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Nelle piazze e nelle case



di Christine Rama


Marta, attivista No Tav, nel corso di una manifestazione del movimento, viene fermata, massacrata di botte, umiliata, insultata, palpeggiata dagli agenti di polizia.
Quando è diretta contro le donne, la repressione delle forze dell'ordine assume spesso specifici connotati sessuali che servono ad enfatizzare il processo di degradazione e di sottomissione della vittima di sesso femminile, rendendo  l'azione ancora più odiosa.
Martedì è stato sgomberato a Milano dalla giunta Pisapia uno spazio occupato: l'ex Cinema Maestoso. A farne le spese una ragazza, che è stata manganellata.
Qualche giorno fa a Palermo Rosy è stata massacrata, dinanzi al figlio di due anni, dall'ex convivente inutilmente denunciato.
A Brescia, infine, un uomo ha assassinato i due figli, percepiti come oggetti di proprietà, per compiere una vendetta nei confronti della ex moglie. Era stato denunciato 10 volte per stalking, senza che queste reiterate querele  producessero qualche concreto effetto.
Il comportamento assunto dagli agenti di polizia è, nei casi riportati, opposto, ma congruente.
Alla spietata repressione del conflitto sociale contro l'ordine economico neoliberista corrisponde l'assoluta inerzia delle forze dell'ordine nei confronti delle denunce presentate dalle donne contro i partner violenti. Alla strenua difesa del sistema capitalista si collega la tutela dell'ordine patriarcale nella sfera domestica, alla rivendicazione del monopolio dello Stato nella definizione e nella gestione della violenza che si dispiega nello spazio pubblico, si intreccia non solo la stigmatizzazione delle pratiche e delle azioni dei militanti, ma anche l'indifferenza, l'accettazione, la benevola acquiescenza all'esercizio della violenza maschile sulle donne nell'ambito privato.
Questi nessi a me risultano evidenti.
La nostra lotta dovrebbe essere finalizzata ad ottenere la rottura di questi legami e il capovolgimento della situazione.  Rivendicare il diritto di manifestare il dissenso all'ordine neoliberista e di agire il conflitto senza subire alcuna forma di repressione dovrebbe essere congiunto alla richiesta che l'integrità fisica e psicologica delle donne venga rigorosamente tutelata contro le aggressioni dei partner, specialmente nel caso in cui esse abbiano sporto querela contro i maltrattanti. E' una pretesa ingenua? Può darsi, ma non lo è di meno l'appello all'autodifesa (gli uomini sono quasi sempre dotati di maggiore forza fisica rispetto alle donne) o a una splendida, ma per ora mitica  e inesistente autorganizzazione delle donne. E' una richiesta poco rivoluzionaria? Certo, ma finché non esisteranno gli auspicati, da alcune compagne dei Centri sociali, spazi femminili autogestiti, a chi potranno mai rivolgersi le donne che hanno subito violenza dai partner? E perché accettare nel frattempo il libero dispiegamento del dominio maschile nell'ambito domestico? Perché non dovrebbe essere sanzionato il comportamento dei maltrattanti? Perché non dovrebbe essere imposto a loro, anziché alle vittime, l'allontanamento dall'abitazione?

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