusano, Milano, Feltrinelli, 1972, p.50.]

Una sessualità, quella maschile, strumentale, incentrata sul concetto di performance e completamente indifferente ai desideri della partner.

«Era la prima volta che facevo l’amore, io ho 17 anni e lui 22, studente universitario all’avanguardia. Mi si avvicina e mi abbassa il sedile, mi bacia, comincia a spogliarmi, poi si volta, cerca in tasca qualcosa, il preservativo. Se lo mette; mi viene sopra e mi penetra. Non ci riesce, io soffro troppo e smette giustificandosi così: «sembrava facile» […] Raggiunge egualmente l’orgasmo sempre senza tener conto che esisto anche io, che voglio essere portata all’orgasmo e, nella squallidità di quell’atto, almeno provare un po’ di piacere. Poi, sempre con calma terrificante, si toglie il preservativo, apre il finestrino e lo getta. Il mio stato d’animo era simile a quello, mi sentivo come quel pezzo di plastica usato e gettato dopo l’uso (anche se non soddisfacente, l’uso). […] Qualcosa di veramente terribile. Credevo di essere morta, mi sentivo vuota e priva di senso. Inutile come quel preservativo dopo l’uso […] Io sono stanca di essere usata per esaltare la virilità maschile» [Lettera di E.B., «Effe», n.5, maggio 1976].

Il rapporto sessuale era percepito, dunque, dalle donne come una diretta espressione del potere maschile, come una forma di sopraffazione, di violenza, talvolta come uno stupro.

«Viviamo un concetto di sessualità deformata perché sperimentiamo un rapporto sessuale che nella nostra società non è che sopraffazione. […] Rimane la realtà squallida di un rapporto sessuale basato sul principio di prestazione, recitato da due esseri pieni di contraddizioni se non profondamente estranei, e dal quale gioia, serenità, creatività, sono escluse. Da questo rapporto che elude la gioia di ritrovarsi nel gioco sessuale, che inibisce il toccarsi, l’accarezzarsi, il masturbarsi (tutte manifestazioni sessuali definite femminili) noi donne non possiamo che sentirci tradite, violate, stuprate. [Sessualità negata, «Effe», n.9-10, ottobre-novembre 1975]».
«Il suo modo di dichiararsi disponibile all’atto sessuale è l’assalto violento e improvviso. Mette spavento. Il suo ideale di rapporto sessuale è lo stupro» [Elena Gianini Belotti, Prima le donne e i bambini, Rizzoli, Milano, 1983, p.159].
«Noi non riusciamo a scindere il discorso della sessualità dal discorso del rapporto, mentre l’uomo questa scissione la fa, è qui che nasce il discorso della violenza, perché lo stupro altro non è che la sessualità al maschile e cioè la sessualità scissa dal rapporto. Una sessualità che oggettivizza la donna, che la disprezza e le fa violenza». [Sessualità negata, «Effe», n.9-10, ottobre-novembre 1975]

Femministe e militanti politiche erano perfettamente coscienti della configurazione che assumeva il rapporto sessuale, esercizio del potere dell'uomo sulla donna, modalità di espropriazione e di controllo del corpo femminile.

«Per questo l’uomo si è storicamente impadronito del corpo della donna come oggetto di uso erotico e come macchina di riproduzione. Il rapporto sessuale è quindi un rapporto di potere da parte dell’uomo. La negazione della sessualità della donna si accompagna all’affermazione del culto della virilità, del maschio: in questo modo si nega la possibilità di un rapporto umano, e l’uomo si trasforma in controllore, giudice, giustiziere. Per tutto questo il rapporto sessuale è segnato dalla violenza.» [Avanguardia Operaia, Per la liberazione della donna, in La sinistra rivoluzionaria, a cura di Davide Degli Incerti, Savelli, Roma, 1976, p.205].

In una serie di testimonianze, riportate in un documento di due collettivi genovesi, alcune giovani femministe raccontavano esperienze sessuali drammatiche, dolorose, violente. [Collettivo di autocoscienza del martedì e Collettivo femminista genovese, L’uomo è il passato della donna, «Effe», n.9-10, settembre-ottobre 1976].

«Gli uomini mi costringevano a farmi entrare bene in testa che avevo soltanto un corpo, che servivo solo per quello scopo.»

«Mai siamo considerate persone che hanno coscienza della loro sessualità, che hanno dei bisogni e degli autonomi modi di essere.»

«Il mio primo coito: violenza, indifferenza, dolore.»

«I nostri rapporti sessuali continuarono per diverso tempo con tutta la violenza, la tristezza e la solitudine che è possibile immaginare».

Il rapporto sessuale era imposto dall'uomo come dovere e talvolta rappresentava un mezzo per attenuarne la violenza.

«Per anni ho avuto un atteggiamento di scambio, se facevo l’amore col mio uomo lo rendevo meno violento nei miei confronti» [Il corpo politico, in Sessualità, maternità, procreazione, aborto. Documenti di gruppi femministi / testimonianze di donne/ interventi dell’incontro al circolo De Amicis, in «Sottosopra», fascicolo speciale, Milano, 1975]

«Io ho avuto due figli e due aborti, però la sessualità libera non l’ho mai vissuta e molte volte ho finto di partecipare per paura che mio marito, se se ne accorgeva, mi picchiasse. Quando ero più giovane, mi picchiava se mi rifiutavo.» [Fausta Cecchini, Gabriella Lapasini, Mara Valli, Luciana Viviani (a cura di), Sesso amaro, Trentamila donne rispondono su maternità sessualità aborto, Editori Riuniti, Roma, 1977, p.36].

Il rapporto sessuale conduceva molto spesso all'aborto, anche perché in Italia gli uomini erano spesso contrari all'impiegodegli antifecondativi.

«Una mia collega (insegnante) di 35 anni ha fatto 11 aborti perché se usasse gli anticoncezionali il marito non sopporterebbe di stare con lei: gli sembrerebbe di stare con una puttana» .

«Io credo che per l’uomo, se la donna prende la pillola, sia come gli limiti la virilità, o meglio gliene tolga la prova». [Fausta Cecchini, Gabriella Lapasini, Mara Valli, Luciana Viviani (a cura di), Sesso amaro, Trentamila donne rispondono su maternità sessualità aborto, Editori Riuniti, Roma, 1977,p.55]

Al contrario, molti partner erano favorevoli all'aborto, la cui liberalizzazione, osservava Carla Lonzi, «è diventata [..] la condizione mediante la quale il patriarcato pretende di sanare le sue contraddizioni mantenendo inalterati i termini del suo dominio».

«Che la ragazza resti incinta è una disgrazia. Deve abortire, se no che fa? Mica mi posso presentare a casa, da mio padre, che già mi mantiene e dirgli: mi devo sposare, ecco qui, da domani invece di uno devi mantenere tre persone! A parte che quello mi caccia a calci, proprio non glie lo posso chiedere». [Renzo, studente]

«Io la ragazza fissa non ce l’ho. Ne ho una per sera. Chi è, è, io le dico: bella mia, il pericolo che corri lo sai, non ti credere che domani mi incastri con la storia che sei incinta. Tanto io non ti sposo…» [Nando, 21 anni. Testimonianze tratte da Fausta Cecchini, Gabriella Lapasini, Mara Valli, Luciana Viviani (a cura di), Sesso amaro, Trentamila donne rispondono su maternità sessualità aborto, Editori Riuniti, Roma, 1977,pp.49-50]

Come potete constatare dalla lettura di queste testimonianze, non sono soltanto Carla Lonzi e Catharine A. MacKinnon a concepire il rapporto sessuale come una forma di potere e di dominio maschile sulle donne e ad impiegare espressioni crude per definirlo. Direi, anzi, che la loro conoscenza della sessualità etero sia molto più profonda e acuta di quella che mostra di avere Nadine Strossen.
Ribadisco, in conclusione, come Catharine A. MacKinnon sia favorevole all'aborto, alla cui pratica ritiene abbiano diritto di accedere anche le donne dotate di scarse risorse finanziarie. Come Carla Lonzi, inserisce, però, l'interruzione di gravidanza nel quadro di un più complesso e articolato discorso concernente il modo di concepire e di vivere la sessualità come asservimento ai desideri maschili. Sarà per questo che è tanto odiata?

5 Responses to “Carla Lonzi e Catharine A. MacKinnon: le affinità elettive”

  1. comunque è sbagliatissimo vedere la sessualità etero e il sesso penetrativo puramente come oppressiva nei confronti della donna come se una donna non potesse mai ricavane piacere 8il sesso penetrativo può essere piacevole per entrambi come ogni altra pratica erotica) o pensare che a nessun maschio etero importi del piacere della partner (quando ci sono uomini che vivono malissimo il fatto di non essere riusciti a dare un orgasmo alla partner)

  2. A me sembrano testi un po' datati, e anche identificare la sessualità maschile con lo stupro è falso (come lo è pensare che una donna per desiderare di fae sesso con qualcuno debba per forza essere "innamorata" ,in realtà il sesso "ludico" può piacere a entrambi così come il sesso "romantico", e una storia d'amore può nascere anche da una storia di sesso come anche no)

  3. il fatto che una donna abbia il diritto di decidere se portare avanti o meno una gravidanza "non cercata" è indiscutibile come l'accesso alla contraccezione.
    Poi che cosa vuol dire "assalto improvviso e violento"? Il sesso passionale o "rustico", persino "animalesco" di per sè non è stupro.
    Comunque sono maschio eterosessuale e la mia concezione del sesso non può prescindere da un rapporto inteso almeno come attrazione fisica reciproca..i sentimenti, l'amore sono una cosa che può esserci, come no. Non giudico chi la vede diversamente, uomo o donna che sia purchè ci sia consenso

  4. "l'amore sono una cosa che può esserci, come no"

    e quando c'è ed è ricambiata è una cosa molto bella, anche il sesso romantico può essere bello per uomini e donne ..ma ripeto non giudico chi vive la sessualità diversamente

  5. ".... il diritto di abortire è stato percepito semplicemente come libertà dalle conseguenze riproduttive di una sessualità definita dagli uomini, incentrata sul rapporto genitale eterosessuale. Per questo esso riflette ed esprime le condizioni di diseguaglianza tra i generi." In altre parole, per il commentatore sopra: le donne che decidono di abortire sono, nella maggior parte de casi, donne che non hanno avuto la possibilità di decidere in partenza, anche se talvolta ciò può non essere evidente. E' una questione di rapporti di potere, non di modalità scopadee, è più chiaro così?

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